Viaggio nel Pianeta L. (parte I)

Pubblichiamo, in due parti, la narrazione di una storia, diciamo una vicenda appassionante di un’incontro e di ciò che lo rese fecondo. 

(Perché e percome sono diventata mamma adottiva)

                                                                            PRESAGI, DUBBI E ALTRI ANTEFATTI

            Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse

Journey, ph cchana, (c.c. Flickr)

Avevo più o meno 18 anni, mio padre all’epoca collezionava i libri di tutti i premi Nobel, per cui entrò in casa mia “Cent’anni di solitudine”di “Gabo” Marquez.  Probabilmente era d’estate, dopo l’esame di maturità, perché avevo molto tempo di giorno e anche di notte per leggere, fatto sta che devo averlo finito in un giorno e una notte, era davvero fantastico (vabbè, non sono proprio una critica letteraria, sono solo una lettrice un tempo incantata e accanita, adesso più pigra e disincantata, come si addice all’età). Negli anni l’ho letto ancora altre due volte, quando potevo preferibilmente di notte, era la dimensione perfetta per quel mondo di personaggi assurdi ma così reali che potevi scambiarli per tuoi parenti, Aureliano, Rebeca, Arcadio, Remedios, Amaranta (li ho cercati su Google, purtroppo non me li ricordavo più, e manco a farlo apposta quello che mi ricordo meglio è l’epidemia di smemoratezza che colpisce Macondo…).

Qualche anno dopo conoscevo il mio futuro marito, accanito lettore; era piaciuto anche a lui, anche se non lo aveva catturato  come era successo a me. Tra i nostri primi approcci si parlava molto di letture, è sicuramente uno degli elementi che hanno contribuito a farci innamorare, diventare una coppia, poi marito e moglie…

Così, per diventare anche genitori,  tra le motivazioni che abbiamo inserito nella domanda di adozione in Colombia non abbiamo voluto omettere, anche se ci sembrava un argomento un po’ frivolo, l’amore per questo libro colombiano che un po’ ci aveva portato fino a quel punto.

            Matrimonio …riparatore

P. e io abbiamo convissuto per anni. Già da qualche tempo pensavamo all’ adozione di un bambino, io avevo avuto un aborto e poi più nulla.

Ci capitò di dover vivere separati a causa del mio lavoro che mi aveva portato sempre  più a nord, e la distanza ci pesava, avendo vissuto praticamente in simbiosi fino a pochi mesi prima. Una sera P., con il sorrisetto nervoso dei discorsi importanti, butta lì: “E se ci sposassimo?”  Non inorridite, anche a me non sono mai piaciute le sdolcinatezze. Semplicemente mi feci una risatina, di quelle nervose delle grandi occasioni, e risposi “Ma sì, perché no?”.  E convolammo a giuste nozze. Da poco era cambiata la legge per le adozioni, e avremmo potuto presentare subito la domanda, dimostrando la precedente convivenza, ma mi pareva complicato o, sotto sotto, non ero ancora pronta. Insomma abbiamo atteso i 3 anni di matrimonio, fatto la nostra prima richiesta solo per adozione nazionale, poi atteso altri tre anni inutilmente. Allo scadere del primo “mandato” ero sfiduciata, non era nemmeno un buon periodo in generale, abbiamo aspettato un altro anno per ripresentare la domanda, stavolta anche per l’internazionale, che non è l’inno comunista, come sanno tutti i genitori adottivi o aspiranti tali. In tutto, se la matematica ci conforta, fanno 4 anni solo per partire col piede giusto.

            Falsa partenza

Avevamo dato mandato ad un Ente che consentiva di scegliere il Paese di origine dei figli adottivi, noi eravamo già orientati per l’America Latina, di cui loro seguivano Colombia, Ecuador, Bolivia. Ci spiegarono che c’erano problemi per Ecuador e Bolivia, a noi la Colombia andava benissimo, mandammo tutta la documentazione nel Paese di Marquez. Io studiavo spagnolo, comprammo una cameretta coi toni dell’azzurro (perché è rilassante, non perché pensavamo ad un maschietto, mai potuto soffrire la “generizzazione” dei colori),  ci avevano chiesto anche una estensione d’età, ok, andava bene anche fino agli 8 anni d’età,  insomma stavolta eravamo pronti. Un bel giorno (si fa per dire) ci chiamarono per annunciarci che si erano riaperte le adozioni in Ecuador, se avessimo rifatto rapidamente tutta la documentazione per quel Paese c’era già un bambino da adottare, D.E, 8 anni, di cui avevano una foto un po’ sfocata. Questa foto, in cui si potevano solo intuire i caratteri di questo piccolino – lo facevamo solo e un po’ timido, forse aveva anche una manina “offesa”- l’abbiamo mandata a tutti, ne ho parlato anche sul lavoro, stavamo partendo per l’Ecuador, evviva! Impiegammo meno di dieci giorni a preparare la documentazione (chi ha mai dovuto star dietro alla burocrazia sa che 10 giorni sono un vero record). A sorpresa ci convocarono dall’Ente un paio di giorni prima dell’appuntamento previsto per la consegna dei documenti, e ci ricevettero con aria da funerale. Si sprofondarono in scuse, ma c’era stato un qui pro quo: la Commissione preposta per le adozioni in Ecuador si era riunita prima, il bambino era stato già “assegnato” ad un’altra famiglia.

Chi ci fosse già capitato sa che non esagero se dico che per me fu un altro aborto, anche più sofferto del primo.

A questo punto chiedemmo immediatamente di ritornare ad adottare in Colombia, ci dispiaceva ma non ci fidavamo più della situazione che si era creata con l’Ecuador. E loro: Pensateci bene,  forse potete “guadagnare” un po’ di tempo, la strada è già aperta, magari la prossima commissione… NO, GRAZIE, torniamo alla Colombia!

            Pronti, partenza, via

Mesi e mesi dopo (per farci elaborare il lutto, immagino) ci chiamano, una sera. E’ una bambina (col tono dell’ostetrica che mostra la neonata al neopapà), si chiama L.N., ha compiuto da poco 8 anni (la Commissione – in ogni Paese ce n’è una- ce l’aveva assegnata una settimana prima del suo ottavo compleanno, rispettando il nostro mandato “fino agli 8 anni”), venite, ne parliamo.

La sua foto (una piccoletta seduta su una seggiolina con un sorriso forzato ma già furbetto) mi ricordava mia suocera da giovane, non lo vedi che ha la stessa fossetta sulla guancia?

Tra l’altro scoprimmo che il nostro Ente, sempre molto ligio, aveva atteso un paio di mesi per chiamarci, dopo l’abbinamento deciso in Colombia, perché dovevano acquisire la cartella clinica della madre che attestava di cosa fosse deceduta. Lo scopo era darci informazioni sulle eventuali componenti ereditarie della sua malattia: sì, ok, cosa sacrosanta, ma potevano anche farci partire nel frattempo, no?

E noi, eravamo pronti? Mai veramente del tutto, ma si parte lo stesso!

Totale dalla “partenza” alla PARTENZA? 11 anni, se contiamo anche l’anno di matrimonio, ma possiamo anche scontare 3 anni, ne restano sempre 8, che ve ne pare? Ecco, era l’età di nostra figlia…

Altra coincidenza, per me è un autentico passaggio di testimone: la madre di L. era morta a 38 anni, io avevo la stessa età quando abbiamo cominciato le pratiche; se fosse sopravvissuta saremmo coetanee…

            Hai voluto la bicicletta?

Annunciammo la partenza a tutti (sì stavolta è sicuro, partiamo!). Qualche giorno prima offro un rinfresco sul lavoro, come per una nascita. Sento sincero  affetto e vera partecipazione, e non è proprio frequente, in questo nord Italia “freddino”. Tra i vari “pensierini”, due mi sono cari: la bicicletta per bambini  che tutto il personale infermieristico mi regalava, con l’immancabile dedica “Hai voluto la bicicletta? Pedala!” ed un biglietto che accompagnava un regalino con una frase  da “You are my life” di Michael Jackson (“Now I wake up, every day with this smile upon my face. No more tears no more pain, ‘cause you love me”, sì, lo so Jackson non è il più adatto pensando ai bambini, ma la frase mi ha commosso molto) che mi fu porto dalla madre di tre figli “naturali” con le lacrime agli occhi. E poi ancora tante frasi per darmi la carica (una, bellissima, dal Qohelet:  “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. …C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere …”): ma, signori miei, io ero già ultra-carica! Anni ed anni ad aspettare una telefonata: prima attendi che ti chiamino per la valutazione con l’assistente sociale, poi con la psicologa, chiamate per il primo, secondo, terzo, ennesimo colloquio;  poi tre anni ad aspettare invano una chiamata per l’adozione nazionale; poi ancora che ti chiamino per i corsi degli Enti, poi, dato il mandato, attendi le chiamate per gli incontri con la loro psicologa; la prima relazione non va bene, ne serve un’altra più dettagliata sul rapporto con sua madre, era un po’ problematico, lo sa? Altra relazione per alzare l’età del bambino, dovete specificare perché, non si può mica dire che serve per accelerare i tempi (sì, proprio così, accelerare, dopo anni di attesa..). Insomma vuoi che non siamo pronti? Ebbene no, nonostante tutto non eravamo VERAMENTE pronti al tornado L. che ci aspettava!

VENIRSI INCONTRO

L’arte di arrangiarsi

Arrivati a Bogotà, dove incredibilmente per la stagione pioveva,  la nostra “abocada” (l’avvocatessa incaricata dall’Ente per seguire le pratiche per l’adozione in Colombia) ci accompagnò dove avevamo scelto di soggiornare. Eravamo stati a lungo indecisi perché l’alternativa era tra un appartamento dove avremmo vissuto in tre, subito come una famiglia, ed una specie di residence per famiglie adottive, organizzato come un albergo ma con tante aree comuni, per condividere l’esperienza dei primi giorni da genitori adottivi.  Dopo aver visto delle foto via internet di una casa grande e quasi lussuosa avevamo scelto quest’ultima;  ci avevano poi avvertito all’ultimo momento che quell’appartamento non era più disponibile, ma che avremmo alloggiato in uno simile. Va bene, ok, che vuoi che sia? Orbene, miei piccoli (e grandi) lettori, la casa era praticamente un garage riattato, dormimmo (eravamo distrutti dal viaggio, dall’emozione, dal fuso orario) in un letto con lenzuola sporche, in più i proprietari (una coppia che  abitava solitamente in quella casa) dormivano nella stanzetta  di non più di 3 metri quadri che di lì ad una settimana avrebbe dovuto ospitare la bambina, perchè dovevano ancora trovare un’altra sistemazione…Badate bene, questa gente non era di origini colombiane, ma europee,e no, non era nemmeno italiana (alla faccia dei pregiudizi!).

Per carità, furono gentili, il giorno successivo ci fecero fare un bel giro per il quartiere, ricordo soprattutto una specie di gran bazar dove tutto era sfuso, fascine e fascine di erbe aromatiche e curative, mobiletti, piatti e bicchieri, roba da mangiare, utensili vari, che, come tutti i negozi, era controllato da un “vigilante” che avrà avuto al massimo 20 anni…Poi  ci portarono in casa di un diplomatico (quella sì lussuosa), parente  di lei (forse volevano farci vedere che non erano poi degli spiantati), e infine al mercatino di artigianato dove bevemmo succo di mandarino…ma questa è un’altra storia.

Insomma alla fine li ringraziammo, pagammo per quei due giorni, e scegliemmo  di soggiornare nel residence per genitori adottivi che fortunatamente aveva un’ultima, piccola stanza.

Rossi come peperoni

Il giorno prima dell’incontro ci avevano fatto fare un giretto per un mercatino di artigianato di Bogotà. Ci fermammo per bere qualcosa, preparavano delle spremute di mandarino che ci ingolosirono. Piccolo dettaglio: i mandarini, che come ben sapete sono più piccoli delle arance, venivano spremuti a mano, uno ad uno… per fare quattro bicchieri ci volle più di mezz’ora.  Mio marito attese pazientemente  in piedi sotto il sole che fossero pronte le bibite, io seduta con gli accompagnatori ad un tavolino, anche noi sotto il sole.

Certo, sapevamo  quanto il sole possa picchiare all’equatore, su un altipiano a più di 2000 metri di altitudine; in valigia avevo il mio bravo filtro solare protezione 50, ma vai a pensare che saremmo stati tutto quel tempo esposti al sole a mezzogiorno passeggiando per Bogotà! Insomma, ci eravamo cotti, mio marito poi si era proprio ustionato, avendo la carnagione di uno scandinavo pur essendo lucano (si sa, da quelle parti ci sono passati gli svevi, i normanni…per la verità  anche arabi e turchi, ma i geni di questi ultimi non gli sono pervenuti).

La mattina dopo avevamo il fatidico incontro a Ibaguè, previo viaggetto in aereo (scassatissimo, anche la abocada si reggeva a me pregando di atterrare sana e salva!); quando arrivammo all’ Instituto Colombiano de Bienestar Familiar (ICBF, “Bienestar” per gli amici) sapemmo che  l’”entrega” (che poi vuol dire “consegna”, bello, vero?) era stata spostata al pomeriggio per un disguido (verosimilmente non avevano avvisato la famiglia affidataria o, come ho pensato a volte dopo aver conosciuto meglio mia figlia, era stata lei a fare resistenza). La nostra abocada doveva fare delle fotocopie, così ci recammo con lei in una  bottega con uso copisteria dove le fecero un gran pasticcio mescolando tutti i fogli, per cui stemmo un paio d’ore, sempre sotto il sole, a riordinare le suddette fotocopie. Appetito zero, bevemmo qualcosa (succo di mandarino? NO, grazie!), comprammo torta e bibite per festeggiare l’incontro, tornammo alla sede dell’ICBF.

Ci fecero leggere un po’ di documenti (o l’avevamo fatto al mattino, non ricordo più), firmare qualche scartoffia (solo l’accettazione dell’adozione della bambina, che vuoi che sia!) mentre friggevamo d’impazienza, insomma alla fine introducono lei, L. N.

Sorrideva, sì, ma a denti stretti; le piacque il nostro regalo, sì, ci giocò un po’; ci chiamò subito, inaspettatamente, mami e papi; si fece fare qualche fotografia insieme a noi, dopodichè le foto successive di quel primo giorno le ha fatte tutte lei, abbiamo perfino un piccolo reportage delle vie di Ibaguè percorse in taxi fino all’albergo.

Di quella giornata lei ricorda che…eravamo rossi come peperoni! Oltre al fatto che l’avevo delusa perché non ero ne’ alta, ne’ bionda, ero senza trucco e per giunta non portavo “tacones” ma scarpe rasoterra. Insomma, un successone!

Insieme come in vacanza

La prima notte, dopo cena conclusa con quello che sarebbe diventato l’ immancabile bicchiere di “leche con fresa”, volle dormire con me. C’erano due letti “alla francese”, quindi per due, praticamente per una persona e mezza, c’era abbastanza spazio. Quella notte ho dormito pochissimo, sì certo, l’emozione, ma provate voi a dormire con una bambina che ti si aggrappa addosso come un polpo e per giunta fa il giro del letto percorrendo in una notte tutti i 360 gradi disponibili e anche qualcuno in più! Voi pensate che non si sia più ripetuto? Mia figlia ha voluto dormire con me accanto ancora tante notti (sempre più di rado, per smettere poi a più di 13 anni), e se non era abbarbicata doveva avere almeno un braccio o preferibilmente una gamba addosso a me; se tentavo di liberarmene, lentissimamente ma quando lei ancora non dormiva profondamente, venivo ricatturata perentoriamente. La mia insonnia deve essere iniziata  così, prima ricordo sonni profondi anche quando ero reperibile per lavoro, con risvegli confusi per lo squillo del telefono, altro che manine e piedini che ti placcano come un giocatore di rugby!

La prima settimana che trascorse con noi  L. sembrava uscita da un collegio tenuto da suore, per giunta ecologiste: diceva grazie, prego, spegneva le luci, chiudeva il rubinetto tra un sorso e l’altro lavandosi i denti; chiese solo una volta di guardare la televisione ma le dicemmo che non sapevamo su che canale si vedevano i cartoni (non era una scusa)  e desistette subito…Ero strabiliata: e tutto quello che dicono di questi bambini, della loro rabbia, della loro diffidenza, delle loro paure? Aspetta e vedrai..

            Selfie ante litteram

Era il 2010, è vero che non sono mai stata molto attenta alle mode, specie quelle tecnologiche, ma mi pare che di selfie non se ne parlasse ancora. Con la nostra macchina fotografica (MIA! mi sento ancora urlare nelle orecchie) L. si scattò dozzine di foto, con gli occhiali, col costumino, con il nuovo orologino (che fece presto una brutta fine, ma questa è un’altra storia); poi riprendeva il traffico di Ibaguè dal balcone dell’albergo (in sottofondo di queste “gravationes” c’è la sua voce che ancora è un sussurro, mi sembra che dica qualcosa tipo “todo tranquilo, todo bonito…”), ci riprendeva mentre le leggevo le favole o mentre il papà giocava con lei con un coniglietto fatto con un tovagliolo; faceva foto a quello che mangiava, ai mobili dell’albergo, alle nostre valigie: praticamente tutto ciò che abbiamo visto e fatto  quella settimana è stato immortalato da lei. Se non ci fossero tutte queste foto, tante cose le avrei sicuramente dimenticate, sopraffatta dalle emozioni e poi dai momenti critici, e invece sono lì, memorizzate in computer, ogni tanto ci torniamo su, qualche volta insieme (com’ero piccola e  brutta! non manca mai di commentare), qualche volta lei da sola, qualche volta io, da sola.

            Prima crisi

Era con noi solo da qualche giorno; aveva fatto i suoi primi tuffi nella piscinotta dell’albergo dove alloggiavamo, sembrava un pesciolino; non so se avesse mai nuotato prima, ma era a suo agio come la Pellegrini e non le dava fastidio l’acqua nel naso e tutte quelle cose che ancora oggi a me  impediscono di nuotare se non a “stile cane”.

Le era venuta la febbre, aveva rifiutato un po’ impaurita la suppostina di tachipirina per bambini che mi ero portata previdente dall’Italia, e allora avevamo chiesto che ci procurassero un antipiretico per bocca, ce lo fecero avere in albergo.

Mi sentivo molto in colpa per averle fatto prendere freddo (di giorno c’erano almeno 30°, ma la sera era freschetto), e mentre le facevo fare la doccia dissi ad alta voce qualcosa come “accidenti a me”, lasciando trapelare tensione e nervosismo. Onestamente non so se è stato questo, ma fu sicuramente dopo questa mia esternazione che L. cominciò all’improvviso a piangere e singhiozzare. Diceva qualcosa che all’inizio non comprendemmo, ma lo ripetè di seguito dozzine di volte, e dopo un po’ capimmo. Diceva solo, di seguito, di continuo, “No quiero nada, no quiero nada, no quiero nada”. Non voglio niente.

Dopo un po’ cercammo di contattare la abocada, la traduttrice, la psicologa, che avevano dato la loro disponibilità in caso di difficoltà: tutte irreperibili. Sono anche arrivata a pensare (sono un po’ paranoica, nevvero?) che il personale dell’albergo ci controllasse, e che avessero direttive di fare in modo che ce la dovessimo sbrigare da soli in casi come questi (diverse famiglie adottive soggiornavano in quell’albergo i primi giorni).

Continuò per un’ora, inconsolabile; non voleva farsi avvicinare, respingeva i nostri abbracci, i nostri tentativi di distrarla: le avevo chiesto se voleva qualcosa da mangiare o da bere, giocare, rifarsi una doccia…Infine ad una di queste mie patetiche offerte smise di urlare quel suo mantra oppositivo, stremata disse finalmente di sì. Dopo poco tornò a guardare cartoni (avevamo quelli delle canzoni dello Zecchino d’oro, ne era ipnotizzata) e a sorridere, forse anche a ridere con i giochini che le inventava il papà.

Quel “no quiero nada” ancora mi rimbomba nelle orecchie,  specie quando ha mille richieste (l’ennesima maglietta nuova, le scarpe uguali all’amica, lo smalto di mille colori, il cellulare, il tablet);  mi chiedo se se lo ricordi che , quella sera, non voleva niente: niente di quello che potevamo darle, non i nostri goffi tentativi di darle la “buona educazione”, non l’apprezzamento entusiasta per quello che sapeva fare, non i nostri giochi insieme,  ma nemmeno i tanti vestitini nuovi, l’orologino con Mickey Mouse, gli occhiali da sole o che so io: lei probabilmente in quel momento voleva solo tornare con la famiglia affidataria, con zia T., suo marito e le sue figlie, la sua prima, vera famiglia, ma non aveva ancora il coraggio di dircelo.

            Piccioncini nel nido

Durante la nostra settimana in albergo a Ibaguè, in un piccolo cespuglio che cresceva su un piccolo terrazzino che dava su un cortile interno, vedemmo delle piccole uova, verosimilmente di piccione (sì, era tutto molto piccolo…).

Il giorno della nostra partenza per Bogotà questi ovetti si erano schiusi, e nel nido si vedevano i pulcinotti. Non abbiamo foto probabilmente perché la macchina fotografica era già in valigia (per gli smartphone era ancora presto), ma lo prendemmo proprio come un segno: in quell’albergo era nata una famiglia, anzi due.

IN MOVIMENTO

            No se vaya!

A Bogotà una crisi era scoppiata perché non voleva farsi la doccia, e se proprio se la doveva fare non voleva bagnarsi i capelli; nella doccia l’acqua veniva dall’alto e sarebbe stato inevitabile. Io ricordavo di avere con me una di quelle cuffie di plastica che danno negli alberghi, ma come al solito quando cerco qualcosa in fretta non la trovai (dopo con calma verificai e naturalmente c’era). Cominciò a urlare, a divincolarsi da noi, e a tirare calci, pugni, morsi. Era incontenibile, nel vero senso della parola, se provavamo a tenerla riusciva a sfuggirci, si infilava sotto il letto, si aggrappava alle porte, aveva forza più di noi due messi insieme. In qualche modo la sua furia si fermò, ma un’altra prova ci aspettava dopo qualche giorno. Stesso motivo banale (non ricordo con precisione, ma sempre qualcosa che aveva a che fare con l’acqua), stessa furia incontenibile.  Mordeva, le dissi in spagnolo che sembrava una cagna, senza pensare che l’epiteto designa, anche in italiano per la verità,  qualcos’altro oltre alla femmina del cane, e lei urlò e si dimenò ancora di più, rifugiandosi ancora sotto il letto, aggrappandosi ai suoi piedi per non esserne trascinata fuori, urlando forsennatamente se tentavamo di avvicinarci. Ad un certo punto, sfinita, feci per uscire dalla camera per prendere un po’ d’acqua dai distributori in corridoio (ovviamente in realtà era per staccare un attimo da quell’incubo). Al solo vedere che mi avvicinavo alla porta cominciò ad urlare: No se vaya! (cioè “non te ne andare”: in Colombia agli adulti i bambini danno del lei), ancora più disperata di quando mi avvicinavo. Per una buona mezz’ora siamo andate avanti così: io mi ero impuntata che doveva essere lei ad uscire da sotto il letto ed avvicinarsi a me, lei che pretendeva il contrario e guai se mi muovevo di un centimetro verso la porta . Con una doccia “riparatrice” insieme io e lei ne siamo  usciti anche quella volta, in qualche modo, non so come e non so perché. Certo è che anche questa invocazione fa parte indissolubile della nostra storia, e dimostra secondo me una verità assoluta dei figli adottivi: chiedono di non lasciarli, anche se ci mordono e urlano che non ci vogliono come genitori, perché, al contrario, ne hanno un bisogno enorme, immenso, vitale.

Paola D’antonio

Tratto da “Ti racconto un viaggio”, AA.VV., 2015, ed. Libri Liberi

(…..continua il 3 dicembre 2017)

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