La grave indigenza non significa mancanza di una famiglia

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Afghanistan children play (CC BY 2.0) by isafmedia

Nell’articolo di Repubblica del 10 gennaio 2012 intitolato “Perché diciamo addio ai bambini venuti da lontano”, c’è un commento al quanto discutibile, in particolare una frase: “… Eppure le cifre dell’infanzia abbandonata nel mondo sono ormai spaventose, erano 145 milioni nel 2004 i bambini in stato di “grave indigenza”, secondo le stime dell’Unicef, sono saliti a 163 milioni nel 2009….”.

Il dato è inoppugnabile ma associarlo all’articolo sull’adozione internazionale è fuorviante ed è solo l’ultimo di una lunga serie di errori e confusioni riguardanti le condizioni dell’infanzia. Considerare da parte della stampa e dei media in genere, la “grave indigenza” come la condizione fondamentale per cui un minore possa essere adottato è un errore che si ripete spesso, ogni qualvolta ci sia un’emergenza come un grave terremoto (vedi Haiti), uno tsunami o altra qualsiasi catastrofe, oppure quando si parli genericamente dei problemi dell’adozione internazionale.

Risulta chiaro che drammatiche condizioni di vita, guerre e catastrofi naturali possono essere cause di disgregazione familiare, ma è necessario sottolineare che un minore che si trova in uno stato di grave indigenza (povero, malnutrito, ammalato, rifugiato, non scolarizzato, ecc.) non è necessariamente in uno stato di abbandono. La sua situazione può rispecchiare la situazione indigente della famiglia.

L’adozione a differenza del sostegno a distanza, si può occupare solo di minori che siano effettivamente in stato di abbandono (cioè senza una famiglia che possa provvedere alle sue necessità).

In parole povere, noi non possiamo andare in un qualsiasi paese in via di sviluppo e rapire un bambino per il solo motivo che è povero o che muore di fame. Quando esiste una madre, un padre o un qualsiasi familiare che possa prendersi carico del bambino, l’unica via da percorrere per aiutarlo è il sostegno a distanza cioè l’invio di denaro al nucleo familiare perché possa fornirgli condizioni di vita accettabili. Quando si verificano situazioni di povertà diffusa, c’è la possibilità della cooperazione che si occupa della costruzione di ospedali, scuole, strutture protette, pozzi d’acqua e l’organizzazione di attività che diano sostentamento o il supporto all’agricoltura dell’area.

L’età media dei bambini che arrivano in Italia è più alta che in altri paesi, perché molti dei paesi in cui cerchiamo i bambini (Colombia, paesi dell’Europa orientale) hanno politiche di protezione dell’infanzia che privilegiano il ritorno nella famiglia d’origine o l’adozione nazionale; solo se falliscono questi due tentativi, i minori sono disponibili per l’adozione internazionale.

Gli enti autorizzati, che affiancano per legge le coppie italiane che adottano all’estero, sono tenuti a fare progetti di cooperazione nei paesi da cui provengono i bambini adottati ed è anche per questo che i costi complessivi dell’adozione internazionale non sono lievi; inoltre molte famiglie adottive dopo essere state nei paesi del proprio figlio attivano uno o più sostegni a distanza perché la filosofia di fondo dell’adozione svolta dagli italiani è: “adotto
un bambino abbandonato oggi, cercando di ridurre al minimo le condizioni che portano all’abbandono dei bambini di domani”. Questa almeno dovrebbe essere la filosofia d’intenti su cui si basa la normativa dell’istituto dell’adozione internazionale in Italia.

Ma tutti i paesi ricchi, operano allo stesso modo?

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ITALIAADOZIONI
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