L’incontro adottivo: un’opportunità per genitori e figli

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Natalie Hugging, ph Eden, Janine and Jim, (c.c. Flickr)

Amore, sicurezza, coerenza, stabilità, etc. Cosa serve alle famiglie? Cosa occorre ai figli? E ai genitori? Le famiglie adottive hanno bisogni particolari? Questo articolo mette a fuoco le caratteristiche che contraddistinguono la famiglia che si forma attraverso l’adozione: adottarsi reciprocamente genitori e figli, potenziare ciascuno la resilienza e sostenere l’autonomia dei figli aiutandoli a sviluppare doti e qualità.

Per approfondire il tema della resilienza si rimanda all’articolo “Il posto dell’adozione tra cura e limiti”Seguiranno altri interventi della Dottoressa Facchi sugli aspetti centrali della relazione adottiva.

L’adozione può essere intesa come una condizione nella quale è necessario sviluppare la resilienza. Sviluppare la resilienza e trasformare le difficoltà in risorse fa parte di una sana genitorialità, ma con i figli adottivi è un compito che può richiedere un’attenzione particolare e devono esistere alcune specifiche condizioni, qualità di coerenza, continuità e stabilità nella relazione. E’ importante fornire al bambino un ambiente di sicurezza esterna  sufficiente a garantire – da una parte – la necessaria gratificazione dei bisogni di dipendenza e accudimento, con riguardo  alle esigenze specifiche che hanno origine dalle vicissitudini che hanno caratterizzato la sua vita precedente,  e – dall’altra – offrire quegli stimoli adeguati ad aiutare l’adottato a riconoscere e valorizzare i propri spontanei movimenti verso l’autonomia.

L’incontro adottivo deve essere riconosciuto come un’opportunità di enorme valore sia per l’adottato che per il genitore adottivo.

Scegliere di adottare un bambino può essere una decisione che risponde a diversi bisogni:  può rappresentare il desiderio di allargare la famiglia quando ci sono figli già grandi, può rispondere a motivazioni religiose, sociali, politiche o, più frequentemente, costituire la soluzione a problemi di sterilità di coppia.

E’ fondamentale che la scelta dell’adozione corrisponda ad un bisogno autentico e condiviso all’interno della coppia e non sia invece espressione della necessità di uno dei due membri, a cui l’altro risponde con un’accettazione passiva, benché in apparenza collaborante.

Può essere infatti uno dei due membri, per esempio con il suo bisogno di  maternità o paternità, ad avanzare il desiderio di avviare il percorso adottivo. L’altro, per  svariati motivi, può aderirvi.

E’ molto importante prendere in considerazione le motivazioni alla base del desiderio di adottare un figlio e chi esprime questo desiderio. Per esempio, è colui che si sente responsabile dell’assenza di procreazione per infertilità o al contrario è l’altro che, in seguito ai problemi del partner, sente frustrato il suo desiderio di allargare la famiglia e vuole compensare il deficit imposto dall’altro?

L’adesione al desiderio di filiazione del partner può essere motivata da un senso di colpa per l’infertilità  e/o dal volerlo accontentare e/o assolvere una funzione riparatoria per non deludere le  sue aspettative.

Si tratta di semplici esempi utili per sottolineare la necessità di non sottovalutare le motivazioni all’adozione di ciascun membro della coppia e prevedere tempi e modi per affrontare e elaborare eventuali diversità o conflitti che, se rimangono sopiti, rischiano di compromettere la relazione di coppia e la relazione con il figlio e, invece,  se riconosciuti e considerati non come fattori distruttivi, ma come agenti di cambiamento, possono rinsaldare la relazione di coppia nell’affrontare la scelta adottiva. Raggiungere una condivisione costituisce un obbiettivo fondamentale nella fase di preparazione all’adozione e rappresenta  un fattore protettivo nella relazione genitore–figlio.

Riconoscere  l’incontro adottivo come un’opportunità di enorme valore sia per l’adottato che per il genitore adottivo è di per sé importante, ma senza esagerazioni. Se il genitore ne esaspera il valore può, per esempio, favorire il rischio di un’idealizzazione dell’adozione e l’esclusione o la negazione dell’esperienza che l’ha preceduta,  sia quella dello stesso genitore o della coppia in relazione alla decisione dell’adozione o all’infertilità o alla difficoltà nella procreazione, sia quella del figlio,  in relazione alla sua storia e alle sue origini.

Benefattori e beneficiati

E’ fondamentale la consapevolezza da parte del genitore adottivo di una parità di bisogni, quelli propri e quelli del figlio adottato. È abbastanza comune pensare che i genitori adottivi risultino essere dei benefattori, in quanto offrono al bambino abbandonato un dono: cure e affetto e la possibilità di crescere in condizioni di sicurezza. Meno comune è invece che i genitori considerino la loro posizione di beneficiati, cioè di coloro che ricevono “un dono”.

La convinzione spesso frequente nei genitori: “È una fortuna che tu abbia incontrato noi, deve essere accompagnata da “(…) è anche una fortuna che noi abbiamo incontrato te”.

Il genitore adotta il figlio/il figlio adotta il genitore

Il processo di adozione comporta una dimensione di scambio e di reciprocità: il genitore adotta il figlio, ma a sua volta il figlio adotta il genitore. L’adozione permette ai genitori di essere riconosciuti nella loro funzione procreativa e, in più, consente la possibilità tangibile di realizzare i propri ideali e aspettative nell’ambito della dimensione affettiva familiare. Adottare un bambino, così come del resto avere un proprio figlio biologico, significa confermare l’unità-realtà della coppia, consolidare la definizione di famiglia, assicurandosi un riconoscimento esterno e garantendosi un consolidamento interno per quanto attiene alla sfera dell’identità. Il bisogno della coppia è quello di saturare un vuoto affettivo, molto spesso causato da un impedimento fisico e la presenza del figlio offre la soluzione, consentendo in questi casi la possibilità di andare al di là del limite imposto dalla condizione biologica.

L’adozione, da un certo punto di vista, oltre a rispondere al bisogno di offrire amore e accudimento, favorisce il processo di normalizzazione, rendendo concreta la realtà della famiglia, la continuità della specie, con tutte le implicazioni che ne conseguono; può anche contribuire a dare un senso al proprio destino spostando un po’ più in là il limite della morte.

Il bisogno del bambino, a sua volta, è quello di superare l’esperienza dell’abbandono e trovare, all’interno della nuova famiglia, una condizione di benessere e di stabilità, che in qualche modo lo risarcisca del danno subito. La situazione dell’adozione rappresenta il punto di incontro di questi bisogni reciproci, che devono essere riconosciuti e considerati come dati realistici ed oggettivi.

La relazione genitore adottivo-figlio adottato deve contenere anche questo messaggio/comunicazione: “Io, genitore, sono in transizione e non ti dico: i tuoi genitori sono dei disgraziati perché ti hanno messo sul marciapiede, ma ti dico: noi non avremmo potuto esserci come genitori se non ci fossi stato tu”, oppure “abbiamo tutti e due dei bisogni complementari: noi di accudire qualcuno, oltre ai nostri figli – se ce ne sono – tu di essere accudito”.

Il figlio solo man mano che cresce adotta a sua volta il genitore e lo legittima nella funzione genitoriale.

Senza di noi saresti morto/Tu puoi sviluppare le risorse per non morire

Prendiamo ora in considerazione come il genitore adottivo, con la sua posizione intellettuale ed emotiva, può contribuire alla risoluzione, oppure al mantenimento delle conseguenze traumatiche delle vicissitudini del figlio o addirittura peggiorarle. I problemi sotto discussi possono essere presenti in gradi molto diversi, dall’estremo in cui costituiscono un atteggiamento consolidato all’estremo in cui tale convinzione è presente in modo attenuato, sotto forma di critica, o addirittura è assente.

Ognuna di queste situazioni può verificarsi con diversi gradi di consapevolezza.

 “Senza di noi saresti morto”. I genitori adottivi, quando accolgono un bambino in condizioni di deprivazione psicofisica e di salute precaria, sono inevitabilmente portati ad assumere il ruolo di salvatori. Spesso implicitamente ed in modo poco consapevole, vivono la relazione con il figlio nella convinzione “noi ti diamo quello di cui hai bisogno per sopravvivere e crescere che, senza di noi, non avresti avuto”, che è fondamentalmente equivalente al messaggio “senza di noi saresti morto”.

Questa convinzione comporta dei corollari, anch’essi più o meno espliciti e consapevoli.

“Sono solo io che valgo come genitore” è forse il più frequente e contiene la comunicazione “(…) solo io ti posso crescere”. Questa posizione del genitore, che mette eccessivamente in rilievo le proprie caratteristiche e capacità e troppo poco quelle del bambino, rischia di essere da lui vissuta come “io non valgo niente…non sarò mai nessuno”.

“Il passato è da dimenticare ed è valido solo il presente che ti diamo noi” è una variazione del tema precedente, in quanto porta indebitamente in primo piano la funzione ed il ruolo del genitore, che diviene l’unico artefice del destino del bambino adottato, mettendo in una posizione secondaria non solo l’apporto di altre figure del passato e del presente ma anche le potenzialità stesse del figlio.

Tutto questo crea una situazione artificiale e può favorire un disturbo di sviluppo. Quando tali atteggiamenti assumono una connotazione svalutativa, mortificano il figlio, inibiscono lo sviluppo delle sue potenzialità, delle sue competenze e la resilienza, fino al rischio di un loro arresto. Anzitutto perché comportano una ipervalutazione del genitore e una svalutazione del bambino, svalutazione che assume il significato di un attacco distruttivo alla sua possibilità di costruire una propria personale autostima basata sul riconoscimento realistico delle risorse e potenzialità che possiede per crescere e quindi di una propria personale identità. Inoltre, il bambino sviluppa la convinzione che può vivere solo se continua a dipendere dall’altro. La dipendenza è modificabile invece se gli viene dato il messaggio: “Se io genitore non ci sono, tu puoi sviluppare le risorse per non morire”. E, ancora,  nel ragazzo, un pensiero che consegue a tutto ciò, e che si  riscontra di frequente, anche se spesso poco consapevole, è: “se io vivo solo perché questi mi hanno adottato, se mi emancipo li distruggo come genitori e perdo la possibilità di essere aiutato a vivere”.

Doti e talenti

Una posizione più costruttiva si rileva quando il genitore adottivo vede come proprio ruolo lo sviluppo della resilienza e sostiene il figlio nella scoperta delle proprie attitudini e abilità e lo aiuta a sviluppare doti e talenti: questa è la base per il processo di emancipazione che coincide con la fine della funzione dei genitori in quanto tali.

È possibile realizzare una giusta distanza nel rapporto che garantisca un’adeguata risposta ai bisogni sia di dipendenza che di emancipazione e favorisca la fine della funzione genitoriale e non tanto la fine della relazione affettiva che in quanto tale continua nel tempo.

Per concludere, la condizione dell’adozione comporta di necessità e d’obbligo un lavoro sullo sviluppo della resilienza che riguarda genitori e figli. Fantasie sul passato, paura dell’abbandono, idealizzazioni e svalutazioni coinvolgono tutti e vanno affrontate come processi normali e non come elementi di sofferenza da controllare o negare.

Essere genitori di figli adottivi non è né meglio, né peggio di essere genitori di figli naturali.

Giuseppina Facchi

Psicologa, psicodiagnosta, psicoterapeuta. Già responsabile del Servizio di Psicologia Clinica dell’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale di Crema, ha lavorato nell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

 

 

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