FIGLI ADOTTIVI A SCUOLA (prima parte)

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The face of engagement, ph Jeff Peterson, (c.c. Flickr)

Faccio parte di quella schiera di genitori che hanno adottato i loro figli, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, quando l’adozione e la scuola erano due mondi a sé. Insieme abbiamo visto, vissuto e contribuito all’ingresso dell’adozione nella scuola (1).

Negli anni, insieme, abbiamo cercato di capire come guidare i nostri figli negli studi. Non sempre è stato facile. Non sempre è stato difficile. Spesso è stato complesso. Molte volte con risultati brillanti.

In questi anni, come genitori adottivi, abbiamo cercato di riempire di contenuti, attraverso l’esperienza, la materia dell’adozione, facendo rete tra noi. Il  nostro “fare” di ogni giorno, di ogni momento, come mamma adottiva, lo ritengo veramente importante,  perché siamo noi  le persone  più di qualsiasi altre,  vicine ai nostri figli, per accogliere, ascoltare, soddisfare, con la mente e con il cuore tutti i loro bisogni, i loro desideri, i loro sogni. Questa rete tra noi genitori, tra cui molti anche professionisti in vari ambiti,  ha messo subito in evidenza che moltissime domande venivano dal mondo della scuola. Il capire e  il riuscire a mettere in campo tutte le nostre risorse sono stati  il nostro motore affinché si formasse un “bagaglio” utile non soltanto a noi genitori ma anche per gli studi in materia di adozione. Ma, per  avere questo bagaglio, sarebbero dovuti passare ancora degli anni e quindi, ancora di più, è stata l’urgenza a spingerci e  a orientarci in una stessa direzione perché i  figli crescono in fretta e delle risposte dovevamo averle subito.  Personalmente posso dire che molte delle risposte le ho trovate non solo nelle riflessioni condivise dell’esperienza comune ma anche nelle letture, negli approfondimenti sull’età evolutiva, sulla vita prenatale, sulla didattica e non soltanto su libri e saggi  che riguardassero specificamente il tema dell’adozione, anche perché in quegli anni non erano così numerosi come oggi. Tutto questo mi ha fatto crescere come persona e come madre   aiutandomi ad  entrare, ogni giorno di più,  in sintonia con i miei figli. I genitori adottivi di oggi, le coppie che oggi si avvicinano all’adozione trovano veramente tanta letteratura in merito, con l’impegno di raccogliere questo importante patrimonio e continuare ad arricchirlo. Un patrimonio a cui, in questi ultimi anni, anche gli adottati  stessi stanno contribuendo a far crescere e   valorizzare.

SEGUIRE I FIGLI NELLO STUDIO

Come tutti i genitori, anche noi genitori adottivi vogliamo “tirare fuori” tutti i talenti, tutte le potenzialità dei nostri figli. Ma allora c’è differenza tra un genitore adottivo e un genitore biologico? Si può parlare di differenza? Secondo me, probabilmente sì, pensando a quando cerchiamo di declinare diversamente le “classiche” modalità educative e formative.  Quello che muove il nostro compito è lo sforzo di capire come un figlio riesca a mettere insieme conoscenze, competenze ed esperienze di vita per costruire insieme a lui, ogni giorno, ogni momento i suoi percorsi di vita e di apprendimento. Noi genitori adottivi conosciamo i nostri figli dal momento dell’ingresso in famiglia e attraverso i ricordi che portano con sé, a volte incerti,  a volte confusi o frammentati, a volte ben nitidi, a volte solo immaginati. Dipende  dall’età. Noi genitori adottivi sappiamo che nel cercare un legame, una sintonia sempre più forti e profondi con i nostri figli dobbiamo creare intorno una dimensione di serenità, di fiducia, di autorevolezza affinché tutto questo si traduca in forza e sicurezza interiore che favorisce (anche) il loro apprendimento. E per questo ci vuole tempo.

Conquistare una competenza quando si parla (anche) di scuola significa mettere insieme conoscenze ed esperienze pregresse, talento e potenzialità che attraversano le emozioni come l’ansia della prestazione che, a loro volta, richiedono attenzione, concentrazione, energie. I nostri figli, per essere al “passo” con gli altri impiegano veramente tante energie. L’impegno per la scuola è una parte essenziale nella crescita, nella formazione di un figlio, di una persona.

Forse la parte più complessa per un genitore adottivo è quella di cercare di vedere il mondo con gli occhi, il cuore e la mente del  figlio per cogliere, ogni giorno, ogni momento i progressi, perché costruiti su percorsi di vita e di apprendimento già in divenire. E, (anche) i nostri figli, hanno bisogno di “leggerezza”, di sperimentare la vita, di giocare e andare al cinema con gli amici.

L’IMPORTANZA DELLE PAROLE

Noi genitori adottivi pensiamo moltissimo a quello che i nostri figli hanno vissuto “prima”, alle parole che hanno accompagnato gli atti del loro accudimento perché attraversano le emozioni, cercando di  capire come comunicare con loro e come loro comunicano con noi.  Ogni parola racchiude un senso, una percezione, un messaggio,  legato  all’ambiente nel quale si vive e alle personali esperienze di vita. Conoscere le parole nel loro significato più profondo, vuol dire costruire  le proprie mappe mentali. Ma le  parole appartengono al linguaggio, alla cultura. Ancora di più quando i figli arrivano con l’adozione internazionale.   «Ma come parla bene l’italiano suo figlio. E pensare che vive qui solo da pochi mesi!» Questa è una delle tante affermazioni che ci capita di ascoltare. I nostri figli, sia adottati “piccoli”, sia adottati “grandi”, imparano velocemente a comunicare, ad esprimersi, con la “nuova” lingua,  per interagire con gli altri,  sforzandosi in ogni modo di farsi capire tanta è la voglia di sentirsi parte di noi. Ovviamente, un bambino adottato “grande” ha già acquisito anche  altri strumenti, oltre a quelli non verbali e legati anche ai movimenti del corpo, alle espressioni, alle emozioni, per accompagnare la comunicazione. Quando si parla di apprendimento, non basta saper comunicare con la lingua. Dire «Ho fame, voglio la pasta» è diverso dal dover imparare termini tecnici legati all’alimentazione scritte sul libro di scienze. Diverso è  elaborare un concetto studiato. Parlare di lingua come strumento di apprendimento e di restituzione del sapere, con un linguaggio “fluido” sia nell’elaborazione scritta che orale invece, richiede tempo. Studi in merito, ci dicono 6, 7 anni. Quindi, per i figli adottati internazionalmente, è importante ricordare che la relazione tra le parole, la formazione  di una frase che diventano, nel tempo, sempre più ampie e complesse, risentono l’influenza della struttura e dei suoni della “prima” lingua madre. Ecco, ancora una volta bisogna considerare il tempo, quello giusto per ognuno, per acquisire parole, quelle parole che “rivestono” i pensieri, quei pensieri che esprimono anche  le emozioni.

Il tempo, quindi, diventa un elemento rilevante quando la lingua madre non è la stessa  lingua dei genitori adottivi,  soprattutto la complessità di questa “doppia lingua madre”. Esperienze di genitori e di figli raccontano del dover  dare “spazio” alla lingua italiana mettendo da parte la “prima” lingua madre, come un passaggio, se così possiamo dire, legato moltissimo anche alle proprie emozioni, alle proprie radici, ai “codici della vita” appresi prima dell’adozione. Esperienze raccontano che bambini e ragazzi adottati internazionalmente, entro la fascia pre-adolescenziale o nei primissimi anni dell’adolescenza, “dimenticano”, ovvero rimuovono la lingua madre, mentre se adottati durante l’adolescenza ricordano la lingua madre. Noi genitori adottivi sappiamo ormai che molti dei nostri figli arrivati con l’adozione internazionale, anche quando rimuovono la loro “prima” lingua madre, crescendo desiderano parlarla di nuovo, e quindi la riattivano anche con l’apprendimento.

Daniela Pazienza

autrice del saggio Adottati e subito a scuola, con la collaborazione di Caterina Stocchi e Anna Rita Zara, mamme adottive,  e la prefazione di Margarita Soledad Assettati

 

Note

(1)   Linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati  Miur 2014

http://www.istruzione.it/allegati/2014/prot7443_14_all1.pdf

 

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