Non riesco a sentirlo come mio figlio

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Good AfteR NooN, ph Yasin Hassan - ياسين حسن, (c.c. Flickr)

Il dottor Augusto Bonato (psicologo, psicoterapeuta, già giudice onorario al Tribunale dei Minori di Milano) ci aiuta a riflettere sulla vicenda raccontata da un papà biologico e adottivo. Sentirsi padre ed essere padre coincidono? Leggete la lettera e poi la riflessione.

Caro dottore,

Le scrivo perchè forse per iscritto riesco a parlare di un peso che sento nella mia vita. Ho adottato un anno e due mesi fa un bambino di 4 anni. Ero veramente felice dopo un lungo percorso di aver finalmente coronato il nostro sogno, di dare un fratellino al nostro maggiore. Il bimbo è bellissimo, viene dall’Ucraina, ha imparato rapidamente a comunicare, i bambini vanno d’accordo ed anche mia moglie è brava con lui. Credo che dia i soliti problemi che tutti i bambini hanno, vedremo quando andrà a scuola.

Il problema sono io, scrivere mi fa bene, un po’ di bene, cerco qualcuno che mi aiuti, sto pensando ad uno psicologo. Arrivo al punto, non è facile ammetterlo, ma io non riesco a sentirlo come mio figlio, non sento lo stesso sentimento che ho per il mio. Mi sento veramente male, non mi sento padre, a volte resto più a lungo al lavoro per non fare i conti con questa situazione, ma ora sto pensando a come uscirne. Ma lei cosa dice? Sarà una fase passeggera, se non mi passa come posso migliorare, io mi sento a volte come un operatore, un baby-sitter, non un padre come mi sento per mio figlio, ma anche lui ora è mio figlio, non so se mi può capire?

La ringrazio per avermi ascoltato, forse ammettere quello che mi succede è già un primo passo. Forse le ho scaricato addosso un po’ del mio peso, ma magari lei ne ha sentite tante.

Grazie

Un padre diviso.

 

Caro papà,

è profondo e vasto il dolore che  vive  in questo momento. Qualcuno ha detto che l’inferno è non amare. E come deve sentirsi solo.

Tutto sembrava andare per il verso giusto: “Ho adottato … un bambino di  quattro anni, ero veramente felice per avere finalmente coronato il nostro sogno, di dare un fratellino al nostro maggiore. Un bimbo bellissimo, ucraino, che ha imparato rapidamente a comunicare (e voi a comprenderlo, n.d.r.), i bambini vanno d’accordo ed anche mia moglie è brava con lui”.

Dopo lunghe attese, avete provato una gioia grande accogliendo il nuovo piccolo figlio dotato di  tante qualità.

 

Tutto così bello da non sembrare vero. Invece è tutto vero: le sue parole liete e riconoscenti alla vita hanno il timbro dell’autenticità così come i sentimenti dolorosi che mette a nudo, con scoramento, ma ancora impregnati di speranza: “ora sto pensando a come uscirne… qualcuno che mi aiuti…uno psicologo”.

Credo che sia una strada buona, utile. Fa bene quando c’è un “buon incontro” fatto di confidenza e di professionalità.

“Io non riesco a sentirlo come mio figlio, non sento lo stesso sentimento che ho per il mio, … non mi sento padre … come mi sento per mio figlio, ma anche lui ora è mio figlio”.

Anche questa affermazione spontanea è sua, è vera;  così la vive dentro di sé.

 

Cosa può essere avvenuto all’interno della vostra famiglia dopo il tempo della “luna di miele”?

Forse si è fatto presente in lei, quasi fosse il delegato e il  portavoce di tutti i componenti originari del suo nucleo famigliare, il problema della “diversità”, della “estraneità”.

Giovanni, chiamiamo così il primo bambino, è vostro consanguineo, portatore dei vostri geni e della vostra storia psichica famigliare remota. Sappiamo però che ogni figlio, anche quello biologico, rimane, per certi versi, “straniero e sconosciuto”.

 

Paolo, chiamiamo così il bambino adottato, ora è doppiamente straniero, per genetica e per storia.

Probabilmente di lui e delle sue vicende passate sapete poco. Come erano i suoi genitori? Perché lo hanno abbandonato o perché è stato loro tolto e collocato in un istituto in attesa di una possibile adozione?

Quanto tempo ha aspettato prima di conoscere voi che lo avete accolto come figlio per sempre?

Quali grandi e irraccontabili sofferenze ha patito? Quanta solitudine e paura? Riuscirà  mai a concedersi di farle riaffiorare alla mente poco a poco dal buio del suo mistero e a raccontarle a qualcuno col quale elaborarle e bonificarle?

Come ho osservato in molti altri casi, il mistero di una nascita sconosciuta e inattingibile è inquietante per ciascun protagonista di un processo di adozione.

 

Quali ansie, emozioni, fantasie, ricordi personali e famigliari lontani si sono dati convegno dentro di lei, papà, e vi hanno creato scompiglio, confusione? Forse è stato proprio l’arrivo di Paolo e il suo radicarsi nel contesto della vostra convivenza famigliare con scambi vicendevoli di affetti sereni che hanno permesso il disvelarsi nella sua mente anche delle parti meno felici della sua vita: storie, gesti, vicende magari anche  traumatiche.

L’uomo, come  e più di ogni creatura vivente, è complesso e portatore di conflitti che a volte fanno tribolare, inquietano. Si riconosce capace anche di provare odio. E questo lo spaventa, teme di non saperlo  maneggiare bene e di non saperlo contenere per non fare del male ad alcuno.

Chi ne soffre in questi casi non è tanto il destinatario di questa disaffezione, ma colui che l’avverte dentro di sé e gli dispiace ed è mosso da pensieri e gesti di riparazione.

 

Forse, magari, adottando Paolo con il desiderio di dare un compagno di giochi a Giovanni, ora  si chiede: sarò un padre buono e giusto, capace di governare le mie fantasie o eventuali spontanee predilezioni  in modo da proteggere entrambi i figli e aiutarli a trovare fra loro sentieri di pace?

Un uomo buono non è quello che non prova e non conosce i propri limiti e  disaffezioni e teme di diventare ingiusto o violento, ma quello che ha appreso dalle relazioni primarie l’alfabeto e la grammatica degli affetti, tutti, e li sa governare senza supponenza e senza paura.

 

Ci sono dei racconti  nella Bibbia che sono in grado di illuminare e rappresentare questi fantasmi: l’astuto Giacobbe che inganna suo padre Isacco quasi cieco, con la complicità della madre, per sottrarre la benedizione e quindi la primogenitura al fratello Esaù; il bambino generato dalla schiava-concubina Agar che si prende gioco del figlio della legittima sposa di Abramo, Sara.

“Ero veramente felice…”.

Credo che, con molta pazienza e con un serio e costante aiuto professionale cui lei stesso accenna, possa tornare ad esserlo.

Augusto Bonato

 

 

 

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ITALIAADOZIONI
Redazione