Il mio posto nel mondo

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The road to nowhere, ph Bartlomiej Mostek,(c.c. Flickr)

Ci chiediamo spesso: cosa spinge ad un certo punto la nostra mente e la nostra mano a scrivere? A mettere nero su bianco sentimenti, emozioni, esperienze per condividerle con gli altri? Lo chiediamo sovente ai nostri generosi autori, siano essi genitori o figli, operatori psicosociali o educatori. L’abbiamo chiesto in modo diretto, ma con enorme rispetto, al giovane autore di questa testimonianza e lo ringraziamo per la sincerità della sua risposta: “Io vorrei rivolgere  il mio scritto a tutti i giovani adottati, che si domandano se il loro posto nel mondo è quello dove sono nati o quello in cui sono stati accolti in adozione”.

Molto spesso a me viene chiesto se abbia mai  avuto problemi in famiglia, a scuola, o nella vita in generale.
Per quanto mi riguarda, non ho mai vissuto particolari situazioni di disagio in nessuno di questi ambiti, anzi, ho sempre avuto pieno sostegno, sono sempre stato trattato in egual modo, se non addirittura con occhi di ammirazione.
Il mio articolo, vuole più che altro sottolineare una cosa secondo me più importante, in cui io mi sono imbattuto.
Quella sensazione di essere completi, di essere a casa propria, che penso molti ragazzi adottati, fanno fatica a trovare.
Io sono stato adottato in Polonia, all’età di 5 mesi, ero praticamente appena nato quando accadde, e venni a sapere della mia adozione a 5 anni, quando per caso, durante una discussione tra alunni/bambini della materna ci si imbattè nella tematica delle adozioni di cani e gatti.
Un bambino, sicuramente avendolo sentito dalla madre, disse ad alta voce che la mia adozione, era identica a quelle dei cuccioli di animale.
Questo episodio mi portò alla consapevolezza di essere adottato sin da subito, il che ha un vantaggio temporale nella metabolizzazione dell’essere adottato, ma dall’altro uno svantaggio, quello di sentirsi soli, di non appartenere a nessuno, se non a se stessi.
Man mano che crescevo, da quel giorno, ho sempre più nutrito una sorta di distacco dai rapporti con gli altri, quasi come ad evitare un eventuale distacco ipotetico in un futuro.
Nonostante tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita, non mi abbiano mai trattato come “diverso”, io ho cercato in tutti i modi di non legarmi a loro.
Ecco io, sono arrivato a chiamare questo mio atteggiamento “trauma da abbandono”, e questa penso che sia la sensazione che mi abbia influenzato, e che mi influenza tutt’ora in maniera quasi naturale.
All’inizio, prima di ritrovare le mie origini, pensavo che questo “trauma” potesse essere guarito solamente rispondendo alle domande che mi tormentavano giorno dopo giorno e durante la notte: è l’Italia la mia vera casa? oppure se un giorno dovessi ritornare in Polonia, il mio DNA mi farà capire che ho passato tutta la mia infanzia in un posto non mio?
Non mi sono mai sentito completamente a casa in Italia, non per mancanze di due genitori meravigliosi, ma per qualche strano istinto interiore.
Dopo lunghe ricerche effettuate in solitaria, tramite ambasciate, e consolati, il destino mi ha portato a ritrovare mia sorella, un giorno, per caso, mentre assumevo personale per conto dell’azienda per cui lavoravo a Londra ( lo so il destino è strano).
Il giorno che la incontrai, lei tenne un colloquio di assunzione con me, io ero a conoscenza del mio cognome naturale, e quindi sapevo che lei avrebbe potuto essere una mia parente, essendo anche lei proveniente dalla Polonia, per giunta della stessa mia città di nascita.
Trovai il coraggio di chiederle nel post colloquio di più sulla sua vita, e dopo poco venni a scoprire che anche lei era in cerca di un fratello dato in adozione.
Quel fratello ero io.
Da lì in poi, lasciammo tutti e due l’intenzione di vivere in Inghilterra, per tornare insieme in Polonia.
Lei mi presentò tutto il resto della mia famiglia, e restai lì con loro per un mese cercando le risposte alle domande che mi ero sempre fatto.
Ma niente, nemmeno lì ero pienamente me stesso.
Il lavoro poi mi ha portato nei più disparati posti dell’Europa, ma di quel posto così idilliaco neanche l’ombra.
Tutto è cambiato quando ho cominciato a scavarmi dentro, ad esplorare i miei lati più intimi quelli che, penso, noi adottati, abbiamo tutti ma in cui non vi vogliamo entrare per paura.
E lì, solamente lì, ho capito che l’unico vero posto che posso chiamare casa, è il mio cuore e il mio io interiore.
Noi viviamo una intera vita fatta di dualismi: tra una vita stoppata dall’abbandono e una seconda vita iniziata con una adozione, tra l’inseguimento delle proprie origini semi-sconosciute, e la costruzione di un futuro di per sé incerto.
Ecco, se capite che tutto questo non è un problema, ma semplicemente una parte integrante di voi stessi, allora lì troverete la pace, troverete la soluzione ad ogni vostro disagio.
Troverete casa vostra.
D’Imperio Andrea

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ITALIAADOZIONI
Redazione