Riflessioni sulla paternità

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JUMP!, ph Travis Swan, (c.c. Flickr)

Con un abbraccio globale, dedichiamo a tutti i papà, e ai papà adottivi in particolare, questo articolo di riflessioni sulla paternità. Accanto alla storia personale dell’autore, mettiamo tutte le storie dei papà adottivi che hanno sognato e vivono una vita nuova per quei bambini che sono diventati, grazie al loro amore, figli.

Ho quarantotto anni e sono diventato padre undici anni fa, in Cambogia, in un istituto bruciato dal sole dei tropici, alla periferia di Phnom Penh. Sono divenuto padre abbracciando, Mario, un bimbo di tredici mesi e scoprendo in quell’istante che era mio figlio da sempre e per sempre.

Il destino o il caso hanno voluto che proprio in quei giorni, mentre Mario ci rendeva papà e mamma, venisse concepita Elena.

È successo, insomma, che siamo partiti in due all’aeroporto e che dopo neanche un mese abbiamo ripreso l’aereo in quattro anche se l’ultima arrivata era ancora nella pancia della madre.

Fu un dono, un evento inspiegabile, un qualcosa che trascende la ragione.

A volte ripenso al periodo in cui abbiamo tentato la fecondazione assistita. Ho senza paura raccontato come per una serie di alchimie quel percorso nel nostro caso non ebbe buoni esiti. Forse per noi l’adozione era già destino, forse Elena aspettava Mario per poter nascere. Ma ciò che mi sento di dire è che non esistono ricette, non esistono il giusto e lo sbagliato, non esistono sentieri vietati o raccomandabili. Capita semplicemente che in un modo o nell’altro si diventa padre e madre.

Oggi Mario ed Elena hanno dodici e dieci anni e hanno cambiato la mia vita in profondità più di quanto avrei creduto possibile. A ripensarci non è solo la mia vita che è cambiata, sono io che sono divenuto una persona diversa.

Mi guardo indietro è mi chiedo cosa è per me la paternità.

Mi accorgo che non voglio dare a questa domanda una risposta assoluta e forse neanche avrebbe senso. Posso piuttosto esplorare quello che è per me il significato intimo e personale della paternità. Posso tentare di tratteggiare a parole la risposta emotiva che emerge con forza dal mio interno.

Prima di tutto percepisco me e i miei figli come un’unità indissolubile, un’unità coesa da un grande abbraccio, da una sensazione di calore. Una sensazione ancora oggi uguale a quando erano piccoli e li cullavo per farli dormire.

Allora e oggi nulla è più forte dell’istinto di proteggerli di tenerli al riparo delle mie braccia, di essere per loro come la cinta muraria che protegge la città dagli invasori. Niente è più forte per me del richiamo a frappormi fra loro e il dolore, fra loro e ogni genere di male. Se potessi distoglierei da loro ogni intemperie del destino e fosse mio potere, allontanerei da loro la fine dei giorni.

Eppure in me c’è una spinta discordante.

La spinta a metterli, con saggezza, in pericolo.

La spinta a esporli all’esperienza perché non c’è altro modo per farli crescere che accompagnarli nel mondo là fuori. Non c’è altro modo per estrarre la loro parte più bella e preziosa, la loro natura e le loro più grandi potenzialità. Non c’è altro modo che prenderli per mano e accompagnarli fino all’imbocco del sentiero e poi lasciare che compiano i primi passi da soli. E’ necessario spingerli ad agire nel mondo con le loro azioni e osservare assieme a loro gli effetti che il loro agire ha sul mondo intorno, indurli ad osservare come le altre persone reagiscono alle loro scelte, indurli ad osservare come poi quelle altrui di reazioni agiscono a loro volta su di loro, in un processo complesso, in cui inevitabilmente cambiamo il mondo e il mondo cambia noi.

Spesso mi chiedono qual è la differenza, per me, fra paternità biologica e adottiva. Il fatto, però, è che, in me, questa differenza semplicemente non esiste.

Certo esistono differenze fra Mario ed Elena. Talvolta con lui servono un pizzico in più di attenzione, delicatezza e saggezza. Crescendo lui dovrà sempre più fare i conti con la materia in parte oscura delle proprie origini e ogni volta che accadrà io sarò pronto al suo fianco e lo accompagnerò dove lui vorrà andare.

Certo esistono particolarità in un bimbo che è stato adottato e di conseguenza esistono anche nei suoi genitori, ciononostante la paternità adottiva per me è un fatto assolutamente lucente e l’adozione è la parte più preziosa di ogni genitorialità, anche di quella biologica. Questo perché la presa in carico, la scelta di riconoscere i propri figli è precondizione essenziale di ogni genitorialità. Basti pensare a quanti figli nati in modo tradizionale vengono abbandonati e non riconosciuti.

Per il resto il mio stare con loro è identico.

Da questo punto di vista avere un figlio adottivo e una figlia biologica è un dono, è l’opportunità di scoprire ogni giorno che lei è figlia della carne e lui dell’anima, ma anche è lei figlia dell’anima e lui della carne. L’amore annulla certe differenze.

In ultimo credo che nell’esercizio della paternità, soprattutto in quella adottiva, sia sempre utile l’esercizio della leggerezza.

È molto facile essendo padre adottivo attribuire un significato negativo a determinati eventi. Pensiamo alla classica domanda: “Ma per te è come se fosse tuo figlio?” Prima o poi è una domanda che capita a tutti e allora ti chiedi quante volte avranno la superficialità di porla a tuo figlio e magari tu non sarai lì a dargli una mano. Poi ti accorgi che se tu non hai dubbi, neanche tuo figlio ne avrà o quanto meno ne avrà in misura minore. Ti accorgi che il mondo non ha potere su di noi se noi non glielo concediamo.

Ti accorgi che ciò che puoi fare è lasciare in eredità ai tuoi figli una chiave per interpretare ciò che accadrà e se quella chiave sarà sorridente e ironica per loro sarà un grande vantaggio.

Pensiamo, ad esempio, a una situazione non infrequente: la maestra chiede di portare in classe una scheda con ora, data e luogo di nascita. Tu stai pelando le carote e lui così dal nulla alza il visino e te lo chiede: “Papà a che ora sono nato?” E tu gli rispondi così sui due piedi, senza esitazione, senza tristezza, come fosse la cosa più normale, perché davvero per lui sarà la cosa più normale e bella del mondo, finché tu non ne darai una diversa interpretazione: “Non lo so Mario, non sappiamo l’ora precisa, sappiamo che sei nato il 13.9.2005, ma l’ora la possiamo scegliere. Che dici? A che ora preferiresti essere nato?” Lui mi guarda, sorride, sembra contento di questo gioco, scegliamo un’ora e poi continuiamo a giocare.

Preferisco, un sorriso in più, preferisco un po’ più di leggerezza, preferisco essere un padre che sa prendersi in giro, preferisco ogni giorno scherzare con loro, scherzare sulla vita, scherzare anche sugli sbagli e le paure, preferisco ogni giorno consentire a Mario ed Elena la via fuga della gioia, consentire a loro di essere imperfetti perché anche papà se lo concede. E se anche gli altri dicono una parola di troppo non è certo la fine del mondo.

In fondo, come recita un proverbio, la perfezione porta sfortuna.

Eugenio Gardella

 

Sei Sempre Stato Qui, E. Gardella, Edizioni Frassinelli,  2016

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ITALIAADOZIONI
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