Adozione nazionale: la storia di Margherita II

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Daisy, ph Turinboy, (c.c. Flickr)

Cliica qui per la prima parte della storia di Margherita

Il saluto alla comunità

Come era convenuto, il lunedì pomeriggio la bambina fu riaccompagnata in comunità. Rivide con gioia le sue educatrici, la psicologa e i suoi amici. Nel fine settimana aveva  voluto farsi fotografare nella  casa nuova  e anche nella sua cameretta, accanto al suo lettino, e aveva voluto portare  le foto alla sua psicologa e ai compagni.  Tutti trovarono bello e significativo questo dono e poterono osservare che Margherita li aveva tenuti nella sua mente tutti i giorni.

Finalmente poteva permettersi di mostrare il suo attaccamento alla comunità e anche il suo dispiacere di separarsene.  Lei  lasciava qualcosa di prezioso di sé a tutti: la sua gioia di rivederli e le foto che avrebbero permesso  loro di ricordarla. Tutti videro che la bambina stava bene con Claudia e Giorgio e  che si fidava di loro, che non si allarmavano e non entravano in ansia facilmente. Era evidente che erano contenti di lei  e lei di loro.

La psicologa riferisce ancora: “Margherita era un po’ triste la sera del lunedì, quando i suoi genitori l’hanno lasciata per l’ultima notte con gli amici di anni. Sapeva che il giorno dopo si sarebbero salutati e sarebbe andata anche alla scuola materna per congedarsi dai suoi compagni di classe e dalle maestre. Con me avrebbe dovuto prepararsi lo zainetto con i giochi e i vestiti che voleva portare con sé nella nuova casa.

Si mostrava un po’ arrabbiata con me, perché non la trattenevo e la lasciavo andare e con i genitori che dovevano tornare nella casa in città a preparare il suo arrivo per sempre. Era come se, da sola, non sapesse  bene cosa scegliere. Per questo era necessario che i “grandi” l’aiutassero. Dei “grandi” che fossero in grado di capire come dentro il suo cuore  di bambina si scontrassero  il dispiacere di lasciare quel ‘rifugio’ sicuro che aveva consolato la sua disperazione di prima e  la voglia di andare via, perché ora sentiva di  aver  trovato finalmente  i ‘suoi’ genitori  per sempre. I “grandi” dovevano  liberarla da una  responsabilità troppo grande per lei che aveva solo  cinque anni e dal  conflitto interno che viveva”.

Margherita ha scelto i giochi e i vestiti  che voleva portare con sé con sorprendente chiarezza. Non ha preso niente di quanto le era stato donato dai genitori biologici: “Questo non lo voglio; questo non mi piace; questo non è mio; questo non mi va più bene…”.

Certo, verrà il tempo, prima o poi, nel quale sarà chiamata a elaborare questo evidente risentimento per un amore profondamente mortificato.

A casa con mamma e papà

Claudia e Giorgio sapevano che per qualche settimana avrebbero potuto contattare la psicologa della comunità nel caso si fossero presentate delle difficoltà importanti. Nel frattempo avrebbero contattato il Consultorio della loro città per essere accompagnati nel tempo dell’affido pre-adottivo.

Poco a poco si tessevano i legami fra Margherita e i suoi genitori e cresceva la confidenza fra loro. Non aveva più paura di mostrare le sue fragilità e le nostalgie, che  loro riconoscevano e accoglievano con serenità. Una notte ebbe un incubo molto acuto, dopo un fine settimana trascorso sulle colline del lodigiano, nella casa di vacanza dei genitori. Il luogo nuovo, sconosciuto, forse l’aveva destabilizzata. Si rasserenò presto.

Cominciò a permettersi piccoli capricci.  Il papà un giorno l’aveva richiamata e Margherita  aveva replicato: “Ci vuole pazienza. Sono pochi giorni che sono con voi”.

Qualche giorno dopo, giocando ancora con i cavallini, animandoli con gesti e con parole,  fece dire al puledrino, rivolto  ai suoi genitori: “Non mi dovete abbandonare mai più, avete capito?  Mai più”.

La bambina stava bene e i genitori erano contenti. Era stata accolta con gioia dai nonni, dagli zii e giocava volentieri con i cuginetti.

Per la prima volta, durante le vacanze estive,  vide le montagne e rimase incantata dalla loro meravigliosa grandezza e dai panorami sconfinati che si aprivano davanti ai suoi occhi, camminando  lungo i sentieri.

Al rientro, a settembre, andò volentieri alla scuola materna.

Fu in quel periodo che,  per la prima volta, a bruciapelo, chiese ai suoi genitori: “Ma io non vedrò più la mia mamma?”. Non se l’aspettavano. Furono presi alla sprovvista. La risposta “vera” non era facile. Si fecero coraggio e le dissero, non senza trepidazione: “I giudici ritengono, dopo tante esperienze fatte  e dopo averci pensato parecchio, che per un bel po’ di tempo (non per sempre però!) sia meglio che tu e la mamma non vi vediate”.

Margherita a queste parole sembrò rasserenarsi.

Riannodare i fili della propria storia

La figlia, di lì a qualche giorno, cominciò a dire: “Allora io sono Margherita Bianchi Colombo; la mamma si chiama Claudia Bianchi Colombo e il  papà è Giorgio Bianchi Colombo”, aggiungendo al proprio cognome originario quello dei genitori adottivi.

Riunificava le vite e le storie delle sue famiglie e di parti del sé.

La mamma racconta che, dopo una notte nella quale la bambina aveva  avuto  un altro incubo e si era  rasserenata, lei le aveva detto: “Vedrai, Margherita, che un po’ alla volta le cose si metteranno a posto”. La bambina  le aveva risposto: “Ma io, da sola, non riesco a metterle a posto”.

Il tempo passava.

La bambina, una sera, poco prima di andare nella sua cameretta a dormire, era accanto alla mamma, sul divano. La testa, con i bei capelli biondi, era posata sulla spalla di lei: “Ti piacciono i miei capelli, mamma?”.

“Sono bellissimi, mi hanno incantato fin dal primo momento del nostro incontro. Era mattina e il sole li illuminava nel giardino della comunità”.

“Sono proprio come quelli della mia mamma di prima”.

“Ti ha fatto un bel regalo, doveva essere bella la tua mamma”.

“E il mio nome, mamma, ti piace?

“E’ il nome di un fiore bello e semplice, per questo mi piace. Ricordi?  Papà ne ha portato a casa un grande mazzo il giorno nel quale tu sei venuta a vivere con noi  e, spesso, ancora adesso, nei giorni delle tue feste, ne porta a casa.

“Anche questo nome me lo ha dato la mia mamma”.

L’eredità buona da valorizzare

Climi emotivi e parole che, poco a poco, riannodano fili e ricompongono pezzi di una vita spezzata.

In questa vicenda, raccontata dai protagonisti, che fanno soltanto il loro mestiere di vivere, si può osservare il nascere e lo svilupparsi spontaneo di una integrazione profonda di  vite, di  storie, di famiglie che “il caso” ha fatto incontrare e ora si appartengono.

E questo, sia sul versante della  bambina, che fin dal  primo  incontro può mostrarsi ai genitori con verità sui differenti registri: timore, trepidazione, curiosità, stupore, risentimenti antichi, fiducia embrionale e sempre più aperta…,  sia su quello dei genitori, che non lasciano mai cadere e accolgono, elaborano e condividono sentimenti e pensieri che la figlia manifesta. Non negano, non banalizzano il suo passato, lo riconoscono tutto e lo bonificano, dandogli valore e spessore, perché  lei ha ricevuto anche molte cose buone,  una eredità preziosa  dai suoi genitori “di prima”.

 

Augusto Bonato

Psicologo, psicoterapeuta, già giudice del Tribunale dei Minori

 

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ITALIAADOZIONI
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