Desiderare l’adozione

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Posing With The Dinosaur, ph Henry Burrows, (c.c. Flickr)

È una vita un po’ rocambolesca, lo ammetto.

Siamo diventati genitori in Colombia in un modo tutto particolare, come ogni famiglia adottiva.

Una gravidanza durata anni, un travaglio segnato da incredibili doglie e un parto di pochi secondi. Un viaggio lungo, lontano da casa, lontano delle proprie sicurezze ma soprattutto fuori dai propri schemi  (per l’esperienza di viaggio in Colombia clicca QUI).

Così è stato anche per noi, che nel 2013 abbiamo adottato Miguel Angel, di un anno. Un tipo decisamente poco raccomandabile, bogotano del Bronx. Spendeva il suo tempo quasi interamente stando attaccato alla macchinetta dell’ossigeno e rimirandosi le scarpe (rubate a Felipe). Poi nel 2016 siamo tornati in Colombia per prendere Moisés David, di un anno e mezzo. Un cicciotello negretto del Caribe, un ballerino nato che si faceva chiamare “Gordito”. Era il suo nome d’arte. Spendeva il suo tempo sudando e mangiando banana fritta, forse per risollevarsi dall’elevato rischio neurologico segnalato sulla scheda sanitaria.

Come ogni famiglia adottiva, abbiamo vissuto un’esperienza straordinaria, di quelle che ci resti un po’ sotto. Infatti ci siamo innamorati della Colombia, ma soprattutto ci siamo innamorati di quella sensazione frenetica e pazzoide che provi quando ti rimetti in cammino senza sapere bene a cosa andrai incontro, ma con la certezza che ne sarà valsa la pena.

Diventare genitori, ancora e ancora, accogliere nel seno un bimbo che attende e che non può attendere oltre. Non più. Lasciarsi sorprendere da lui, dal suo sorriso o dal suo pianto. In ogni caso dalle sue peculiarità, dalla sua incredibile bellezza. Dice: come fai ad essere così sicuro che sarà stupendo? Le cose sono due: o siete degli incoscienti o siete dei pazzi. Oppure siete due che non smettono di sognare.

La parola “Desiderare”, etimologicamente (= de sideràre), significa “fissare attentamente le stelle” [lat. sidera]. E il desiderio, come le stelle, orienta i naviganti. Il desiderio in sé non è il fine, è l’orientamento. È la direzione che ci spinge in avanti.

Può darsi che quello che desideriamo – proprio per un principio di realtà – non lo potremo mai ottenere. Ok, non tutto è possibile, ci sta. Ma ciò che importa è il fatto che quel desiderio orienta lo scorrere della nostra vita, il parlare, il fare e tutta la gamma delle sfumature possibili in cui possiamo volerci bene.

La scorsa estate, passeggiando lungo mare, io e mio marito disquisivamo amabilmente (e ci credo amabilmente, i bimbi li avevamo lasciati con nonni, palette e secchielli). Si diceva che il nostro desiderio è per le cose grandi. Vorremmo di nuovo muoverci verso qualcosa di grande, ancora e ancora. Non ci basta.

Santa Caterina da Siena diceva “Non accontentatevi delle cose piccole, Dio le vuole grandi”.

E caspita se abbiamo nel cuore un desiderio grande! Della serie che se vincessimo alla lotteria non esiteremmo a ripartire con la terza domanda, anche se avremmo un po’ paura che la psicologa del servizio adozioni – così come anche i nostri genitori o il datore di lavoro – non reggerebbero il colpo.

Scherzi a parte: non credo che ripartiremo mai per la terza adozione, ma quel che importa è che proprio questo desiderio, questa aspirazione alta è capace di orientare verso il meglio il nostro vivere, le nostre fatiche e tutta la gamma delle sfumature possibili in cui possiamo amarci, scusate se mi ripeto.

Miguel e Moisés hanno rispettivamente 5 anni e mezzo e 3 anni e mezzo. Sono due bimbi scatenati, vivacissimi, intelligenti, simpatici e seduttori. A casa nostra c’è sempre una gran confusione. Chi urla, chi lotta, chi corre, chi salta dal tavolo al divano con un ululante balzo. È una questione di natura, natura animale intendo. Leoni, dinosauri, lotte e rincorse tutto il giorno. In casa nostra ogni mattina un figlio si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del fratello, eccetera eccetera. Da noi si ruggisce, o ci si muove da una stanza all’altra con il passo del t-rex (tipo me sui tacchi) si fa il verso del triceratopo e si rotea il collare osseo in segno di minaccia. Ma principalmente si possono sentire dei sauro-ruggiti. Anche se, studiando, abbiamo scoperto che i dinosauri emettevano suoni starnazzanti, non ruggiti. Ma fa lo stesso, la reinterpretazione dei nostri tirexxini è di tutto rispetto. Noi sappiamo tutto dei dinosauri perché a partire dai 4 anni Miguel ci è andato in fissa. Esiste una bibliografia completa sull’argomento. Sta a casa nostra, nella stanza dei bimbi. Miguel ha studiato così tanto che è in grado di rappresentare il passo del t-rex a riposo, t-rex al trotto, t-rex al galoppo. Che c’è differenza, eh.

Ecco, la nostra vita è diventata assolutamente rocambolesca. Niente di controllabile, niente di pianificabile, niente di perfetto. Niente di facile.

Abbiamo cercato di raccontare come sono andate le cose in un libro intitolato “Questa navicella sta entrando in orbita” (Tau Editrice, 2017): il diario di bordo della nostra navigazione. La cosa curiosa è che mentre lo scrivevamo in diretta dalla Colombia, spesso lo abbiamo fatto con la frustrazione tipica che si prova quando le cose non sono per niente come vorresti che fossero (quando non sei la mamma perfetta che vorresti essere… tanto per fare un esempio). Ebbene, proprio mettendo nero su bianco il rapporto tecnico di quel “tilt” familiare, paradossalmente ci rendevamo conto di quanta bellezza ci fosse in tutto questo. È stato consolatorio e rivelante.

Abbiamo scoperto che non serve essere perfetti, perché si può stare in equilibrio anche sopra il #rocamboleskin (termine coniato da noi il 1° gennaio 2018), purché sia in equilibrio il cuore. Non serve che le cose siano facili, basta che siano felici. Questione di stelle, dinosauri ed altre strane avventure.

Michela Serangeli

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ITALIAADOZIONI
Redazione