Da due a quattro!

Father and son, ph Blondinrikard Fröberg,(c.c. Flickr)

 

Una nuova storia di adozione internazionale da ascoltare con attenzione e rispetto, aprendosi all’accoglienza speciale che il dottor Augusto Bonato (psicologo, psicoterapeuta, già giudice onorario al Tribunale dei Minori di Milano) sa riservare a chi pone innanzi ad ogni pretesa di somiglianza il bene del proprio figlio.

 

Gentile Dottor Bonato,

siamo una famiglia adottiva da circa un anno, abbiamo adottato due bambini Ucraini, Andrej di 5 anni e Danil di 7. Siamo passati da 0 a 2 e non è stato facile. Sono bambini molto vivaci e, pur essendo fratelli, molto diversi, Andrey è affettuoso e “mammone”, mentre Danil è molto più distaccato vuole solo cose ed è meno “toccabile”.

Quando siamo tra di noi va abbastanza bene, quando siamo a cena con amici con altri bambini tutti ci riempiono di consigli su come fare ad educarli ed a “tenerli”.

Noi ci accorgiamo già che non possiamo usare i metodi che abbiamo conosciuto come figli, pur avendo avuto entrambi bravi genitori che ci hanno “cresciuto bene” !

I nostri bambini sono molto sensibili (Andrey) o assolutamente insensibili (Danil) alle nostre correzioni, o addirittura sgridate! Non è semplice, a volte anche tra noi due alziamo la voce e ci accusiamo a vicenda di sbagliare quando le reazioni dei nostri bambini sono inaspettate!

Inoltre la mancanza di informazioni sulla loro vita precedente, come erano i loro genitori, che “fattori genetici” influiscono, che abitudini radicate avevano in orfanotrofio…ci mette sempre un po’ in sospeso! Andiamo avanti per tentativi ed errori. Ci facciamo aiutare dal gruppo di famiglie adottive e da una educatrice-counsellor.

Ma c’è una domanda che ci piacerebbe porle, per la sua esperienza quanto conta la radice “genetica” e l’impronta della prima infanzia e quanto possiamo sperare che prendano da noi? Che si appassionino a quello che appassiona noi, che ci assomiglino almeno un pochino? Oppure dobbiamo togliercelo dalla testa!

Grazie se vorrà e potrà risponderci!

Cari saluti

Luisa e Guido

 

Cari Luisa e Guido,

da  un anno siete i genitori legittimi di due bambini nati e cresciuti in Ucraina, adottati  attraverso un’adozione internazionale. Suppongo che abbiate presentato la vostra disponibilità all’adozione nazionale e internazionale (di “uno o due bambini entro i sei anni di età”), presso il T.M. di Milano.

Dalle istituzioni pubbliche e dagli “orfanotrofi” di vari paesi dell’est, compresa l’Ucraina,  risulta che spesso i bambini arrivano in Italia come se non avessero una storia personale, famigliare, istituzionale conoscibile, sulla quale costruire fantasie, ipotesi, anche timide, sul loro mondo interno e sulle loro competenze cognitive e relazionali.

Immagino Andrej e Danil, quando li avete incontrati la prima volta, in istituto. E’ come se mi si presentassero davanti, nella fantasia, due bambini “nudi”, gli occhi spalancati, emozionatissimi. Hanno  freddo e  bisogno di essere  scaldati da  sguardi, gesti e parole che ridanno vita.

Penso ai loro modi di esprimersi. Danil, più grande, nasconde e nega anche a se stesso la parte di sé dolente,  bisognosa di amore e di cure, mentre Andrej la esprime  con fiducia, donando e chiedendo tenerezza.

I bambini più grandi  portano spesso stigmate di sofferenza più profonde, perché sono durate più a lungo. Da tutto questo Danil si difende con una corazza di diffidenza. Chi può averlo “toccato” e ferito ? Quali mani, parole hanno disseccato in lui la linfa della gioia? Non si fida più di nessuno, come se si fosse sentito tradito e ora  “pretendesse” solo cose materiali come risarcimento di un diritto primario negato. Cose che, naturalmente, non gli bastano mai, perché di natura del tutto diversa dal regno degli affetti.

E Andrej, dove ha sotterrato la sua parte rabbiosa, sospettosa, per mostrare di sé solo “l’aspetto-cucciolo”, affamato di coccole?

In ciascuno dei due fratellini le “parti” buone e quelle cattive si escludono a vicenda, non riescono a dialogare fra di loro. Sembra che non si possano integrare, almeno per ora.

Eppure, pare che abbiano avuto gli stessi genitori, un passato di vita simile: una famiglia molto “malata”, un istituto e regole severe.

La  storia di questi bambini potrebbe somigliare a quella di Ivan, il ragazzo adottato dalla coppia che ha scritto la lettera pubblicata sul sito.

Impastati con la stessa farina e dalle stesse mani. Ciascuno di loro porta dentro di sé, certamente, anche la parte nascosta  che invece è palese e manifesta nel fratello. Come se,  per ora,  Andrej e Danil non avessero nulla da dirsi, da scambiarsi e potessero sentirsi vicendevolmente estranei,  irraggiungibili.

Possiamo anche immaginare  che ciascuno esprima tratti del carattere di uno dei due genitori.

Come i due bambini, anche i due genitori forse non si capivano, non si parlavano, litigavano, si minacciavano e loro ne erano spaventati, si nascondevano e non si facevano più “trovare” nella loro integrità,  composta dalla condensazione  di ogni affetto: bello o terrifico, distruttivo o tenero. Diventavano,  perciò, oggetto di interesse e di intervento delle istituzioni pubbliche che per tutelarli li collocavano in istituto.

Com’è stupefacente e ricco di manifestazioni impensabili lo spazio segreto del nostro mondo “inconscio”, ma reale.

Voi stessi, Luisa e Guido,  talvolta vi sentite tirati a cimento: vi arrabbiate, alzate la voce e vi rimproverate a vicenda di non capire, di non saper correggere nella giusta maniera i bambini per i loro comportamenti biasimevoli. E vi sentite umiliati, in colpa, con una gran voglia di cambiare e di offrire ai vostri figli il meglio di voi stessi.

C’è un filo rosso misterioso che lega fra loro le vostre tre storie (genitori di nascita, fratellini e  genitori adottivi), che ci può aiutare a capirle.

Personalmente non credo che vi siano di grande aiuto le persone che con le migliori intenzioni vi “riempiono di consigli” e vi “spiegano” i vostri figli, insinuandovi il dubbio di non saperli “tenere”.

Darei maggior valore, invece, proprio all’esperienza che avete vissuto con i vostri genitori, “entrambi bravi”, che vi hanno “cresciuto bene”. Vuol dire che erano saggi, magari brontoloni all’antica, ma sicuramente solidi negli affetti, talvolta necessariamente fermi nel porvi dei limiti che davano sicurezza non solo e non tanto a loro, ma soprattutto a voi.

Utile sicuramente l’incontro con altri genitori adottivi come voi che non vi fanno sentire soli nelle  fatiche, paure, arrabbiature, specie se il gruppo è moderato da uno psicoterapeuta che conosce  il mondo dell’adozione ed è capace di tessere insieme i fili che uniscono le diverse esperienze che ciascuno di voi  racconta e sa dare significato e valore a  ciascuna e a tutte insieme.

Chissà quante volte avete sentito il desiderio di porre ad Andrej o a Danil qualche  domanda sulla loro vita, sulla loro storia, magari con grande delicatezza,  senza sentimenti inquisitori, ma loro si sono chiusi.

Forse non è ancora il tempo, forse non sono ancora in grado di attingere con serenità anche solo piccole gocce di risposta dal pozzo profondo della loro esperienza.

Credo che siano loro invece  che, continuando ad osservarvi, nel corso di tutti i giorni e i momenti,  vi interrogano  anche senza parole e vi domandano sostanzialmente: “Chi sono io per te?”.

Magari non si aspettano neanche parole. Non  servono come linguaggio della verità. Loro sanno leggere la verità dei vostri sentimenti, di ciò che anima i vostri gesti e i vostri comportamenti. Non li potete ingannare. C’è un istinto universale che rivela i segreti del cuore. Anche noi siamo fatti così.  Non ci possiamo ingannare o illudere. Sappiamo quali sono i sentimenti, magari ambivalenti, complessi, contradditori che animano il  nostro cuore.

E’ un lavoro che per ogni genitore non finisce mai. A maggior ragione se il bambino è  “straniero e sconosciuto”, più di ogni figlio biologico,  per il quale pure talvolta  capita di dire o pensare: “questo figlio non lo capisco più”.

Voi e loro troverete un po’ di serenità quando, poco a poco, percepirete dentro di voi  Andrey e Danil come “vostri veri figli per sempre”, anche se generati da un padre e da una madre differenti.

Anche loro allora cominceranno a sentirvi “genitori veri e per sempre”, non senza momenti di ansietà , di dubbio, di ribellione.

Cito spesso Winnicott, psicoanalista infantile  che spiegava il suo gusto di vivere e di curare con  straordinaria competenza clinica i bambini affermando: “Quando sono nato mia madre mi ha sorriso”. Mi sembra che il senso delle sue parole sia questo: mia madre era contenta di me, io le regalavo gioia e lei me la restituiva moltiplicata.

Per quanto riguarda la somiglianza che comprensibilmente cercate in  Andrey e Danil, mi sento di poter dire che ciò che è “genetico” in ciascuno di noi conta molto.

Al “mondo-culla” del grembo materno che ci ha contenuto possiamo aggiungere anche la “storia della vita reale e del mondo interno” dei nostri avi.  La psicoanalisi più accreditata ci garantisce che esiste una “trasmissione della vita psichica fra le generazioni”. Ma questo “genetico” non è una gabbia, una legge  che determina in modo infallibile la vita, il carattere, le passioni, l’emotività, il “destino futuro”. Rimane vastissimo in ciascuno lo spazio della creatività e delle innumerevoli trasformazioni che si possono verificare nel corso del tempo.

Questo è anche lo spazio dell’azione “creativa” dei genitori, degli educatori e delle stagioni che occorrono perché i frutti maturino.

C’è bisogno del calore e della passione di chi si prende cura di un bambino, che sia ricco di entusiasmo, di fiducia nel bambino e in se stesso. Che sappia aspettare poco a poco lo sbocciare di questo orizzonte:”Anch’io voglio fare come papà; come è bello quello che fa la mamma; come mi piacerebbe giocare e riuscire bene a scuola come il mio amico”.

Ciascuno, lo sappia o meno, può diventare “contagioso”.

I genitori hanno sui figli dei sogni, dei progetti. E’  legittimo. Qualcuno, forse, si può anche realizzare, ma molto spesso no. Questo non significa però che non siamo stati bravi o che i figli siano degli ingrati. Magari significa proprio il contrario, può voler dire che li abbiamo aiutati a scegliere non quello che piace a noi, ma quello che è bene per loro.

“I vostri figli non sono i vostri figli.

… Essi non vengono da voi, ma attraverso voi, e non vi appartengono…Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri, poi che essi hanno i loro pensieri…Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccati lontano… (Gibran Kahlil Gibran, Il profeta, Milano, 1980, pag.39)

 

Augusto Bonato

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