Homeschooling e adozione

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05062014 ED Goes Back to School 7, ph US Department of Education, (c.c. Flickr)

Figli che arrivano a metà anno scolastico, figli con scolarità diverse dalla nostra, figli con tempi da rsipettare, figli che faticano a sostenere il ritmo e le richieste, etc. la scuola parentale (Homeschooling) può essere una risorsa per i nostri ragazzi?  Per capire di cosa si tratta e come funziona, abbiamo incontrato Adele Caprio, fondatrice dell’associazione “Le Nuvole” che, dal 2007, si occupa di pedagogia alternativa.

Lei non è una mamma adottiva: com’è nata questa esigenza di ricerca?

Premetto che sono una psicologa dello sviluppo, ma, fino al momento di diventare mamma a 40 anni, svolgevo un lavoro diverso. Mia figlia mi ha messo di fronte ai limiti della scuola. A lei piaceva studiare ma non le piaceva andare a scuola. La frase ricorrente era: “Mi fanno perdere tempo”. Mi piace sottolineare che mia figlia non aveva un quoziente intellettivo superiore alla media. Era una bambina normale. Così ho cominciato a fare delle ricerche sui metodi di insegnamento alternativo.

Mi sono formata sul metodo Montessori, Steiner e della scuola Libertaria. Ho scoperto che in USA l’homeschooling (la scuola a casa) è piuttosto diffuso e consente ai ragazzi di andare all’università a 16 anni perché riescono ad ottimizzare il tempo facendo il programma secondo i propri ritmi personali.

Dopo aver frequentato corsi ed essermi confrontata con insegnati di diverso tipo, nel 2014 ho raccolto il materiale della mia ricerca in un libro che in un secondo momento è stato sviluppato da una casa editrice che era interessata all’argomento (“La mappa della scuola che cambia” – Terra Nuova). Ad oggi siamo arrivati alla IV edizione della mappatura della scuola che cambia grazie al confronto attivato con le varie scuole alternative che fino a quel momento non si erano mai parlate e che ora, nel dibattito al tavolo tecnico (Festival a Prato “Tutta un’altra scuola”) hanno scoperto di avere un elemento in comune, la scelta di mettere il bambino al centro.

Dai dati che ho raccolto ho appreso che il Quoziente Intellettivo (QI) dei ragazzi nati dal 2000 ad oggi è molto elevato, ma si perde andando a scuola. Sì, ha capito bene. Per QI s’intende, oltre che la capacità di apprendere nozioni, anche il problem solving. Sono soprattutto quest’ultime attitudini a subire un forte contraccolpo in negativo. Perché la vera intelligenza non è quella nozionistica, ma quella che sa dare cento risposte ad un’unica domanda.

A volte noi genitori abbiamo la sensazione che l’adozione sia vissuta dagli insegnanti come un problema, una sorta di malattia. Abbiamo, a volte, anche l’impressione che non venga accolto il valore della diversità. I nostri figli, inoltre, in alcuni casi, evidenziano disturbi dell’apprendimento legati alla deprivazione cognitiva dall’infanzia e hanno bisogno di figure di riferimento che si propongano in maniera diversa nelle diverse fasi della crescita.

Ci sono in Italia esempi di scuola in cui queste difficoltà potrebbero essere superate senza creare frizioni tra corpo insegnante e famiglia?

Posso parlare dell’esperienza che vivo ogni giorno attraverso le richieste di insegnanti e genitori. Sia chiaro non sono contraria alla scuola pubblica che ha le sue eccellenze in insegnanti volenterosi e intraprendenti, sono piuttosto contraria alla scuola pubblica per come è formalizzata adesso.

I gruppi nella mappa della scuola che cambia sono spontanei. Si tratta di genitori che decidono di ritirare da scuola i loro figli sulla base dell’articolo 33 della Costituzione che recita: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

Quindi i privati possono inscrivere i loro figli alla scuola pubblica e subito dopo firmare una liberatoria in cui dichiarano di onorare l’impegno d’impartire lezioni a casa. Nasce così l’homeschooling o la scuola parentale se ci sono più genitori che portano avanti questo programma. Gli insegnanti possono essere gli stessi genitori o possono essere degli adulti selezionati e pagati da loro.

La mappatura della scuola che cambia è in continua evoluzione. Negli ultimi tempi sono aumentate le iscrizioni alla mappa, ma non c’è la possibilità di un feed back di qualità diretto. L’unico compito della mappa è di segnalare la presenza di questi gruppi in una determinata zona. Poi sta al genitore contattarli e informarsi sulla qualità. Preciso che i livelli di conoscenza acquisiti devono essere in linea con la scuola pubblica, perché ogni anno questi bambini/ragazzi devono sostenere una prova finale di stato.

In un’intervista che ha rilasciato, lei dice che prima di tutto vanno educati i genitori per capire come sta loro figlio.
Che tipo di genitore incontra? Ci sono coppie adottive? Quale tipo di evoluzione si riscontra nei genitori, e di conseguenza nei ragazzi, dopo essere entrati in queste scuole?

Spesso sono genitori che vogliono diventare educatori, vuoi per vocazione, vuoi perché sono in una fase in cui hanno deciso di dare una svolta e cambiare lavoro, vuoi semplicemente perché la genitorialità li ha portati ad avere una visione diversa. Nei momenti di formazione li invitiamo a riflettere su di loro, sul fatto di prendere in mano la loro vita. Perché il loro malessere si riflette sul figlio. Una volta buttata via la zavorra che li opprime anche tutto il contesto famigliare migliora. E indirettamente anche la relazione con i figli. E’ mia forte convinzione che bisogna lavorare sull’adulto e scardinare l’idea che il problema sia il minore.

Finora coppie adottive non ne ho incontrate, ma secondo il mio modo di vedere, quella della scuola alternativa potrebbe essere una soluzione anche per loro. Molto spesso i ragazzi che arrivano nelle classi vengono definiti dislessici. Invece inseriti in queste classi a misura di bambino/ragazzo recuperano le loro normali attività. Altri definiti iperattivi, si rilassano e si inseriscono in modo pacato nel gruppo. Il segreto è quello di un coinvolgimento diretto e un ritmo personalizzato dell’apprendimento.

Chi s’informa sulla pedagogia alternativa è di solito un illuminato o semplicemente un genitore in crisi che cerca delle risposte di fronte a figli che non rispondono positivamente alle proposte della scuola classica?

E’ di sicuro un genitore in crisi. Crisi dettata dal figlio che non risponde a scuola. Siamo tutti in crisi, in verità. Io la chiamo la “meravigliosa crisi”. Già, perché quando l’essere umano dorme non cambia le cose. Quando è irrequieto o insoddisfatto qualcosa scatta. Questi genitori arrivano e all’inizio vedono solo il muro, ma lavorando su di sé, con il tempo, ritornano combattivi, convogliano l’energia per fare le cose. Diventano guerrieri intrepidi.

Si parla di una scuola che tira fuori la conoscenza e non che la impone.

Come la mettiamo con le classi sempre più numerose (anche 30 per classe)? Come hanno risolto questo aspetto le scuole alternative?

Nelle scuole alternative questo problema non si pone perché si consiglia che i gruppi di bambini e ragazzi non superino le otto persone.

I nostri figli, in particolare nella fase dell’adolescenza, avrebbero bisogno di adulti forti e presenti sia a casa sia a scuola. 

Quali devono essere, secondo lei, le caratteristiche di un insegnante in grado di fare da guida alle nuove generazioni? Ne ha incontrati o è solo utopia?

Di insegnanti in gamba ce ne sono tanti. Anche nella scuola pubblica. L’insegnante illuminato si mette in giuoco, non si arrende al sistema. Grazie alle ore di obbligo di aggiornamento, anche la scuola pubblica si sta avviando ad incontrare l’insegnamento alternativo. Personalmente ho formato insegnanti in scuole pubbliche di Teramo, Lucca ed Asti.

I compiti a casa, grande dramma delle nostre famiglie.

Lei cosa ne pensa? Che tipo di soluzione suggerisce?

Anche questo è un problema che non si pone nella scuola alternativa. I compiti si fanno a scuola. Considero i compiti “classisti”: riesce meglio chi è aiutato a casa, magari con lezioni di sostegno pagate da mamma e papà. Ma chi i soldi non li ha?

Attraverso il nostro concorso “L’adozione tra i banchi di scuola”  più volte è stato ribadito dalle insegnanti interpellate che l’adozione è “un’esperienza di crescita di tutta la classe”, ancora di più se si riescono a coinvolgere le famiglie. Il coinvolgimento e l’intimità che si creano permettono di far esprimere le emozioni.

Lei è anche regista teatrale. Dalla sua esperienza che tipo di riscontri ha avuto da parte dei ragazzi che esprimono le loro emozioni attraverso il teatro? 

Quella del teatro è un’esperienza che sto facendo con i ragazzi del liceo. Mia figlia mi ha coinvolta assieme alla sua insegnante di lettere che voleva un po’ svegliarli dal loro torpore.  Il risultato è stato sorprendente: i ragazzi hanno cominciato a relazionarsi meglio con i loro genitori, si sono rilassati e fatti coinvolgere dal laboratorio creativo trasferendo entusiasmo anche in altre materie. Alcuni sono stati promossi nonostante avessero in precedenza un percorso scolastico travagliato. A distanza di due anni abbiamo adesso una compagnia teatrale che si chiama PoEtica e stiamo portando in giro un copione scritto dai ragazzi estrapolando riflessioni e pensieri in libertà sul loro rapporto con la scuola. Lo scopo è quello di far loro prendere coscienza che sono dei cittadini e che possono fare la differenza nel mondo.

A cura di Roberta Cellore

 

A proposito dell'autore

Roberta Cellore
Mamma adottiva, analista bancario, gestisco il blog ilpostadozione.org.