Galeotto fu l’incontro con un bimbo adottato

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_LBW7153, ph US Department of Education, (c.c. Flickr)

Sono un insegnante, mamma e nonna biologica. Ho cominciato a lavorare 26 anni fa, iniziando dalla scuola dall’infanzia ed approdando alla scuola primaria, passaggio e percorso questo che, chiunque voglia dedicarsi all’insegnamento, dovrebbe fare. Ho avuto un’esperienza lavorativa trasbordante di valori umani, di relazioni uniche, di bambini, oramai adulti, che hanno lasciato un segno indelebile nel mio cuore.

Ho sempre creduto, e credo, che alla base del successo formativo ci sia una biunivoca corrispondenza di “amore” fra chi propone e chi apprende. Credo che per ogni bambino si debba avere un “sogno”, ma un sogno diverso per ognuno di loro. Un sogno che, come recita una citazione, permette al bambino di “crescere perché sognato”. Credo che si debba considerare, da subito, il bambino come individuo portatore di bisogni dai quali partire per costruire il percorso di cui ognuno di essi ha diritto per apprendere serenamente. E, soprattutto, che l’insegnamento non sia un pacchetto preconfezionato, ma un’azione da declinare diversamente rispetto ad ognuno di essi.

Nove anni fa, come per le migliori storie d’amore, galeotto fu l’incontro con un bimbo adottato, arrivato da pochi mesi dalla Polonia. Un bimbo con lo sguardo ancora molto diffidente, ma che dimostrò, da subito, una tenacia, una costanza, una voglia di farcela ed una resilienza uniche. Fu amore a prima vista. Fino a quel momento, non avevo avuto la necessità, e neanche la sensibilità, di documentarmi e preoccuparmi su come, ad esempio, la storia personale potesse essere presentata. Non avevo mai riflettuto sul fatto che la prima traccia di sé non sempre coincide con il referto di un’ecografia che la mamma ed il papà, orgogliosamente e gelosamente custodiscono. E che, soprattutto, si può nascere una seconda volta. Da lì, non ho più smesso di occuparmene.

Nel 2014, il legislatore, tendenzialmente disattento e poco incline a rendere, nella pratica, agevole il percorso scolastico dei nostri bambini, emana le Linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati, un documento faro che, tra le tante cose, prevede l’individuazione di un referente di istituto. Al suo esordio, nelle migliore delle ipotesi, ai “Referenti della Disabilità” fu comunicato che si sarebbero dovuti occupare anche di questa “faccenda”. Uso volutamente termini sbrigativi perché l’approccio, come per tante incombenze burocratiche, era questo.

Per me non è stato così: io ho deciso di volermene occupare. Ho ritenuto che tutto quanto aveva migliorato me, rendendomi consapevole, non dovesse andare perso. Volevo comunicare e condividere quanto importante e arricchente era stato “inciampare” in un bambino troppo grande per essere inserito in una classe terza di scuola primaria e per il cui inserimento, dirigente ed insegnanti coinvolti (me compresa), avevano una grande preoccupazione. Un bambino che, con i riferimenti legislativi del momento, sarebbe stato inserito in una classe prima della scuola secondaria di primo grado, inserimento che, di fatto, ne avrebbe decretato il fallimento scolastico, scippandogli, definitivamente, qualunque possibilità di successo formativo.Nel rievocare quei momenti, mi accorgo di non aver rimosso nulla di quelle riunioni concitate, di quella mia richiesta di definire un nostro “protocollo” di istituto che non risolvesse solo la questione del momento, ma ci permettesse di affrontare, con competenza, analoghe situazioni nel futuro.

Nei tre anni trascorsi con lui ho imparato tanto, ho ricevuto tanto, ho fatto tesoro di tutte quelle parole e situazioni da evitare con cura perché, usate con leggerezza, possono riaprire quelle ferite che, quasi avessero autodeterminazione, lentamente tentano di cicatrizzarsi. Ho imparato che il bambino che si sente accolto ed amato, è in grado di parlare anche della sua sofferenza e del suo dolore. Nulla, però, sarebbe stato possibile se con la sua famiglia non si fosse costruita la corretta alleanza educativa, una sinergica e proficua collaborazione nel comune obiettivo di aiutare il bambino nel “tirar fuori” il migliore se stesso. Da lì, la determinazione di fare condivisione di quel prezioso vissuto.

In virtù delle prerogative che il ruolo di referente mi conferiva, ho avviato un censimento in tutte le classi dell’istituto: in una scheda di facilissima compilazione, recapitata all’insegnante coordinatore di classe, veniva richiesto se nel gruppo classe fosse presente un bambino adottato. È stato creato un archivio di istituto dal quale sono desumibili i dati salienti, conosciuti alla scuola, di ogni alunno adottato.

Nel 2016, in sinergia con specialisti del settore medico-sanitario ed amministrativo, che hanno prestato la loro opera a titolo gratuito, abbiamo organizzato un percorso di sensibilizzazione che voleva avere la finalità di divulgare il documento emanato, parlare dei bisogni e delle specificità del bambino adottato ed inquadrare le storie di sofferenza, di abbandoni e deprivazioni affettive dalle quali questi minori provengono. Insomma, cercare di sviluppare, negli adulti educatori, quella sensibilità e consapevolezza necessarie a gestire serenamente il gruppo classe nel quale è presente un bambino adottato e, per parlare in termini matematici, cercare di creare “moltiplicatori” di benessere.

Ad oggi, sono membro del TOC (Tavolo Operativo di Coordinamento), tavolo attivato dall’UST di Pavia, al quale siedono un dirigente, in materia, responsabile presso l’UST, un dirigente dell’ASST, alcuni genitori adottivi ed alcuni insegnanti referenti di istituto come me. Nel tempo, non sono mancati momenti di “vivace dialettica”, ma ci sono state altrettante occasioni di ricco e proficuo approfondimento e confronto. Situazioni nelle quali, i diversi punti di vista hanno dovuto trovare un momento di sintesi. Anche dal TOC è stato organizzato un percorso di formazione e sensibilizzazione indirizzato ai docenti di tutta la provincia di Pavia.

Per concludere, è di una settimana fa, l’ultimo incontro che ho avuto con una futura mamma adottiva: a breve arriverà in Italia il figlio tanto atteso, per il quale abbiamo valutato la migliore delle ipotesi di inserimento nella comunità scolastica. Ho annotato nella mia agenda la data di udienza in Moldavia che decreterà, ufficialmente, la neonata genitorialità e figliolanza. Ci tengo ad augurare loro ogni bene possibile.

Mariagrazia Masulli

docente e referente adozione

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