Adozione nazionale: la storia di Margherita

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Childhood. Summer., ph Ivan, (c.c. Flickr)

La nascita di Margherita

Margherita era figlia di una giovane donna che, poco dopo il parto, aveva cominciato a manifestare tratti depressivi che non erano stati presi in considerazione adeguatamente né dal marito né dalla sua famiglia, che si era opposta alla sua scelta matrimoniale e aveva rotto i rapporti con lei. I sintomi della patologia si aggravavano.

Talvolta aveva  comportamenti e fantasie persecutorie deliranti. Spaventata all’idea che la figlia fosse denutrita e potesse morire di fame, la forzava a mangiare una quantità di cibo impossibile, fino a provocarle il vomito.  Rifiutava con ostinazione ogni cura e ogni aiuto.  Il clima di casa diventava  sempre più difficile. Il marito, persona fragile e dipendente, era ritornato a vivere con i suoi genitori.

I Servizi di territorio, per circa due anni, cercarono di sostenere la giovane mamma nella cura della piccola, nei limiti che lei tollerava.  Un paio di volte  espose la bambina a gravi rischi per la sua incolumità. A questo punto il Tribunale per i Minorenni decise, d’accordo con i Servizi, che Margherita venisse allontanata da casa e collocata presso una piccola comunità accogliente e professionale  e che le visite della mamma fossero opportunamente osservate da una educatrice. La bimba aveva allora tre anni.

Margherita va in comunità

La mamma perseverò nel rifiuto di ogni cura e le sue visite in comunità si fecero sempre più difficili e preoccupanti. La piccola ne usciva stremata e spaventata. Piangeva, aveva incubi notturni e non la  voleva più vedere. La mamma non era  cattiva,  era malata;  aveva avuto una vita difficile in famiglia. Si era sposata giovanissima con il primo ragazzo che le aveva mostrato simpatia, soprattutto per andarsene da casa. Era sensibile e tenera, ma incapace di accudire la figlia in modo sicuro e sereno.

Dopo due anni di inutili tentativi per migliorare la situazione, il Tribunale decise che la bambina dovesse andare in adozione e avere una famiglia che le restituisse serenità e gioia di vivere.

Margherita era intelligente, docile e aveva una memoria sicura e puntuale di ogni cosa; sapeva giocare e fantasticare, era dotata di competenze cognitive, motorie e prassiche adeguate alla sua età. Frequentava con interesse la scuola materna. Aveva buoni rapporti con i compagni e le educatrici; sembrava però che fosse incapace di spontaneità negli affetti. Temeva di legarsi a qualcuno in particolare e  di poter essere rifiutata se non si  fosse mostrata abbastanza brava.

Informata con delicatezza  dalla psicologa responsabile della comunità che  il  giudice dei bambini intendeva  cercarle  due genitori nuovi che fossero quelli proprio “giusti” per lei, dopo un lungo  silenzio pieno di pensiero,  manifestò una timida,  sincera disponibilità. Le dissero che ci voleva un po’ di tempo perché il giudice e la sua assistente sociale  trovassero la nuova mamma e il nuovo papà “giusti”.

Arrivano mamma e papà

Quando il giudice e l’assistente sociale ritennero che Claudia e Giorgio andassero proprio bene, la prepararono all’incontro con loro. Li aspettava con evidente emozione.

“Quando li ha visti -  riferisce la psicologa – mi è salita in braccio e, così rassicurata, ha cominciato  a osservarli timidamente. Loro sono stati  rispettosi, delicati. Le hanno detto i loro nomi. Incoraggiata da me, ha pronunciato sottovoce il proprio. Allora le ho proposto:”Facciamo vedere a Claudia e Giorgio la tua casa di adesso?” E’ scesa dalle mie braccia e, per mano, ci siamo avviate prima verso il giardino, poi al piano terra e infine verso le camerette dei bambini al  primo piano. Ha indicato il proprio lettino e quello dei suoi due compagni. Ha presentato  per nome i  suoi peluche. Il clima si stemperava e Giorgio e Margherita  si sono messi a terra a costruire insieme un puzzle, mentre Claudia e io ammiravamo i loro progressi”. A un certo punto, spontaneamente, ha cominciato a chiamarli “mamma” e “papà” e, di lì a poco, ha detto che anche lei avrebbe voluto vedere la loro casa.

Al primo congedo, verso sera, la bambina si è rattristata. Ma sapeva che l’indomani i due sarebbero  tornati, e anche giovedì e venerdì. E il  sabato, se tutto fosse andato bene e lei fosse stata  d’accordo, avrebbe potuto  trascorrere il fine settimana nella nuova casa con loro. Quando  siamo rimaste  sole, Margherita mi ha detto: “Sai, il mio papà nuovo sa giocare con me. Quello vecchio non sapeva giocare”. Ha dormito tutta la notte. Si è svegliata alle sette e aspettava con desiderio l’arrivo dei “genitori”.

La nuova casa

Nei giorni seguenti, la bambina stava bene e non manifestava particolari problemi. I genitori vivevano dentro questo progetto di vita, consapevoli e contenti. Avevano una buona intesa con lei. La sera del sabato  era nella nuova  casa e nella sua  cameretta, con Claudia e Giorgio. In quel momento, però, avrebbe voluto tornare in comunità insieme ai suoi amici. Ha fatto un gran pianto, ed è stata teneramente rassicurata. Ha preso sonno alle dieci e ha dormito tranquilla tutta la notte.

Hanno trascorso belle giornate assieme: giochi all’aperto nei giardini con altri bambini  e passeggiate. Claudia e Giorgio hanno notato che la bambina si dava da fare per compiacerli, specie nel mangiare. L’hanno rasserenata in merito al cibo, perché loro non erano affatto preoccupati: mangiasse pure quanto desiderava e le era gradito. Le avrebbe fatto sicuramente bene.

Nel gioco affiora la storia di Margherita

Un pomeriggio, sul divano in salotto, Margherita ha fatto un gioco con alcune famiglie di cavallini. I genitori, accanto,  osservavano  questo “teatro della mente” e cercavano di capire. C’era una cavalla che sferrava dei calci violenti al suo puledrino per allontanarlo da sé. Il piccolo cercava di riavvicinarsi  e lei lo spingeva ancora più lontano.

“Ma perché colpisce così il suo piccolo?”,  ha chiesto Claudia.“Perché lui è cattivo e disobbedisce sempre, e non mangia tutta la pappa che  gli prepara”. E Claudia: ”Ma non c’è il papà in questa casa”? – “No, perché la  mamma lo ha cacciato via”. – “Beh, allora facciamo un gioco  nuovo nel quale il papà rimane in casa e aiuta la mamma e il cucciolo”, ha completato Claudia, e ha aggiunto: ”Capita  talvolta che le mamme perdano la pazienza  e si arrabbino,  ma poi  sanno perdonare i  figli, e far pace con loro”. La bambina, ferita: ”La mia mamma di prima, no”.

I parte  (la II parte verrà pubblicata nel prossimo fine settimana)

Augusto Bonato

Psicologo, psicoterapeuta, già giudice del Tribunale dei Minori

 

A proposito dell'autore

ITALIAADOZIONI
Redazione