Anche i giudici talvolta sono molto contenti

130314-N-HN991-006, ph Naval Surface Warriors, (c.c. Flickr)

Il dottor Augusto Bonato (psicologo, psicoterapeuta, già giudice onorario al Tribunale dei Minori di Milano) ci aiuta a riflettere sulla vicenda raccontata da una mamma adottiva. Leggete l’articolo e poi la riflessione.

http://www.puntofamiglia.net/puntofamiglia/2017/06/13/in-italia-ogni-3-giorni-unadozione-fallisce-e-il-bambino-viene-restituito/

Le due sorelline disabili

Questa tristissima vicenda, narrata da una dei protagonisti nella newsletter  di “Punto Famiglia” del 19 giugno u.s., si può comprendere, almeno in parte, alla luce di quello che può essere chiamato “calvario” o “dolore innocente”.

La racconterei  così: in una giovane famiglia nasce un bambino con  importanti disabilità. Quel bambino suscita nei genitori, nella famiglia estesa, negli  amici,oltre allo sgomento, alla pena indicibile, sentimenti quali “non ce la faccio a vederlo” e fantasie  di  evitamento o di espulsione : e se lo si affidasse alle cure delle istituzioni sanitarie e psico-educative specializzate in questa materia?

 

Essere abitati da  simili spinte emozionali non è una colpa ma  sicuramente  fonte di  profondi  “sensi di colpa” che ordinariamente attivano affetti e  gesti  riparativi e la capacità di trovare  nella cura paziente di questo piccolo anche la gioia di  cogliere mille piccoli progressi e segni di potenzialità mai lontanamente immaginate o sperate.

La sorella del bambino, autrice della lettera,  afferma: “So cosa prova una famiglia quando si sente abbandonata da tutto e da tutti…e senti il vuoto delle istituzioni che si intreccia col vuoto di sensibilità sociale verso le problematiche legate ai figli affetti da gravi disabilità…”

 

Si sposa e, con il marito, desidera un figlio. Che  purtroppo non arriva. Altro lutto da elaborare.  Forse entrambi si sentono vittime di una nuova ingiustizia e si arrabbiano. Il dolore  poco a poco si stempera perché si affaccia al loro orizzonte la scintilla di una possibile genitorialità adottiva (genitorialità vera, piena, non “di scarto”).

 

La lettera inizia dalla fase della  cosiddetta  “proposta” ai candidati genitori del bambino o dei bambini bisognosi di una nuova famiglia e in attesa di  essere adottati. Non  accenna minimamente ai tanti, importanti passaggi intermedi  che devono essere  attraversati e che normalmente  esigono  anni ( in questo caso quattro) e  coinvolgono vari professionisti dei Servizi sociali e sanitari  di territorio: psicologi,  neuropsichiatra infantile, assistenti sociali, educatori di comunità, giudici dell’abbinamento.

Le relazioni che i  Sevizi di territorio sono tenuti a mandare al T.M. sono in genere accurate, complete di tutte le notizie e degli elementi di valutazione dei componenti della coppia che si candida all’adozione: le due storie delle famiglie di origine, la storia di vita di ciascun coniuge, il suo processo di maturazione umana, affettiva, culturale, sociale, professionale;  il raggiungimento di una piena emancipazione psicologica.

 

Di solito questa relazione si conclude con un giudizio più o meno esplicito sull’idoneità  all’adozione, e per quale tipo di bambini. Normalmente questa relazione viene letta alla coppia  prima di essere inviata al Tribunale per i Minorenni competente per territorio ma può essere anche integrata dall’opinione degli aspiranti genitori.

 

Alla coppia in oggetto viene proposta l’adozione di due sorelline  disabili, la maggiore delle quali ha dodici anni.

“I miei famigliari erano contrari. L’unica che avevo dalla mia parte era mia madre. Mio padre non si espresse mai né in un senso né nell’altro”. Quasi soli.

 

La giovane  ritiene che il fatto di essere cresciuta in una  famiglia con un fratello disabile abbia rappresentato, per i giudici, un titolo a favore della proposta alla coppia non solo  di una bambina con grave disabilità, ma addirittura di due sorelline disabili.

I due però collassano dopo tre settimane di fatiche che non si possono dire,  e dichiarano la propria impotenza a proseguire nel compito accettato.

Il resto si commenta solo con un doveroso silenzio pieno di comprensione.

 

Non si conosce il T.M. dove si è svolta la storia riferita.

 

Il bambino che, per una ragione o per l’altra, ha perduto i genitori di nascita, ha  diritto ad avere una nuova mamma e un nuovo papà, una nuova famiglia che sia per lui la migliore possibile, la più adeguata e in grado di soddisfare i suoi personali, speciali  bisogni di salute fisica e mentale, sociale e culturale allo scopo di poter arrivare al più alto livello di maturità umana possibile.

Una parte non irrilevante dei bambini che hanno bisogno di adozione sono portatori di handicap più o meno gravi, come le due bambine delle quali si è parlato.

Per  ogni bambino adottabile l’équipe del T.M., incaricata di cercare e  trovare la coppia  “giusta” per i suoi bisogni, ne convoca un certo numero:  da sei a  quindici  e oltre fra quelle che hanno dato la disponibilità ad accogliere anche un portatore di handicap più o meno grave.  E prosegue la ricerca, le convocazioni e audizioni fin che non ne incontra una  che la convinca, che la rassicuri che il piccolo sarà in buone mani.

 

E’  vario il panorama umano che si incontra  nelle audizioni delle coppie aspiranti all’adozione.

Ci sono quelle nelle quali  prevale il  “bisogno” (più che il desiderio) di avere un bambino, che vivono come un  “diritto”,  e per questo si dichiarano disposte a tutto, anche ad accogliere qualunque patologia  possa avere il bambino, convinte che il loro amore sia capace di ogni miracolo. Non immaginano lontanamente quanto un figlio “malato” possa impegnare la loro mente, il loro tempo, tutta la loro esistenza futura e quella delle persone della loro famiglia.

Ce ne sono altre che si dichiarano disponibili alle situazioni più difficili e problematiche, ma manifestano una preoccupante attitudine sacrificale.

Altre ancora che, quando vengono loro adombrate situazioni di bambini con seri problemi di salute, temono di mettere a repentaglio il proprio legame coniugale e sono, comprensibilmente, prese da  profonda angoscia ed esprimono, con onestà e sofferenza, la propria indisponibilità.

Il Tribunale non cerca eroi o martiri e non chiede ad alcuno di diventarlo. Le persone sono invitate a considerare con serietà la situazione del bambino concreto-reale che viene loro proposto e di valutare con prudenza se si sentono in grado di accoglierlo, per sempre, con serenità e fiducia in sé stesse e nella loro famiglia.

 

A volte, dopo mesi e mesi di ricerche e di convocazioni estese su tutto il territorio nazionale e in seguito  ad “appelli” pubblicati su quotidiani e riviste sensibili ai valori umanitari di solidarietà, ci si imbatte in due persone che suscitano sentimenti di meraviglia, al limite dell’incredulità. Persone equilibrate, dotate di un  buon contatto con la realtà, vitali, psicologicamente  mature, con una storia di vita fondata su solidi affetti famigliari. Non risparmiate da fatiche e sofferenze, ma nutrite da belle esperienze culturali, lavorative, amicali, sportive, di volontariato, arrivano a pensare che   sia “quasi normale”, per loro e per  i loro parenti, accogliere un bambino malato o problematico.

Anche i giudici talvolta sono molto contenti.

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ITALIAADOZIONI
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