Conformismo!

student_ipad_school - 225, ph Brad Flickinger, (c.c. Flickr)

Come tutti o come nessuno? Chi tra noi per una o più volte nella vita non si è forse lasciato trasportare dal motto così fan tutti! Una riflessione, condita da ironia e realismo, per riflettere con il sorriso sul bisogno innato che abbiamo di sentirci di casa, ovunque andiamo. La misura per i nostri figli? Beh, per quella ci siamo noi genitori!

Sono di origini napoletane (premessa indispensabile per il seguito): ma com’amma fa’ pe ‘sti figli conformisti? Passata quasi un’intera vita a distinguerci dagli altri (ragazzi, abbiamo anche adottato un figlio pur di fare qualcosa di diverso dai comuni mortali, diciamocelo!) ci troviamo con questi figli che non hanno nessuna voglia di essere diversi: la camicia come l’amica, il cellulare del cugino, il taglio di capelli come quella cantante (spero sempre non come Sia, se non altro perché mi andrebbe a sbattere qui e là più di quello che fa normalmente!) e poi, dài mamma, sei antica, su Facebook perfino la maestra chiede l’amicizia ai miei compagni di classe, su Instagram ho 125 followers (è piaciuta la mia canzoncina con i bicchieri, vedi?), su Snapchat ho conosciuto un figo da paura… E i bulli, più o meno cyber? Mi so difendere da me, li mando a quell’altro paese (no, non il mio d’origine…) o li prendo in giro anch’io, sappiamo già tutto, cosa credi?

Mia figlia, che fa parte della schiera di figli adottivi “colorati”, nella prima estate della sua nuova vita in Italia voleva uscire con i collant chiari per non far vedere le gambe scure. Considerando che non poteva ancora aver sperimentato alcun epiteto razzista  anche perché non parlava ancora italiano, probabilmente temeva di non essere accettata dai “visi pallidi”italiani, dato che era abituata al fatto che in Colombia, suo Paese di origine, esiste una grande discriminazione in base al colore della pelle, che va dal bianco latteo stile Ingrid  Betancourt (colombianissima, ma che nome nordico!) al nero pece stile nigeriano. Insomma non voleva essere DIVERSA, e questa è stata anche la molla che le ha fatto imparare l’italiano benché ci avesse chiesto, imperiosamente come in tutte le sue richieste: “No me hable in italiano!”.

Benchè amasse vestirsi con vestiti e gonne variopinti e francamente “sexy”, e opponesse fermi rifiuti ai nostri tentativi di farle scegliere qualcosa di più “acconcio” (in quinta elementare sono stata redarguita dalle maestre perché era andata a scuola con una blusa che lasciava scoperta una spalla!), alla lunga ha cominciato a vestirsi con jeans e maglietta come le sue compagne di classe e ora guai a proporle, almeno per le occasioni “speciali”, qualcosa di più “femminile” (ma anch’io non ho forse sempre indossato pantaloni e maglie comode senza lasciare tanto spazio alla fantasia?).

Insomma, ha bisogno di UNIFORMARSI, come sento dire di molti figli adottivi. Forse perché sono (o si sentono)  già troppo diversi: sono  “colorati” (qualcuno direbbe “abbronzati”) o hanno gli occhi a mandorla (che ora vanno anche per la maggiore!) o comunque sono più bassi/più alti, più chiari/più scuri, più belli (quello sempre) dei genitori adottivi, e non hanno nessuna voglia di distinguersi ancora un po’…

Io personalmente ho sempre rifuggito dal fare quello che facevano gli altri, tranne poi sentirmi isolata (da adolescente) e desiderare di aver fatto quello che mi andava invece di quello che DOVEVO fare (da adulta) o avere franchi rimpianti per quello che “avreisemprevolutofaremaperchènonl’homaifatto?”, in età più avanzata…

I miei (vecchi) familiari non mi riconoscono più ma, come faccio mettere a mia figlia i jeans strappati, le consento di usare il mascara già da quando aveva 13 anni, e vai col cellulare personale alla stessa età (prima usava il mio, e c’è ancora qualche suo “amico” che la contatta sul mio numero…); ma io la capisco, lo sento che ha proprio BISOGNO di essere e fare quello che fanno tutti gli altri, di essere UGUALE agli altri, di NON  DISTINGUERSI da loro… ma perché devo renderle la vita impossibile, rattristarla, contrariarla oltre ciò che per forza la contraria e la rattrista, cioè regole, e castighi, e nuove abitudini, nuovi odori, nuovi sapori, nuova luce del giorno (se vieni, come mia figlia, da un Paese equatoriale, vai a capire che esistono le stagioni coi giorni più lunghi e quelli più corti di 12 ore…)?

In un mondo tutto nuovo, dove non c’è più niente di quello che era loro familiare, dove anche il loro nome non lo pronuncia più nessuno come prima, dove la loro stessa pelle cambia e non sono più se’ stessi ad ogni giorno che passa (questo lo hanno in comune con gli altri, ma non se ne accorgono, ahi, l’adolescenza…),  hanno  bisogno di avere qualcosa di fermo, e, per quanto ci dispiaccia, sono i loro coetanei, sissignori, non siamo noi (che pure siamo, loro malgrado, il loro punto di riferimento), sono i loro amici o quelli che vedono su You Tube, o su Facebook, o su Dio sa solo quale altra diavoleria “social”… Non me lo invento io, i coetanei sono secondo molti studi (oddio, ho usato una parola tabù) il punto fermo dei nostri figli e, se ci pensate, è anche giusto: noi invecchiamo, abbiamo poco in comune con loro, il nostro mondo è tramontato, fino a non molto tempo fa non eravamo nemmeno in grado di utilizzare un touchscreen, loro ci sono nati e toccano pure gli specchi per cambiare immagine, insomma noi siamo il passato, loro vivono solo nel presente, qui e ora, facciamocene una ragione!

E se questo atteggiamento, per forza di cose, limiterà l’espressione della loro personalità… facciamocene una ragione, saranno comunque originalissimi, perché sono, loro malgrado, “diversi”.

Paola D’Antonio

 

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