“Figli dell’anima”

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Figli dell’anima

O di come restare a galla in un naufragio di emozioni

Saremo una trentina, quanto basta per riempire la minuscola stanzetta in via Formentini, nel pieno centro di Brera, arrampicatisi tutti su per delle strette scale piene di calamite colorate. Riconosco qualche viso, gli altri sono degli estranei. Eppure, sarà che siamo tutti lì per la stessa cosa, sarà che il teatro fa questo strano effetto di comunità, o sarà anche il tema trattato, ma, dopo pochi minuti, si respira tutti all’unisono.

Non avrei mai immaginato di assistere a una lettura scenica sull’adozione. Siamo sinceri: non è un tema che mi tocca direttamente. Mi sento troppo giovane per pensare di essere madre un giorno (anche se forse la percezione è lontana dal vero…) e non respiro questa realtà quotidianamente. Nessuno dei miei amici è stato adottato; nessuno dei miei amici ha adottato. Certo, non vivo in una bolla di vetro, è capitato che l’adozione mi sfiorasse. Sai, quel ragazzino che faceva basket? E, forse, quella professoressa, ricordi, aveva adottato? Ma il mondo corre, non ci si può fermare, e quei piccoli frammenti di storia si adagiano sul fondo della memoria. Insomma, vedere l’adozione a teatro non era nei miei piani.

Io, però, ero lì.

C’erano di fronte a noi, sul nostro stesso piano, due attrici e una musicista. Niente luci, niente sipari, niente quinte. Nulla che potesse proteggerle dai nostri sguardi fin troppo vicini. E, come nude davanti a noi, hanno dato il via al loro gioco scenico. Sara Zanobbio, la più giovane, ha iniziato a intonare un canto popolare siciliano trascinandoci in un mondo lontano. Un tuffo in avanti verso l’ignoto, una porta d’ingresso nella finzione, in cui le parole hanno un sapore più dolce. E come barchette di carta su un fiume placido, le parole sono venute incontro a noi. I brani si susseguivano in maniera fluida, legati dalla musica inebriante e varia suonata da Francesca Badalini. Alla brillantezza di Sara faceva da contraltare la voce piena e sofferta di Lorenza Dominique Pisano, il tutto orchestrato magistralmente dalla regista, Sofia Pelczer. E la storia girava sempre intorno a una madre e una figlia, legate da un filo invisibile tessuto di amore, che niente aveva a che vedere con la catena del DNA. Che cosa vuol dire ritrovarsi, di punto in bianco, ad avere una madre? E come si fa a sopportare un’attesa tanto grande come quella di una figlia che non si sa bene quando arriverà? E la diversità, e il passato, e la reciproca accettazione? Mi vorrà per sempre bene? E le persone intorno a noi, che cosa diranno?

È stato come un’onda inaspettata al mare, che ti travolge e rigira come un calzino. L’acqua ti penetra nelle orecchie, in bocca e nel naso e giureresti che sia arrivata anche al cervello. E, una volta passata, trovi un modo per venire a galla e prendere un bel respiro. È così che respiravamo tutti. A ondate di emozioni da cui cercavamo di prender fiato, chi in cuor suo conoscendo bene quel mare, chi avendoci sguazzato da sempre, ma ogni volta era come fosse la prima. E chi, come me, non essendo affatto preparato, cercava di stare a galla il più possibile. Talmente poco preparato da lasciare i fazzoletti a casa e, un po’ per la vergogna e un po’ per il trucco, asciugarsi le lacrime con i capelli e usarli al posto di quel sipario che non era possibile avere.

Non avrei mai immaginato di assistere a una lettura scenica sull’adozione. Ma per fortuna, la bellezza ci travolge anche senza averlo programmato.

Vanja Vasiljević

I brani della lettura scenica sono tratti dai seguenti testi:
  • Stefano Zecchi, Amata per caso
  • Michela Murgia, Accabadora
  • Asha Mirò, Figlia del Gange
  • Asha Mirò, Le due facce della Luna
  • Cristina Commencini, Essere vivi

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ITALIAADOZIONI
Redazione