Brodzinsky e le nuove frontiere dell’adozione

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Il C.T.A. Centro Terapia dell’Adolescenza ha organizzato il seminario tenuto dal prof. Brodzinsky “Nuove frontiere dell’adozione” a cui abbiamo avuto il piacere di partecipare.  Ascoltare i mutamenti sociali ed interrogarci responsabilmente su come impattano sull’adozione ci pare importante per poter riflettere insieme, nella nostra libertà individuale e con la nostra sensibilità personale.

Le “nuove” frontiere a cui il titolo del seminario si riferisce sono tali per l’Italia; il prof. Brodzinsky ha infatti trattato due temi caldi nella discussione sull’adozione nel nostro Paese: l’adozione “aperta” e l’adozione per le coppie omosessuali, o meglio LGBT, che lui individua meglio con la definizione di “minoranze sessuali”.

Il prof. D.M. Brodzinsky è un esperto a livello mondiale di psicologia nell’ambito dell’adozione, essendosi occupato di studiare tutti i fronti di questo piccolo mondo, cioè non solo i figli adottivi ma anche i genitori, sia adottivi che naturali, e le loro interazioni, prevalentemente nella realtà statunitense che peraltro presenta molte differenze rispetto a quella di altri Paesi, tra cui l’Italia. Numerose sono le sue pubblicazioni in materia, da “The psychology of adoption”, a “Being adopted, the lifelong search of self”, fino al più recente “Adoption by lesbians and gay men: a new dimension in family diversity”.

Riguardo all’adozione aperta, il prof. Brodzinsky ha esposto la situazione statunitense, in cui l’adozione può avere diversi aspetti: ci sono madri biologiche che si rivolgono ad agenzie private per dare in adozione i bambini di cui non possono occuparsi (e sussiste anche la possibilità che scelgano i genitori adottivi per i loro figli), poi ci sono i bambini sottratti dai servizi sociali a famiglie disagiate e che vengono dichiarati adottabili, infine c’è la possibilità dell’adozione internazionale.

Soprattutto nel primo caso, le adozioni sono “aperte”, nel senso che la famiglia adottiva resta in contatto con la madre (o la famiglia) di origine, ed in ogni caso non vige negli Stati Uniti la segretezza dei dati relativi ai genitori naturali che vincola le ricerche dei figli adottivi qui in Italia, anche se lo studioso precisava che esistono Stati degli USA in cui non si può accedere al certificato di nascita, e quindi non è possibile risalire ai nominativi dei genitori naturali per via legale.

Brodzinsky articolava la sua esposizione facendo forza su due punti essenziali: i suoi studi, che dimostrano che i bambini che vivono l’adozione aperta non presentano problematiche diverse da quelli che non entrano più in contatto con la famiglia di origine dopo l’adozione  e la possibilità, attraverso i social media, di effettuare ricerche, autonome o mediante vere e proprie agenzie investigative, al fine di individuare almeno qualche membro della famiglia “naturale”.

Brodzinsky peraltro faceva molti distinguo: l’ “apertura”  va considerata non solo in senso strutturale, cioè con una reale frequentazione tra le due famiglie, ma anche e soprattutto in senso comunicativo, cioè la famiglia adottiva deve saper parlare al figlio adottivo delle sue origini, il più possibile senza esprimere giudizi negativi che possano intaccare l’autostima del bambino. Questo compito diventa ovviamente più delicato nel caso di famiglie di origine con gravi problemi sociali o sanitari (prostituzione, violenze, abusi sessuali, tossicodipendenza, etc.); lo studioso focalizzava l’attenzione proprio sull’aiuto ed il sostegno che va dato da parte degli psicologi ai genitori adottivi, perché trovino la maniera più empatica e meno traumatica per comunicare con i loro figli, individuando anche i tempi più adeguati (la modalità comunicativa deve naturalmente variare in base all’età dei bambini, sia al momento dell’adozione che durante la loro crescita).

Data la disponibilità del prof. Brodzinsky agli interventi e alle domande dal pubblico gli abbiamo chiesto se vede, nella realtà italiana tanto diversa da quella statunitense, l’utilità e la possibilità di adozioni “aperte”; ci ha risposto che per quanto riguarda la nostra situazione, lui considererebbe soprattutto la possibilità dell’apertura comunicativa, più che di quella strutturale, ed ha insistito su ciò che dimostrano i suoi studi riguardo all’assenza di carenze della stabilità del rapporto con i genitori adottivi da parte di quei bambini che hanno vissuto l’esperienza della adozione aperta.

La seconda parte del seminario ha riguardato le adozioni da parte di coppie appartenenti a minoranze sessuali, che vengono individuate con l’acronimo LGBT (persone “Lesbian, Gay, bisexual transgender”), possibili nei Paesi che hanno reso legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso, tra cui gli USA, ma non l’Italia. Ha chiesto alla platea, un po’ provocatoriamente, quali pensiamo siano i fattori che ci impediscono di pensare serenamente ad adozioni di bambini da parte di coppie appartenenti a minoranze sessuali, e ha focalizzato l’attenzione su alcuni stereotipi, smantellandoli con le sue ricerche. Gli stereotipi riguardano soprattutto l’orientamento sessuale dei figli di coppie omosessuali, che non risulta essere statisticamente differente rispetto a figli di coppie non omosessuali, e la presunta “pedofilia” degli omosessuali: le coppie LGBT presentano un normale attaccamento ai loro figli e si dimostrano protettivi e affettuosi senza alcuna differenza sostanziale rispetto alle altre coppie. Studi del prof. Brodzinsky dimostrano infatti che non sussistono differenze nel’adattamento emotivo (per esempio, depressione, autostima, benessere generale) tra genitori di minoranze sessuali e genitori eterosessuali; che non c’è nessun legame tra condizione di minoranza sessuale e abuso sessuale su minori; e infine che non si rileva alcuna differenza nelle competenze, abilità e comportamento genitoriale tra i due gruppi di genitori: i genitori di minoranza sessuale mostrano livelli di affetto e comportamento focalizzato sul bambino comparabili con quelli di genitori eterosessuali. Rispetto alle coppie eterosessuali le coppie LGBT presentano anche delle risorse: essi tendono ad esempio a condividere l’educazione dei figli e le responsabilità domestiche più equamente rispetto a mogli e mariti eterosessuali; i figli di coppie di minoranza sessuale, pur sperimentando provocazioni omofobiche, non mostrano evidenza di problemi di adattamento, sperimentando in famiglia maggiori capacità di reazioni positive all’omofobia. Nei suoi studi, infine, riguardo all’apertura dell’adozione rispetto alle famiglie di origine dei figli adottati da coppie LGBT, Brodzinsky non ha rilevato differenze significative rispetto a quanto accade alle coppie di genitori adottivi eterosessuali, rilevando che la qualità della relazione nelle famiglie adottive con genitori LGBT si colloca prevalentemente su un livello buono/eccellente.

Il prof. Brodzinsky, nell’ultima parte del seminario, ha focalizzato l’attenzione sulle competenze che sempre di più saranno richieste agli operatori nel settore dell’adozione: in primis, migliorare la consapevolezza degli esperti riguardo ai loro stessi sentimenti e preconcetti rispetto alle minoranze sessuali, promuovendo tolleranza e accoglienza verso questa tipologia di genitori, anche mediante gli studi che dimostrano sia le similitudini rispetto ai genitori eterosessuali sia i pregi e le potenzialità delle coppie adottive LGBT; gli operatori del settore dovranno essere in grado di affrontare adeguatamente le fasi di pre e post adozione dei bambini adottati da coppie appartenenti a minoranze sessuali, ponendo attenzione anche alla informazione che andrà data in queste famiglie rispetto all’orientamento sessuale della coppia adottiva, al grado di supporto presente nelle famiglie e nell’ambiente in cui vive la coppia adottiva, alla reale esistenza di un “coming out” dell’orientamento sessuale della coppia e alle capacità di aiuto che queste coppie saranno in grado di dare ai loro figli adottivi nei confronti di provocazioni omofobiche. Gli esperti dovranno indicare a che età e con quale modalità preparare i figli di genitori di minoranza sessuale alla loro condizione, cercando di comprendere quanto il bambino sia in grado di capire riguardo alla sessualità e a credenze e atteggiamenti nei confronti di gay e lesbiche, e che aspettative possa avere, prendendo in considerazione anche l’eventualità che il bambino rifiuti la “collocazione” presso una coppia LGBT.

Il prof. Brodzinsky si è informato sulla possibilità in Italia che una coppia omosessuale adotti un bambino: gli è stato spiegato che l’adozione può avvenire solo, e come caso particolare, da parte di genitori single, e che legalmente il compagno/la compagna di un genitore naturale omosessuale può chiedere l’adozione del bambino, sempre come caso particolare, considerando le recenti sentenze che hanno consentito anche a coppie omosessuali di vedere applicato l’istituto giuridico della “stepchild adoption”, in vigore dal 1983 (L184/1983) ma finora utilizzato solo per coppie eterosessuali: la legge consente l’adozione del figlio del coniuge, con il consenso del genitore naturale, solo se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio. Dal 2007 la legge è stata estesa alle coppie eterosessuali conviventi e, a seguito delle sentenze del Tribunale dei Minori di Roma del 2014 e 2015, secondo cui l’orientamento sessuale non è carattere ostativo all’adozione, è stato possibile a compagne di madri naturali essere dichiarate madri adottive del figlio/figlia della loro partner. Più complesso appare in Italia l’iter per coppie di uomini gay, vista la non legittimità in Italia allo stato attuale del cosiddetto “utero in affitto”, cioè della maternità surrogata che consente ad un uomo omosessuale di avere un figlio al di fuori del suo rapporto di coppia.

Le indicazioni del prof. Brodzinski sembrano quindi al momento non applicabili alla realtà italiana, ma “portiamo a casa” sicuramente un concetto importante: in generale, ai figli adottivi bisogna far capire di essere figli come tutti gli altri, che sono nati anche loro “naturalmente” dal ventre di una donna fecondato da un uomo, e che facendo parte di una famiglia adottiva non sono portatori di una “eccezionalità”, poiché nel mondo le famiglie possono avere tante caratteristiche diverse, ma con un’unica prerogativa imprescindibile: l’amore per i propri figli, con il desiderio che crescano sani e felici e che possano seguire le loro inclinazioni ed i loro interessi, anche e soprattutto quando questi non corrispondano a quelle dei genitori.

Paola D’Antonio

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