L’Adozione Internazionale: Iter e Servizi (I)

Print Friendly

Giglio di mare, Foto di Francesca Fronteddu (tutti i diritti riservati)

I contenuti di ricerca elaborati all’Università degli Studi di Padova, che da oggi pubblichiamo in quattro uscite, intendono offrire le riflessioni che hanno animato tutto il percorso di questi studi, coordinati dal Professor Turchi, a partire dall’esigenza da cui muove il lavoro, per arrivare all’obiettivo, descritto nelle sue varie parti costituenti,  sino alla presentazione della ricerca e infine dedicare spazio alla proposta metodologica conclusiva.

 

Prima Parte

Da dove partire? La formulazione di un’esigenza 

L’Istituto giuridico dell’adozione affonda le sue radici in tempi antichi. Già nel periodo assiro-babilonese si rintracciano le prime forme di adozione. Nel tempo si è andati via via a sofisticare la norma che regolamenta tale Istituto, fino ad arrivare, ad oggi, a disporre di leggi, regolamentazioni e ruoli definiti con compiti precisi.

Si osservino, di seguito, alcuni numeri rispetto al territorio italiano, relativamente agli attori che vengono coinvolti in tale percorso: 

  • sono 3.311 i minori per i quali è stata rilasciata l’autorizzazione all’ingresso in Italia a scopo adottivo tra 2016 e 2017;
  • 62 Enti Autorizzati, tra il 2014 e il 2015;
  • 210  sedi operative degli Enti su tutto il territorio nazionale;
  •  sono 44 (nel 2016) e 41 (nel 2017) i Paesi di provenienza dei minori coinvolti, autorizzati all’ingresso a scopo adottivo;
  •  2.716 sono le coppie tra i 30 e i 59 anni che hanno richiesto l’autorizzazione all’ingresso in Italia di minori stranieri tra il 2016 e il 2017.

(Fonte: Commissione per le Adozioni Internazionali 2017).

Sono dunque diversi i protagonisti di queste procedure: a partire dalle Coppie e dai Minori, giocano un ruolo centrale i vari Servizi implicati nel processo di Adozione Internazionale (A.I.) e altrettanto diverse sono le prestazioni professionali che questi sono chiamati ad esercitare.

Gli Enti Autorizzati tra pratiche e prassi.

Il nostro focus in questa sede si porrà sugli Enti Autorizzati.

Con la legge 476/98, la Presidenza del Consiglio dei Ministri rende obbligatorio l’intervento dell’Ente Autorizzato (E.A.) in tutte le procedure di A.I.

La normativa disponibile offre delle indicazioni che l’Ente, per potersi dire (e per poter restare) Autorizzato, deve necessariamente adempiere, anche se queste stesse indicazioni lasciano dei margini “interpretativi” (si vedano ad esempio i numerosi riferimenti all’“idoneità morale”).

Ad oggi, si rintracciano alcune difficoltà entro la procedura di A.I., segnalate dagli stessi protagonisti: si prenda ad esempio la fase dell’attesa, che la stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri configura come evento critico; ancora, la normativa che in diversi punti fa affidamento alla morale, lasciando ampio margine di interpretazione all’applicazione di tale riferimento; o ancora l’operare, dovendo considerare tutti i vari passaggi che compongono il complesso iter del processo di A.I. (che si sostanzia non unicamente nelle fasi che sono regolamentate, ma anche in tutti quei momenti che sono di fatto lasciati “in sospeso” dalla normativa).

Tali problematiche riferite alla normativa (per un livello interpretativo) e agli aspetti da questa lasciati “in sospeso”, si sostanziano in una serie di ricadute in cui gli operatori a vario titolo implicati nell’iter, incombono o possono incombere.

Operare (in Italia) entro l’ambito delle A.I. vestendo i panni degli E.A., significa ricoprire un ruolo centrale entro tale processo, nella misura in cui il mandato recita: “informare, formare, affiancare i futuri genitori adottivi nel percorso dell’adozione internazionale e curare lo svolgimento all’estero delle procedure necessarie per realizzare l’adozione; assistendoli davanti all’Autorità Straniera e sostenendoli nel percorso post-adozione” (CAI, 2011).

A questo punto l’Ente è chiamato ad operare, dicevamo: come, a fronte delle condizioni tratteggiate poc’anzi?

Lo può fare attraverso due modalità: dotandosi e seguendo delle prassi oppure procedendo per pratiche.

Per poter rendere conto della distinzione tra prassi e pratiche, si utilizzano qui le implicazioni che derivano da ciascuno di questi due approcci.

Muoversi per pratica implica l’operare per “prove ed errori”, andando a sofisticare la propria azione per mezzo dell’esperienza diretta e personale di chi opera. Exempli gratia la fase d’attesa che ogni coppia deve attraversare durante il processo di adozione: si immagini un E.A. che si muova per pratiche. In questo assetto di parziale vuoto normativo, l’E.A. può per esempio valutare (come no) di impiegare il tempo di attesa dei futuri genitori adottivi con delle attività.

In un’ottica di pratiche, come verrebbero concepite queste attività?

Potrebbero essere concepite e condotte con focus su loro stesse e tarate sulla natura delle caratteristiche dell’Ente che le eroga e delle attitudini di chi vi lavora, nella misura in cui non vi sarebbe un riferimento, dei criteri espliciti (e dunque trasferibili) e fondati metodologicamente (e dunque passibili di misurazione d’efficacia rispetto all’obiettivo generale dell’iter adottivo).

E invece, come verrebbero concepite in un’ottica di prassi?

L’E.A. muovendosi per prassi, ossia per modi di agire che siano condivisi entro il comune ambito di applicazione, andrebbe a sfruttare tale spazio normativo come occasione per introdurre queste attività, nell’esempio scelto, considerandole una precisa strategia all’interno del metodo volto a perseguire un obiettivo generale, definito, dell’iter adottivo. Disporre di un riferimento esplicito e fondato metodologicamente consentirebbe per esempio di: massimizzare la condivisione con gli attori coinvolti e che si trovano ad interloquire con l’Ente; rendere il metodo un patrimonio misurabile, trasferibile in termini di competenze ai propri operatori tramite adeguata formazione; misurare l’efficacia, l’efficienza e l’impatto del proprio operare e renderne conto attraverso dati scientificamente fondati e non autoreferenziali; monitorare e ritarare puntualmente le proprie modalità, per andare a gestire in modo tempestivo le possibili criticità di percorso e/o nuove esigenze; ecc.

Poter pertanto disporre delle prassi proposte da un modello operativo, consente di operare sulla base di elementi che accompagnino l’intero processo di adozione in tutti i suoi aspetti.

A fronte di quanto delineato, l’esigenza a cui si vuol provare a rispondere è dunque di tipo metodologico-operativa per i servizi.

E allora, come valorizzare la normativa?

Come impiegare al meglio i ruoli implicati?

Come “conoscere” per poter “fare” in modo efficace ed efficiente?

 

Francesca Fronteddu e Dott.ssa Alexia Vendramini,

Professor Gian Piero Turchi,  Responsabile Scientifico della ricerca

Corso di Psicologia delle comunità

Università degli Studi di Padova

[1] Fonte: Francesca Fronteddu

 

La foto del giglio di mare

L’immagine che accompagna l’articolo, rappresenta un giglio di mare: si tratta di un fiore che, un po’ come le coppie di genitori e i bambini che formano le famiglie adottive, compie dei viaggi mirabolanti! Infatti, la sua disseminazione avviene per via idrocora: produce una capsula contenente molti semi di colore nero. Il vero seme è situato all’interno di una massa sugherosa e leggerissima, che ne permette il galleggiamento come avesse un salvagente. Le onde delle mareggiate che raggiungono le dune raccolgono i semi dispersi tutt’intorno dalla pianta e li disseminano, grazie alle correnti, in altri punti della costa, anche lontanissimi, favorendo la disseminazione in nuovi territori.

 

 

A proposito dell'autore

ITALIAADOZIONI
Redazione