Le competenze nell’adozione: nuove sfide per gli operatori

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La testimonianza diretta della pedagogista Greta Bellando,  presente al seminario del Professor Brodzinsky, ci offre l’opportunità di evidenziare, attraverso le affermazioni dello stesso luminare della “psicologia dell’adozione”, che le famiglie adottive sperimentano delle “sfide aggiuntive” e per quanto formate abbisognano di operatori aperti ad esplorare speciali competenze. Il rischio altrimenti è quello di restare in sosta sopra un’idea, un modello, e non calarsi mai nella storia, nella vita.

La possibilità di seguire un seminario tenuto dal Professore statunitense David Brodzinsky è un’occasione “preziosa al quadrato”, non solo per essere il “Padre fondatore” della Psicologia dell’adozione e dell’affido, ma anche per la sua straordinaria capacità comunicativa.

Lo avevo già incontrato nel 2014, in un’occasione analoga, sempre presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e come allora ho apprezzato l’incontro che sarebbe potuto durare con interesse sino a tarda serata.

Al centro del seminario: le famiglie e il benessere dei bambini in adozione, a fianco la necessità di poter incontrare professionisti appositamente formati in merito alle tematiche adottive.

Il seminario dal titolo “Promoting adoption clinical competence for mental health professionals” ha messo l’accento su un tema attuale legato alla necessità di avere nel mondo del sociale sempre più professionisti con competenze specifiche in materia adottiva, dato che questa esperienza prevede delle “sfide aggiuntive”.

Nel corso di un convegno tenutosi lo scorso anno con il Professore Palaçios, altro grande professionista del panorama adottivo, parlando del fenomeno dei fallimenti adottivi, aveva  riportato il dato che, la stragrande maggioranza delle famiglie, che aveva vissuto questa esperienza aveva incontrato dei professionisti, questi però non avevano una competenza specifica nell’adozione.

La famiglia adottiva è portata ad affrontare molte sfide nella propria genitorialità, per questo è più predisposta a cercare aiuto, rivolgendosi a professionisti, che però spesso non conoscono le sfide specifiche di questo percorso di vita. Quando l’esperienza adottiva non viene compresa le famiglie tendono a sentirsi incolpate per quanto sta loro accadendo, oppure percepiscono un senso di giudizio nei loro confronti.

Dalla sua esperienza clinica il Prof. Brodzinsky ha riportato quanto, molto spesso, chi non conosce l’adozione non comprenda a fondo il tema delle “origini”, ovvero la necessità di far luce su quel prima che seppur parte del passato ha e avrà un valore importante per la costruzione del futuro.

In una recente ricerca condotta da un centro adozione statunitense con 485 famiglie adottive, è emerso che l’81% di queste era seguita da un professionista. Di questi solo il 25% ha riportato di aver avuto a che fare con un professionista competente in adozione, il 50% ha detto che alcuni erano competenti in adozione mentre altri non abbastanza ed infine il 25% ha riportato che nessuno dei clinici incontrati era competente in materia adottiva. In un altro studio nell’80% dei casi le famiglie hanno riportato di aver dovuto incontrare prima un clinico e solamente con un secondo erano riuscite a trovare un livello di sensibilità e competenza in materia.

Nell’accogliere l’adozione ed i suoi protagonisti non si può prescindere dal prima, poiché anche “l’assenza” di informazioni è in realtà una “presenza” importante con cui prima o dopo sarà necessario fare i conti. Nella mia personale esperienza nell’accogliere le voci dei tanti adottati adulti ho compreso con forza quanto l’esperienza adottiva lasci necessariamente una traccia di sé, che può  comparire e farsi più intensa proprio nel momento in cui si diventa a propria volta genitori e si deve accogliere una vita.

 Il Prof. Brodzinsky ha ribadito un concetto importante che chi si vuole occupare di adozione deve sapere: “L’adozione non è mai chiusa poiché la famiglia d’origine esiste continuamente”. Ritengo che questa affermazione non sia solo per i professionisti clinici, ma penso sia essenziale da comprendere anche per chi vive ogni giorno a fianco di bambini adottati, come per esempio la scuola.

È necessario che gli insegnanti possano comprendere che non vi è la parola “fine” poiché l’adozione accompagnerà per sempre chi la vive, talvolta potrà restare più quieta, altre volte potrà riemergere fuori proprio tra quei banchi di scuola in cui si dà vita alla propria identità.

Spesso nelle nostre scuole troviamo bambini con la “testa altrove”, “bambini irrequieti”, “bambini difficili”, che non ci permettono di entrare dentro il loro mondo, che fanno di tutto per mandarci via, ma spesso dietro a quei gesti c’è un grande bisogno di amore e di ascolto.

È necessario essere consapevoli e sviluppare una particolare sensibilità per comprendere le dinamiche e accompagnare le famiglie in tutti i tre tempi della vita “prima, durante e dopo”.

È stato sottolineato come seppur oggi i percorsi verso l’idoneità delle coppie, siano sempre di più di tipo formativo, essi restano comunque di carattere valutativo ed il percorso verso la genitorialità è spesso lungo, costoso e stressante. Inoltre oltre alle sfide normative è necessario considerare che la coppia deve dapprima fare i conti con le proprie “assenze” o “perdite” per essere così davvero in grado di accogliere un bambino con il suo bagaglio di vissuto di trauma, rispondendo ai “perché” che nel corso della vita emergeranno.

Una sfida quotidiana a cui la famiglia deve rispondere è la comunicazione che deve essere sempre aperta; oggi il mondo dei social ha eliminato l’idea di “chiusura” poiché dall’altra parte del mondo, come spesso accade, il “prima” può divenire più presente che mai con un semplice click.

In tutto questo, ci si è chiesti: “È un rischio essere adottati?” Il Prof. Brodzinsky ha affermato di “no”, bensì è un rischio ciò che c’è stato prima, che appare un po’ come “un’amputazione” di un pezzo di sé, di cui però sempre si avrà consapevolezza.

Da una recente ricerca statunitense si è visto come i bambini adottati rispetto ai non adottati abbiano da 2 a 5 possibilità in più di usufruire di prestazioni ambulatoriali, mentre dalle 4 alle 7 volte in più di un ricovero ospedaliero. Questo indica come le famiglie adottive si attivino molto rapidamente per chiedere aiuto; ma “Come si può aiutare una famiglia che ha un figlio adolescente in difficoltà che deve lui stesso in primis fare i conti con se stesso e il proprio passato?” Questa è proprio una domanda giunta da una partecipante. Così il Professore ha ribadito in questa occasione la necessità di non lasciare che la famiglia resti sola, privilegiando la possibilità di frequentare altre famiglie che vivono situazioni analoghe e che quindi più di altre sono in grado di comprendere, stando a fianco in un atteggiamento non giudicante.

Io stessa che sono cresciuta sia a livello personale che professionale nell’associazionismo familiare ho visto come sia fondamentale sentirsi ascoltati senza giudizio, talvolta ascoltando i silenzi, scoperchiando bagagli troppo pesanti da portare da soli. È anche vero che nel tempo ho visto come, quando la vita sembra scorrere serena si tenda a “normalizzare” e si abbia la volontà di distaccarsi per poi magari riprendere in futuro; seppur sia lecito un distacco e il desiderio di “normalità”, credo che sia sempre un valore aggiunto non distaccarsi del tutto, per evitare quel senso di smarrimento nei momenti più complessi, che inevitabilmente ci si trova ad affrontare.

Tutti noi, viviamo nel corso della vita questioni complesse che col tempo mettiamo distanti da noi, l’importante è poterle custodire in una scatola su una mensola, affinché non ci si dimentichi di averli vissuti e che sono parte della nostra vita, di chi siamo stati e di chi saremo.

In chiusura il Professor Brodzinsky ci ha donato un messaggio: “Non c’è un modo di lavorare, è importante portare la propria esperienza come curiosità e sapere che le famiglie sono una ricchezza che ci può guidare”.

Le due ore di seminario sono state intense, è sempre necessario il confronto e la possibilità di conoscere anche altre realtà, che possono produrre riflessioni per migliorarci nel nostro lavoro, per il benessere delle famiglie e soprattutto dei bambini.

A proposito dell'autore

Greta Bellando
Pedagogista, laureata all'Università degli Studi di Genova. Da anni appassionata alla tematica adottiva per cui ha scritto due tesi di laurea. Ha frequentato il Master "Il lavoro clinico e sociale con le famiglie accoglienti: affido e adozione".