Una vita da genitori adottivi che non finisce mai

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camera fun, ph andy carter, (c.c. Flickr)

Chenonfiniscemai. Una vita da genitori adottivi” è un libro molto interessante per la molteplicità dei punti di vista che prende in considerazione.

E’ destinato ai genitori adottivi e raggiunge, data la ampiezza degli spunti offerti, davvero tutti, da chi è in attesa fino a chi ormai è diventato nonno.

Ci sono interviste, poesie, testimonianze, film: vengono così toccate più corde, più sensibilità sviluppando gli argomenti considerati da punti di vista ogni volta differenti.

“Accogliere un bambino abbandonato, ferito, traumatizzato, e a volte anche abusato, richiede qualcosa in più di quell’amore che si pensa sgorghi spontaneo verso ogni figlio. Richiede la disponibilità a mettersi in discussione, ad imparare, a maturare nuove consapevolezze su di sè, a studiare come si crea un legame di attaccamento e a come favorire un’appartenenza che non può essere data per scontata” (pag 9). Perchè “l’amore non basta per amare” (Leonardi).

Ecco l’importanza quindi di imparare ad immedesimarsi, ad andare oltre la propria esperienza di vita, ad ampliare gli sguardi per accompagnare i figli lungo la loro strada, rimanendo accanto nei momenti di felicità e negli abissi della disperazione.

La prima sezione del libro riguarda la scuola: vengono intervistate una coppia di genitori adottivi e un’insegnante della scuola primaria. Mi è molto piaciuta la frase di John Lennon con cui inizia il capitolo: “Quando sono andato a scuola , mi hanno chiesto che cosa volessi diventare da grande. Ho risposto: “Felice”. Mi dissero che non avevo capito l’esercizio e io risposi che loro non avevano capito la vita”. 

La scuola è uno degli ambiti più importanti in cui i figli si sperimentano nell’interazione con gli altri, contribuendo a formare l’identità personale. Quando questa relazione valorizza le capacità, si costruisce anche l’autostima. Ogni bambino e ragazzo ha bisogno di attenzioni e di farsi notare. Per i genitori è quindi fondamentale che il contesto scolastico sia accogliente e che possa offrire alternative qualora il proprio figlio abbia troppe difficoltà a seguire il cosidetto “programma”. Consentire l’espressione delle abilità personali, significa dare la possibilità ai bambini di sentirsi competenti e abili di fronte agli altri e anche questo è importante nella costruzione di un sè il più possibile positivo.

Da parte dell’insegnante viene dato rilievo alla flessibilità (“non si è mai verificato che una pausa diventasse una perdita” pagina 32) e viene anche considerato il nesso tra serenità e apprendimento. Viene dato rilievo all’importanza della costruzione della “rete” che i genitori è bene abbiano intorno a loro per diluire il carico emotivo che un’adozione porta con sè, in modo spesso dirompente ed improvviso.

Anche per la maestra uno degli elementi più importanti è che la scuola sappia essere inclusiva ed accogliente e che allo stesso tempo riesca a dare il giusto contenimento alle emozioni di ogni alunno. Riuscire a spostare di continuo lo sguardo dall’insieme della classe al singolo alunno può consentire che gli insegnanti capiscano quando un esercizio o una attività possa diventare un “riattivatore traumatico” per un alunno adottato scegliendo quindi alternative attuabili con serenità da tutta la classe. Dal dicembre 2014 esistono le “Linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati”, disponibili sul sito del MIUR. Credo che ogni genitore adottivo possa al momento dell’iscrizione chiedere al dirigente scolastico se nella scuola prescelta sono conosciute e applicate.

Il secondo capitolo, molto collegato al primo, tematizza il “lungo percorso per costruire un’identità e scoprire i propri talenti” (pagina 43): lo sguardo positivo del genitore unito a un ambiente facilitante e accogliente può favorire una percezione maggiormente equilibrata di se stessi, specie quando il vissuto è carico di violenza e maltrattamento e comporta un senso del sè di disvalore, consentendo così la scoperta dei propri talenti e la costruzione della propria identità. Il feedback degli altri diventa importante per dare dei ritorni positivi, incoraggiamento e sostegno.

E’ simpatico l’articolo scritto da Francesca Sivo che in modo ironico riguarda le domande spesso insensate, ma talora spiazzanti che ogni genitore adottivo si è sentito dire ben più di una volta. Dopo che una nonna, adesso che mio figlio di 3 anni è da 3 anni con noi, mi ha detto “mi dispiace che tu non abbia vissuto l’esperienza della maternità” ho sentito dentro di me quanto sia più largo e accogliente il mio sguardo materno e quale ricchezza nell’anima abbia portato la sterilità del corpo. Purtroppo non ho avuto al momento la presenza di spirito per rispondere, nonostante avessi già letto  questo libro. Ma subito la mia mente è tornata a questa frase riportata a pagina 51: “Madre non vuol dire parto e frattaglie, madre è colei che al buio ti tiene stretto e racconta, madre è quella che ti distrae dalla paura” (Marina Ivanovna Cvetaeva 1892-1941).

Il terzo capitolo riguarda la crisi adottiva ed è il capitolo che più mi ha colpito. “Solo se io sento che il legame tiene, posso metterlo alla prova” …ma quanta forza e quanta disponibilità ci vogliono per continuare a condurre i propri figli per mano…perchè “ci sono degli eventi inattesi che non dipendono nè dai figli nè sono responsabilità di scelte compiute dai genitori adottivi. La vita può sorprendere per le cose belle che regala,  ma prendere anche in contropiede per ciò che chiama ad affrontare, in modo inaspettato”. (pag 69).

Per capire, probabilmente solo in parte, i significati della bellissima poesia “Aspettandoti” di La Rosa dedicata a quei figli e genitori obbligati a vivere lontani a causa di una crisi troppo intensa, mi è proprio servito leggere l’intervista a Giovanna, madre naturale dal 1991 e madre adottiva dal 2008, che racconta la crisi profonda in cui è precipitata la sua famiglia, iniziata dopo solo 3 anni dall’arrivo di Igor.  Ci vuole molta umiltà per raccontare dove gioia-amore-spontaneità vengono oscurate da violenza-aggressività-dolore lancinante. “(Igor) ha un dolore, un rancore verso chi rappresenta l’autorità, che riflette il rancore verso chi doveva proteggerlo e invece lo ha maltrattato e abbandonato. Nel tempo abbiamo conosciuto gli enormi traumi che nostro figlio ha vissuto, che da soli bastano a spiegare il suo rancore e il suo dolore. E nel tempo abbiamo capito che il dolore è dentro di lui, che noi possiamo fare molto per modulare i nostri caratteri e le nostre aspettative, che molto abbiamo sbagliato, molto abbiamo imparato e molto c’è ancora da fare…ma il dolore è dentro di lui, e il suo comportamento, che è solo un sintomo di questo dolore, è cambiato solo quando lui ha voluto farlo, quando lui è stato pronto a farlo”. (pag 79).

Nel quarto capitolo si parla della ricerca delle origini tramite l’intervista a Marilena e Maurizio, che raccontano come i due figli, non fratelli di sangue, adottati nello stesso Paese e nello stesso anno abbiano affrontato in modo profondamente diverso la loro storia nel corso degli anni. Il loro atteggiamento di dialogo sempre aperto al confronto e pieno di rispetto si percepisce in ogni riga ed è bello come questi genitori siano stati capaci di accogliere scelte di vita anche opposte, avendo come prioritario nel loro cuore la felicità dei figli, accompagnandoli nel lungo percorso verso il “loro posto nel mondo” anche quando è molto lontano da casa.

E poi arriva il quinto capitolo, dedicato ai genitori adottivi ormai diventati nonni: “se l’adozione è stato realmente in percorso riparativo rispetto all’abbandono e alle esperienze negative e ha fatto vivere ai figli l’esperienza di sentirsi amati da una famiglia, avrà insegnato loro a fare altrettanto, favorendo la riuscita di una delle esperienze più intense e complesse della vita, che è quella di essere mamma o papà” (pag 114). Mi sono piaciute molto le due lettere tratte dal Festival delle Lettere del 2013, una scritta da una figlia che sta diventando mamma e l’altra da un padre che sta diventando nonno.

Infine si arriva all’ultimo capitolo “Il passato che si fa presente”, scritto da Rosangela Percoco. E’ il capitolo più commovente del libro, dove con leggerezza e profondità insieme, questa mamma racconta l’umiltà di amare con un amore “che abbraccia ma non possiede, che sceglie ma non giudica, che è sconfinato eppure limitato”; l’attenzione ai bisogni di ciascun familiare “perchè tutti abbiamo bisogno, tutti siamo abbandonati da chi ci trascura, ci dà per scontati, divide l’affetto come se fosse una torta”; i ricordi che hanno il “profumo che solo i grandi amori hanno: quello di amarti per quello che sei e farti sentire che vai bene, che vai bene così” e la fantasia…”che non inquina la realtà e non danneggia chi la pratica e nemmeno chi la subisce”, perchè il miscuglio di fantasia e sogno è una ricetta utile da consigliare a chi diventa genitore.

“Chenonfiniscemai” è bello da leggere, scorre facilmente nonostante la sua profondità ed è fruibile e apprezzabile da un’ampia varietà di lettori (io sono un topo di biblioteca e mio marito legge solo i Tex), essendo spesso simpatico e molto pratico per gli argomenti trattati.

Margherita, una mamma adottiva

Sonia Negri, Sara Petoletti. Chenonfiniscemai. Una vita da genitori adottivi. Edit. Ancora, 2019.

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ITALIAADOZIONI
Redazione