Ideali e idealizzazioni nel genitore adottivo e nel figlio adottato

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Il divario ideale-reale

È naturale nei genitori la presenza di aspettative che prescindono dalla realtà del figlio, in quanto preesistono alla sua nascita: l’immagine del figlio precede la sua realtà.

Il problema nasce quando c’è una difficoltà o impossibilità ad avviare un processo di adattamento dell’ideale, che rispetti la realtà del figlio e le sue aspettative. A volte accade che il bambino sia diverso dall’idea che si è fatto il genitore e in questo caso si può verificare uno scarto significativo tra figlio reale ed ideale. Sappiamo anche quanto sia difficile per un genitore accettare questa diversità. Le aspettative dei genitori sono il risultato di molteplici componenti, in cui giocano un ruolo le proprie finalità e priorità anche ideali, le vicende della propria storia personale e di coppia, gli ideali familiari. È necessario un processo di adattamento, quindi di mediazione tra l’immagine ideale del figlio e il figlio reale. Il problema si complica se è in gioco una ricerca di compensazione di proprie delusioni o fallimenti, oppure quando, in casi particolari, i genitori si aspettano che il figlio realizzi i loro ideali di eccezionalità. In tutti questi casi c’è un conflitto con l’esigenza del figlio di sviluppare una propria individualità e originalità e, talora, la pressione esercitata sul figlio è tale da impedirgli di essere attivo nella definizione dell’immagine di sé. Questo suscita in lui un senso di passività, che nei casi estremi di impotenza può portare allo sviluppo di comportamenti oppositivi.

I problemi relativi al tema dell’ideale-reale sono comuni a tutti i genitori, nel caso dell’adozione si possono individuare alcuni aspetti specifici.

Idealizzazione da parte dell’adottato del mondo da cui viene e idealizzazione da parte dei genitori adottivi del mondo e del benessere in cui vivono

Risulta difficile, talora impossibile per i genitori adottivi di bambini che provengono da storie di difficoltà e a volte da situazioni tragiche, credere che il figlio possa considerare i genitori biologici come genitori migliori di loro e il loro mondo migliore del nostro.

Che sicurezze hanno queste persone adottate? Noi proponiamo un modello di vita in cui si studia, si lavora, con caratteristiche molto diverse rispetto al loro paese di origine. Per esempio un nativo del Camerun, proveniente da una cultura animistica, con un background diverso dal nostro, come si pone rispetto al nostro modello di vita?

Ideali differenti sul mondo

La nostra convinzione è che noi offriamo a loro un mondo migliore.  Ma è proprio così? Come si spiega la nostalgia degli adolescenti adottati di tornare alle origini? Anche coloro che si adattano, spesso hanno il desiderio di tornare a vedere dove sono nati. Il benessere nostro non è sempre tale per loro, il nostro mondo non è sempre per loro un mondo migliore. Molteplici sono i segnali che vengono dagli adottati e che hanno una valenza opposta.  Segnali che suggeriscono  il  bisogno di tornare alle radici e la nostalgia del loro luogo di provenienza. Nei casi estremi c’è l’idealizzazione di “una realtà che non c’è” e la trasformazione in negativo della realtà in cui vivono: “la realtà che c’è”.  Si tratta di una variazione del tema più generale che ciò che non c’è può essere oggetto di una idealizzazione, mentre i limiti della realtà concreta non possono essere facilmente negati.

In definitiva va sempre tenuto presente che c’è una differenza tra realtà e rappresentazione della realtà, per cui è essenziale considerare questo problema, che può presentarsi sia in noi che in loro, a prescindere dalla oggettività. Dobbiamo quindi considerare un pregiudizio l’opinione frequente secondo la quale chi adotta offra all’adottato un ambiente familiare migliore di quello di provenienza e questo soprattutto in  una adozione internazionale, dove facilmente si verifica il passaggio ad un contesto socio-culturale più vantaggioso rispetto al paese d’origine, a maggior ragione se paese sottosviluppato o emergente o in via di sviluppo. Nella rappresentazione di chi adotta ciò che viene offerto al bambino adottato è a priori migliore di ciò che gli sarebbe stato offerto nel mondo che ha lasciato.

Di fronte ad un ambiente d’origine del figlio povero e deprivante, il genitore può sottovalutare l’importanza che  ha per il bambino il luogo dove stanno le sue radici, che indiscutibilmente ha un valore intrinseco e pertanto  non può essere ignorato.

Questa sottovalutazione è un fattore decisivo nel favorire la tendenza dell’adottato ad idealizzare il mondo da cui proviene e che ha perduto e a vivere l’adozione come un’esperienza che l’ha privato di qualcosa. È questo uno dei motivi che può portarlo  a sviluppare una richiesta di risarcimento. Non è infrequente riscontrare negli adottati comportamenti di sottrazione di oggetti o denaro ai familiari. A volte questi atti  si limitano al nascondere, come per riappropriarsi di qualcosa che è stato loro portato via, qualcosa che hanno perduto. Altre volte si tratta di furti veri e propri, il cui significato è più direttamente collegato al risarcimento. Questi comportamenti antisociali ci obbligano a rivolgere l’attenzione ai bisogni del ragazzo/a che cresce, ai quali possiamo attribuire il significato ad essi assegnato da Winnicott e cioè una brancolante ricerca di recupero ambientale e come qualcosa che induce speranza. Quindi l’adozione, nei casi in cui queste dinamiche non vengono capite, viene percepita dal figlio come un danno e diviene uno stimolo al disadattamento e talora ad una identità asociale, sentita come l’unica che dà la possibilità di procurarsi una personale compensazione al danno subito.

Genitori biologici e genitori adottivi

Non deve pertanto essere sottovalutata  l’importanza che hanno i genitori biologici e il fatto che nella rappresentazione del figlio possano essere anche migliori di quelli adottivi.

 Il rischio di idealizzare il presente e il futuro.

Nessun genitore può garantire al proprio figlio una vita esente da traumi e anche all’adottato nessuno può assicurare un futuro senza altre criticità e tanto più  da favola. Come ogni genitore, anche l’adottivo può sperare ogni bene per il proprio figlio, ma non può illudersi di potergli evitare le difficoltà che la vita riserva. Ne consegue la necessità di un atteggiamento genitoriale che eviti il pericolo e che  dia al figlio adottato una compensazione per i traumi subiti, che come tali possono costituire fattori di rischio.

L’unico principio guida valido è quello di aiutare il figlio ad avviare un processo in cui i fattori protettivi bilancino i fattori di rischio, nell’ottica di favorire il più possibile nell’adottato capacità di auto-accudimento ed eventualmente di auto-risarcimento in una prospettiva realistica, che cioè consideri l’esistenza dei limiti in cui questo può avvenire.

Integrare la vita del figlio prima e dopo l’adozione

E’ necessario che l’immagine del figlio, che ogni genitore rappresenta dentro di sé, integri non solo la realtà attuale del bambino, ma anche il bambino che è stato e la sua famiglia d’origine. È solo a partire da qui che si potrà costruire una storia che, proprio perché contiene al suo interno l’altro, anche “straniero”, è alla base di un senso autentico di appartenenza e di un progetto di vita costruttivo e solido, che non contiene elementi di esclusione e negazione. È un elemento di rischio considerare il figlio adottato come un bambino nato nel momento in cui è arrivato in quella famiglia o solo come uno abbandonato, privo di radici e di legami, a cui va assicurato solo un presente e un futuro. I bambini adottati sono depositari almeno di due frammenti di storia che devono conciliare: la vita prima e dopo l’adozione. Gli adulti devono tener conto di questo aspetto e assegnare ad esso un posto adeguato nel loro rapporto con il figlio. Anche in questo caso è importante avviare un processo protettivo attraverso la mediazione tra le caratteristiche di ognuno, per trovare una conciliazione tra conflittualità altrimenti irrisolvibili.

Ideali e aspettative di eccezionalità

Le aspettative e gli ideali di eccezionalità sono un altro fattore di rischio. Questa posizione può essere presente in qualsiasi  genitore, ma nell’adozione è sostenuta dall’eccezionalità dell’incontro adottivo. Una serie di casualità e di contingenze fortuite permettono l’incontro proprio tra quel bambino e quella coppia. Questo incontro può essere correlato a sensazioni di eccezionalità, ad esempio, attuare un progetto che ha qualcosa di speciale, contenendo componenti di abnegazione o di eroismo. Da non sottovalutare è la descrizione che fanno i genitori dell’incontro, a volte dipinto con grande gioia e felicità e come un avvenimento dagli aspetti magici, con l’aspettativa di effetti miracolosi sia per l’adottato che per il proprio ruolo genitoriale. Tutte queste particolarità rischiano di conferire alla vicenda adottiva e soprattutto al figlio caratteristiche di eccezionalità che possono confliggere con l’esigenza di ciascuno di sviluppare una propria individualità ed originalità. Questa esperienza può diventare una base solida quando passa attraverso l’accettazione del limite.

La delusione come fattore di rischio. Nel momento in cui nessuno, né genitori, né figli, trova ciò che si aspettava, il rischio è una delusione con possibili caratteristiche traumatiche sia per il genitore, sia per il figlio, e provocano in entrambi reazioni che contengono rabbia, amarezza e rivendicazione, ostacolando la ricerca di una conciliazione, che al contrario esige di mediare tra posizioni in conflitto.

Giuseppina Facchi

Psicologa, psicodiagnosta, psicoterapeuta.Già responsabile del Servizio di Psicologia Clinica dell’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale di Crema, ha lavorato nell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

Per approfondire della stessa autrice:

Famiglia Adottiva   “L’incontro adottivo: un’opportunità per genitori e figli”

Resilienza  “Il posto dell’adozione tra cura e limiti”

 

 

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