Doppia mamma bio e ado

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Hug, ph Jonathan Lidbeck, (c.c. Flickr)

Parentele di cuore

La mia è forse una voce fuori dal coro, valuterete voi lettori se potrà essere utile la mia non comune esperienza di madre adottiva e madre biologica.

Tale distinguo è per me ininfluente, lo specifico al solo scopo di introdurre il mio racconto.

Mi sono sempre sentita disturbata da affermazioni del tipo: “Sangue del tuo sangue” e “La voce del sangue”.

Un’infanzia non facile e il convivere con diaspore parentali infinite avevano rinforzato o, chissà, generato in me la convinzione che gli affetti non dipendano dal DNA.

La mia fortuna è stata sposare un uomo intelligente che la pensava come me, in tal modo si è formata la nostra famiglia.

Il figlio primogenito arrivato di prepotenza, subito dopo il matrimonio, aveva scombussolato i nostri programmi di giovanissimi sposi, che prevedevano un’affermazione lavorativa prima di mettere su famiglia.

Un bimbo sano, vivace era quindi stato accolto con una momentanea sorpresa, presto seguita dal nostro comprensibile entusiasmo.

Desideravamo due o tre figli, il nostro bambino dichiarava convinto: “Desidero un fratellino o una sorellina, non voglio essere figlio unico”.

Emersero dunque le nostre convinzioni e iniziammo l’iter dell’adozione, peraltro non facile.

Mi sto riferendo a oltre 30 anni fa e l’esperienza genitoriale “mista” era piuttosto insolita.

Parenti e amici ci guardavano con occhi diversi, come se all’improvviso fossimo atterrati da un altro pianeta.

Qualcuno osò accennare obiezioni scontate, frasi originate da luoghi comuni. Queste intrusioni non facevano che rafforzare la nostra volontà.

Solo i miei genitori e mia suocera trovarono il progetto entusiasmante e lo sostennero fin dall’inizio e continuarono a sostenerci per il lungo, lunghissimo periodo di attesa.

Ammetto che non fu facile convincere gli assistenti sociali e la psicologa che la nostra decisione non era quella di due “figli dei fiori” stravaganti, bensì originata da profonda riflessione, dal desiderio comune di formare una famiglia basata su scelte di cuore.

Poco importava se il bambino adottato non fosse stato biondo come nostro figlio, l’avremmo considerato unico e prezioso nella sua individualità.

Eravamo più che mai certi che famiglie d’origine con diatribe decennali e rapporti incancreniti smentissero i legami di sangue.

Ogni traguardo richiede volontà e pazienza. Ne avemmo conferma durante la nostra sfinente attesa, costellata di illusioni e disillusioni.

E’ arrivata!

Il premio superò di gran lunga ogni nostra aspettativa. Una minuscola bambina, vispa, intelligente e bellissima ci attendeva dopo 14 ore di volo.

Frastornati e stanchi facemmo la sua conoscenza subito, all’Aeroporto.

Io mi sentivo ubriaca, mi pareva che da un momento all’altra dovessi smaltire la sbornia e ritrovarmi lucida e senza quella meraviglia che ci era stata consegnata fra le braccia.

Non mi piace colorare tutto di rosa, le difficoltà dell’attesa furono seguite dalle difficoltà dell’inserimento.

Fui messa alla prova da una bambola di soli 7 kg a poco meno di 3 anni di età: morsi e pizzichi propinati con il sorriso in cinemascope, ostinati “no!” di fronte alle situazioni più ovvie.

Ero già madre e ben sapevo che i piccoli sfidano e testano, capivo inoltre la rivoluzione nella vita di quell’esserino che ora era mia figlia.

E’ stata dura, un terreno sconosciuto per me, da scoprire insieme alla mia bambina.

Io, madre adottiva, dovevo riuscire a capire il suo passato per farle vivere il presente e il futuro con noi.

Aveva visto giusto il Giudice del Tribunale dei minori di San Paolo del Brasile, dunque aveva deciso che la nostra piccola venisse inserita in una famiglia con figli, perché vissuta tra i bambini della favelas.

Infatti, per qualche alchimia, i due fratelli si conobbero all’aeroporto di Milano e si innamorarono vicendevolmente.

Nostro figlio, per le lungaggini dell’iter adottivo, era ormai un ragazzino che frequentava le superiori e non ci era stato possibile portarlo con noi in Brasile, perché avrebbe perso l’ultimo periodo scolastico, quindi era rimasto in Italia con mio fratello.

La nostra bambina fece miracoli, voleva parlare l’italiano, ripeteva, a suo modo, le parole che la colpivano.

Ancora ricordo lo sguardo ammirato del Giudice, al momento della sentenza definitiva a San Paolo, quando la piccola gli aveva mostrato orgogliosa il disegno, colorato mentre si svolgeva il dibattitto con il nostro Avvocato patrocinante, infatti porgendoglielo aveva pronunciato con orgoglio: “Farfalla”, corrispondente al suo disegno.

Sono trascorsi 30 anni, i miei figli sono due adulti laureati che vivono in città diverse, ma c’è una rete ininterrotta di telefonate, messaggi, scambio di foto e incontri a casa dell’uno, dell’altra e spesso decidono di trovarsi tutti a casa da me.

Il destino ha voluto che anni fa il padre ed io divorziassimo, ma è rimasto vivo anche il legame dei figli con il papà.

In occasione di matrimoni, Comunioni, Battesimi ci si ritrova tutti, il mio ex marito con la seconda moglie, io con il mio compagno, mio figlio con mia nuora ed il nostro nipotino che chiama nonno il mio compagno, mia figlia ed il suo compagno.

Non siamo la famiglia del Mulino Bianco, ma quando si presentano problemi cerchiamo di risolverli senza astio, magari discutendo, ma con la volontà di arrivare ad un accordo, perché la nostra è una famiglia di affetti e non solo di sangue.

Gabriella Mosso

Ho scritto un libro che tratta la saga della mia famiglia dai primi del ’900 alla mia storia personale, il titolo trae origine dalla composizione della mia famiglia con legami non solo di sangue, ma affettivi: “I miei, i tuoi, i nostri”,  Ed. Araba Fenice, 2017

A proposito dell'autore

ITALIAADOZIONI
Redazione