L’Alfabeto dell’adozione porta in scena l’adozione a scuola!

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Cari amici di ItaliaAdozioni abbiamo chiesto ad una delle partecipanti una riflessione su quanto bolle in pentola nel nostro nuovo progetto l’ Alfabeto dell’adozione 

Ma di cosa si tratta?

L’ obiettivo è sensibilizzare, diffondere e trasmettere la cultura dell’adozione, portatrice di valori universali quali l’accoglienza, l’inclusione e la ricchezza della diversità avendo come destinatari soprattutto i giovani in età scolastica, Università compresa, quindi dai 7 ai 25 anni.

Parte attiva del progetto sono quindi gli studenti con i loro insegnanti, ma anche le famiglie, coinvolte come spettatrici delle rappresentazioni finali per diventare poi portatrici nella società tutta, dei messaggi condivisi e appresi.

Il linguaggio teatrale è il mezzo di comunicazione ed espressione scelto per una efficace quanto coinvolgente narrazione della cultura dell’adozione e per una riflessione sulle tematiche ad essa relative. I ragazzi sono stati coinvolti nella fase progettuale e realizzativa sia da un punto di vista scientifico e didattico (laboratori universitari), sia da un punto di vista performativo (scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado).

Investire sulla formazione dei ragazzi, significa investire sulla società di domani, perché sia più sensibile, accogliente e preparata alla convivenza nella diversità di storie, di appartenenze, di origini e di culture.

L’adozione da bambina

Quando avevo circa un anno, il fratello di mia zia ha adottato una bambina cinese. Nei primi anni in cui era qui, aveva avuto un piccolo problema all’occhio e per questo per un periodo ha portato un cerotto. A me questa cosa turbava un po’, mi hanno sempre fatto un po’ impressioni gli occhi. Ad esempio, se vedo qualcuno a cui lacrimano, iniziano a lacrimare anche a me. Era questa la cosa che principalmente associavo a lei, nel primo periodo in cui era qui.

C’era anche un altro ragazzino che conoscevo, che era stato adottato. Era il figlio di due cari amici dei miei genitori. È di qualche anno più grande di me, perciò nella mia vita c’è sempre stato. A lui non associavo niente di particolare. Ci sto pensando ma non mi viene in mente niente. Qualche anno dopo rimasi basita dal fatto che non gli piacesse Bruce Springsteen e invece amasse Britney Spears, ma questa è un’altra storia.

A scuola, invece, in prima elementare è arrivata in classe una bambina cilena. Lei, dopo essere arrivata, aveva avuto una piccolissima operazione al naso. Quella cosa per cui ti bruciano le piccole vene all’interno, per non farlo sanguinare. In questo modo una delle sue narici risultava un po’ scura. È questa la cosa che principalmente mi colpiva di lei.

Insomma, da bambina, non mi interrogavo più di tanto sulla questione dell’adozione, quasi per niente. Esisteva e basta. Non mi crucciavo più tanto su una questione che sì, mi sembrava bella e giusta, ma anche molto normale. Forse perché nessuno me l’aveva mai fatta apparire come qualcosa di “strano” o “straordinario”, ma anche perché fa parte di me tormentarmi su argomenti a cui la maggior parte della gente non bada e risolvere in modo semplicissimo quelli su cui si dibatte da anni.

Devo dire, che nella mia mente fatata (che non mi apparteneva solo da bambina, ahimè) ha sempre prevalso la dimensione dell’aiuto ad un bambino bisognoso, piuttosto che il desiderio di diventare genitori e, in fondo, è così ancora adesso. Per questo ammiro moltissimo, oltre ovviamente a chi adotta in generale, chi lo fa avendo anche figli biologici.

Perciò, dicevo, per la me bambina l’adozione esisteva, ma esistevano anche gli alberi e il sole e non per questo mi turbava la loro presenza. La vivevo in modo estremamente naturale. Piuttosto, mi chiedevo come mai un bambino non lo adottassero tutti, come adesso sono convinta che in un mondo ideale tutti dovrebbero adottarne almeno uno.

Io e l’Alfabeto dell’Adozione 

Ci sono entrata in corsa e di corsa, in questo bellissimo progetto, partecipando prima alla conduzione del laboratorio universitario, poi all’organizzazione dei laboratori teatrali nelle scuole e poi ancora alla scrittura dei canovacci per gli spettacoli finali.

Ho usato l’aggettivo “bellissimo”, che secondo me in certi casi è sufficiente a descrivere le cose, ma è anche molto generico. Vorrei spiegarvi, allora, cosa contiene la parola “bellissimo” in questo caso.

Contiene le infinite storie che ho ascoltato… e le lacrime, che ho versato come una fontana, cercando di mascherare la commozione davanti alle studentesse, che stavano sedute in silenzio tra i banchi di Via Noto, mentre a turno raccontavano perché avevano deciso di partecipare al laboratorio universitario. Ci sono anche le lacrime e i brividi di quando professionisti che si dedicano all’adozione, genitori e figli adottivi, ci raccontavano le loro storie, in un modo così semplice e quindi disarmante. Ci sono un sacco di emozioni. I brividi alle guance di quando ho visto i ragazzini delle scuole che ci erano stati indicati come “problematici”, partecipare, pienamente inclusi, senza nessuna fatica alle attività teatrali. La fatica, per trovare le storie adatte per introdurre bambini e ragazzi al tema dell’adozione. Per trattare in modo delicato un tema delicatissimo. Ci sono altre lacrime, scese leggendo libri su questo tema, alla ricerca dell’ispirazione. La gioia nel constatare l’entusiasmo dei docenti teatrali che partecipano al progetto, quando hanno conosciuto i personaggi che avevamo creato. La consapevolezza bellissima (e qui “bellissima” è sufficiente) che è il teatro, come secondo Ingmar Bergman dovrebbe essere, è “soltanto un incontro tra esseri umani. Tutto il resto serve solo a confondere”.

Cosa mi sta insegnando questo progetto? Che da bambina non mi sbagliavo. Che è giusto vivere l’adozione in modo naturale, ma anche che non è così per tutti e occorre lavorare perché lo diventi.

Veronica Scarioni

Segui il progetto qui http://www.alfabetoadozione.it/ e sulla pagina Facebook dedicata

L’Alfabeto dell’Adozione è  vincitore del bando territoriale promosso da Fondazione Cariplo. Italiaadozioni ha come partners del porgetto il Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano, l’Associazione 365GRADI e l’Associazione Teatro Sguardo Oltre.

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