L’emergenza dell’intervento educativo nel post-adozione

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tesi, ph Giorgio Montersino, (c.c. Flickr)

La tesi di questo mese avvia una riflessione con riguardo al sostegno pedagogico alle famiglie, per una ricerca di aiuto senza alcun giudizio precostituito; l’indagine evidenzia l’importanza di mantenere la continuità, dal pre al post-adozione, quando la meta è camminare insieme con le attese e le conquiste del nuovo nucleo famigliare.

Continua con successo la pubblicazione delle tesi di laurea che hanno come tema l’adozione. Chi desidera condividere il proprio lavoro di tesi sui temi dell’adozione, può inviare un articolo di presentazione della ricerca svolta e l’abstract con le conclusioni a redazione@italiaadozioni.it

 

Nell’argomentazione della prospettiva d’analisi familiare, numerose sono le criticità affrontate a partire dal rapporto di coppia, all’istituzione della famiglia, per poi allontanarci da processi che caratterizzano la formazione del nucleo per giungere poi ad una dimensione che ha a che fare con la vita di tutti i giorni della famiglia. È possibile tenere presente eventi quali la decisione di avere un bambino, la nascita di un figlio, possibili conflitti familiari, avere a che fare con il tema della disabilità nella famiglia, affrontare il lutto per la perdita di uno dei membri che costituivano il nucleo e l’adozione come via per accedere alla genitorialità. Questo, rappresenta un insieme di eventi che si definiscono “critici” in quanto provocano la rottura dell’equilibrio per i protagonisti che la vivono e generano la riorganizzazione del sistema relazionale e affettivo, ovvero il raggiungimento di un nuovo stato di omeostasi al quale i soggetti possano riadattarsi.

Nel mio lavoro di ricerca mi sono soffermata sull’adozione e sugli strumenti e metodologie che fungono da supporto alla famiglia che si avvia al processo di costruzione e di crescita. A partire dall’etimologia della parola “adozione”, essa deriva dal latino “ad-opto” che significa scegliere. L’adozione non può essere considerata la conseguenza del non poter aver figli in maniera naturale. Scegliere di adottare è il risultato di un processo di rielaborazione dell’esperienza personale, di una genitorialità attesa mancata, dell’essere in grado di affrontare il lutto della sterilità.

Molte coppie si trovano ad affrontare il giudizio da parte di estranei che li lodano e idealizzano come genitori speciali perché considerati “salvatori” di un bambino. Ma facciamo un passo indietro, il genitore che sceglie di adottare non mette in atto un processo facile e naturale. Egli si impegna ad accettare che suo figlio non avrà un legame di sangue, ma un legame puramente affettivo, dovrà affrontare “una gravidanza” con termine non definito nell’attesa dell’abbinamento, si sentirà spesso un genitore “diverso” dagli altri a causa di questa differenza continuamente marcata dalla società che resta in superficie rispetto alla dinamica vissuta nella realtà. In molti casi si resta all’esterno, non è facile entrare dentro la persona e porsi accanto al suo vissuto.

Dalla letteratura sull’adozione ho notato che l’attenzione è posta soprattutto all’intero percorso adottivo in senso generale, alle procedure burocratiche che i genitori devono affrontare e ai potenziali eventi critici che potrebbero interessare la famiglia. Ho avuto difficoltà invece a ricercare testi che riguardassero il post-adozione più nello specifico. La decisione di intraprendere la ricerca è stata motivata dal voler capire effettivamente cosa provano queste persone, come vivono questo momento e come cercano di affrontarlo. Ho cercato di andare più in profondità rispetto alle “etichette” che definiscono le famiglie adottive e che sono causa di giudizi accomunanti. Ho cercato di pormi accanto a queste madri e questi padri, ho visto in loro la gioia e la paura allo stesso tempo come se mi volessero comunicare la propria felicità con qualche timore persistente.

La mia tesi ha avuto ancor di più conferma, in quanto ritengo che se ai genitori e ai figli vengano forniti gli strumenti indispensabili ad affrontare momenti di difficoltà che inevitabilmente ci saranno, essi svilupperanno quella capacità trasformativa che gli permetterà di trarre da un momento di stasi la possibilità di crescita e di fronteggiamento delle difficoltà. È necessario un intervento di educazione rivolto alle famiglie le quali possano sviluppare buone capacità relazionali, di ascolto e di confronto. Nella famiglia odierna le criticità a livello relazionale sono molteplici, ma si può intervenire al fine di prevenire insuccessi familiari? Fino a che punto il ruolo di noi, operatori sociali, può essere utile affinché le famiglie riescano ad affrontare momenti sfavorevoli? La riflessione rivolta al nostro agire, in quanto professionisti del settore, è rivolta all’impegno di coinvolgere sempre più le persone vicine, di aiutarle a comprendere la possibilità che hanno attraverso l’opportunità di essere aiutati. Non dobbiamo alimentare la loro indisponibilità, ma impegnarci al fine di promuovere il dialogo e fare in modo che i silenzi si esplicitino in sentimenti, parole e desideri. Lo scopo che cerco di perseguire, in quanto futura psicologa è quello di lavorare in una prospettiva sistemico familiare.

Ogni famiglia è un sistema le cui parti sono interagenti l’una con l’altra ed è impossibile non considerare ogni nucleo nella sua complessità. Pertanto è facile affermare che il benessere di ogni membro dipende da come tutte le parti si combinano tra loro. Talvolta quest’armonia è interrotta da ostilità che sono, purtroppo, inevitabili, ma non irrisolvibili.  Nello specifico, nella relazione adottiva si dovrebbe continuamente insistere sul mantenimento del rapporto a lungo termine con le figure di riferimento. Con ciò non ritengo affermare che le famiglie adottive sono “particolari tipi di famiglie” che necessitano continuamente dell’aiuto perché incapaci di essere autonome, ma avere dall’altra parte chi è disposto ad ascoltare e chiarire ogni dubbio, rappresenta una risorsa preziosa. Nel parlare solo con i genitori mi sono rimaste alcune perplessità rispetto al vissuto dei figli. Mi sono chiesta che opinione avessero dei loro genitori e del rapporto con essi, quali potessero essere le loro incertezze. In genere si può pensare che dopo l’adozione il rapporto con gli esperti del settore – psicologi, assistenti sociali, sociologi- sia terminato o si limiti a brevi incontri il cui scopo è confermare o meno lo stato di benessere dei figli a fini giuridici. Partendo dall’ipotesi che la famiglia debba essere supportata e accompagnata lungo il percorso di crescita, ho approfondito quali potessero essere le metodologie e gli strumenti utili al sostegno. La ricerca sul post-adozione è ancora in fase di sviluppo, i riferimenti presenti in letteratura sono il risultato di lavori da parte di coloro che hanno collaborato all’interno delle associazioni che si occupano di adozioni internazionali nello specifico.

Diversi autori, tra cui Marco Chistolini, hanno descritto in maniera diversa, mantenendo lo stesso obiettivo, ovvero quello di evidenziare gli aspetti positivi dell’aiuto indispensabile ai genitori e ai figli per trovare la loro armonia. Facendo un confronto con le varie modalità di approccio al post-adozione attuate dai diversi enti privati sono sempre più promossi incontri successivi con altre famiglie adottive che condividono la medesima esperienza. Lo strumento del gruppo, ad esempio, è utilizzato da diversi operatori in quanto permette la condivisione con gli altri genitori di esperienze che arricchiscono tutti quelli che vi partecipano e sono interlocutori. La conversazione in gruppo ha un effetto catartico rispetto all’accumulo delle tensioni che possono andare a crearsi in famiglia segnate sempre dall’identità adottiva. Sono proposti, in alcuni casi, colloqui individuali e di coppia per affrontare temi più interni che difficilmente emergono nel setting del gruppo.

Dal confronto interdisciplinare fra il paradigma psicologico e quello pedagogico ho dedotto come l’uso dello strumento narrativo possa portare benefici nella rielaborazione dell’esperienza vissuta. La narrazione riprende una delle funzioni naturali dell’uomo, cioè il pensiero. La natura pensante dell’essere umano è di per sé indispensabile alla sopravvivenza.  La narrazione sia in forma scritta che orale facilità l’elaborazione dell’accaduto, aumenta la consapevolezza e attiva un processo di riflessione retrospettiva. È come se ponesse l’individuo in posizione speculare a sé e ne permettesse l’osservazione di sé. Essere in grado di guardare sé stessi è un passo enorme e la narrazione permette ciò. Ho voluto approfondire questa ricerca analizzando come effettivamente i partner adottivi vivessero il supporto ed il rapporto creatosi con le associazioni/ figure di riferimento. Includo sia le associazioni che eventuali esperti per due motivi:

1)     Gli enti privati che si occupano di adozioni internazionali nello specifico sono di formazione recente, molte delle coppie che hanno adottato circa 15-20 anni fa, sono state supportate limitatamente da servizi territoriali che risultavano essere insufficienti e talvolta impreparati.

2)     Il percorso adottivo nazionale si differenzia da quello internazionale, perché si rivolge esclusivamente al tribunale dei minori e i servizi di supporto sono limitati ai colloqui per l’accertamento dell’idoneità pre e post-adozione. Quello internazionale, invece, dopo aver ottenuto il decreto d’idoneità da parte del tribunale ci si rivolge ad un ente privato che si occupa di adozioni con paesi esteri.

Tengo a specificare questo aspetto, perché nel lavoro di ricerca e di intervista non ho avuto un campione omogeneo di partner adottivi e ho riscontrato questa differenza. Il lavoro di intervista si è svolto tramite attraverso la ricerca di soggetti che avessero adottato. Il reperimento è avvenuto tramite siti web , social network, contatti con associazioni e passaggio di contatti tramite amicizie in comune. L’intervista è stata di matrice fenomenologica ermeneutica riprendendo le indicazioni dal testo di Chiara Sità, “Indagare l’esperienza”. È stata rivolta esclusivamente a coloro che avevano effettuato l’adozione internazionale in quanto fra le domande ho incluso “la percezione del supporto dell’associazione”.

Attraverso un approccio fenomenologico-ermeneutico ho costruito un’intervista semi strutturata che tocca alcuni focus del vissuto dei partner che intraprendono il percorso dell’adozione.

In seguito alla raccolta dati ho effettuato un’analisi narrativa fenomenologica estrapolando i campi semantici più ripetuti e gli ipotetici significati ad essi attribuiti.

Oltre ai contributi delle interviste una delle associazioni con le quali ho collaborato mi ha fornito alcune narrazioni scritte effettuate dai genitori nel periodo post-adozione. L’ analisi ha avuto come oggetto le risposte alle interviste e le narrazioni che raccontavano come stava vivendo la famiglia e come il loro rapporto con l’associazione influiva più o meno positivamente. I frutti tratti da questa esperienza sono stati molti. Parlare direttamente con le coppie è stata un’esperienza arricchente e che mi ha dato la possibilità di andare oltre le pagine dei libri, mi sono resa conto di alcuni aspetti di questa realtà che se non conosciuti tramite le parole di coloro che li hanno vissuto non assumono lo stesso significato. Ascoltare le esperienze ha allargato la mia prospettiva. Il mio elaborato ha acquisito un significato differente da quello che avrebbe potuto avere se si fosse limitato alla trattazione letteraria dell’argomento. Il mio, è un riferimento a tutte le famiglie, le quali devono essere informate ed educate alla richiesta d’aiuto qualora se ne sentisse il bisogno per evitare così il fallimento e l’indebolimento di fronte alle difficoltà.

Giuseppina Fiorillo

Università degli studi di Napoli Federico II

Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche

Elaborato per la prova finale in pedagogia delle relazioni familiari

Relatore: Ch.ma Prof.ssa Francesca Marone

Per leggere l’abstract della tesi clicca qui

 

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