Riconoscersi nell’arte, un nuovo sguardo sull’adozione

ph Greta Bellando (tutti i diritti riservati)

“Mettere assieme i pezzi di sé” è la ricerca di ogni essere umano ed in particolare il bisogno esistenziale di Jung, No&ni e Red che attraverso ogni “pezzo” della loro collezione si raccontano e ci raccontano. Perché nulla può andare perduto, e le forme di espressione artistica, attraverso simboli, immagini e suoni, permettono di far convivere l’urlo della solitudine con la forza della vita, ciò che è stato assieme a ciò che ancora deve essere scritto.

Sabato 11 marzo, nella cornice di una giornata primaverile, si è svolto a Milano il seminario “Arte e Adozione” organizzato dall’Associazione Ado. T. Attratta dal titolo e dalla nuova prospettiva con cui osservare questa tematica mi sono convinta e sono andata.
Appena entrati nella sala, in cui si teneva l’incontro, si potevano ammirare tele dipinte e piccole sculture dai tratti orientali. La mattinata è iniziata con la visione del lungometraggio “Couleur de peau: Miel” di Jung, adulto adottato, di origine coreana. Attraverso la pellicola, in lingua francese, poiché il giovane fu adottato in Belgio, si srotola la sua esistenza in cui avviene abilmente un continuo passaggio tra il Jung bambino, un po’ “terribile” -come lui si definisce- e il Jung uomo, alla ricerca delle sue origini, nella sua terra natia.
Adottato da una famiglia in cui vi erano già 4 figli, egli ha imparato una nuova lingua, un nuovo modo di relazionarsi e ha dovuto mettere assieme i pezzi di sè. L’arte di Jung è stata quella di raccontarsi attraverso i suoi disegni, i suoi fumetti, che nella pellicola sono divenuti animati e si sono mescolati a immagini sbiadite di una vita assieme alla famiglia che lo ha accolto, mostrandoci le risate di una vita con 4 fratelli, senza però nasconderci la durezza di una madre che arrivò a definirlo “una mela marcia” e talvolta a punirlo con delle frustate. Tanto erano forti quelle immagini che in molti si sono domandati se realmente fosse tutto “vero”; le immagini, le parole, i suoni giungevano così forte “dentro” che pareva complesso unire la severità e la freddezza di quella donna, all’amore che una madre dovrebbe avere e mostrare. Quanto l’amore può andare oltre le parole e i gesti? In fondo Jung ne combinava davvero di tutti i colori, metteva alla prova i suoi genitori, giorno dopo giorno, richiamando la loro attenzione: aveva semplicemente bisogno di essere visto, aveva bisogno di urlare al mondo che esisteva e che valeva anche lui!
E poi, appaiono importanti le sue riflessioni all’arrivo di quella sorella, così simile, forse troppo simile, che lo portò a domandarsi di sè e a perdere quelle attenzioni da parte dei suoi genitori di cui aveva ancora bisogno. Attraverso i suoi sguardi e le sue azioni ci mostra la fatica di diventare fratelli, di qualcuno che ti somiglia così tanto che ti può perfino riflettere un dolore comune, un’assenza comune, un’origine con cui dover fare i conti.
A proposito di origini, il nostro Jung bambino le ha provate tutte, perfino rinnegandole cercando di essere sempre più un giapponese, quella sì era la cultura che poteva fare per lui: le arti, la musica, la gestualità…tutto era perfetto! Peccato che lui col Giappone aveva poco a che fare, se non che il rapporto tra Corea e Giappone è sempre stato di grande conflitto. Ma in fondo cercarsi significa anche un po’ entrare in conflitto con noi stessi.

Quanto è difficile accettare parti di noi che ci rimandano a delle ferite? Accettarsi significa aver prima affrontato la rabbia che si ha dentro, significa aver fatto pace con l’abbandono di una madre, e l’abbandono di un Paese che in qualche modo ti ha lasciato andare; il padre di nascita non compare mai, forse perché -come afferma Jung- il rapporto con il padre adottivo era migliore rispetto a quello con la madre.
Il voler essere “altro” ha portato Jung a perdersi per ritrovarsi tra le braccia della madre, ed in quell’atto finale si è compiuto il riconoscimento di sentirsi madre e figlio, in un legame che sa andare oltre il sangue, unendo il dolore, trasformandolo in amore.
La pellicola è coinvolgente e ha molti tratti pieni di umorismo, ci mostra un ragazzo simpatico e un po’ monello, che crescendo ama sempre di più il genere femminile, sfruttando il momento delle lezioni di danza per ammirare corpi di bellissime ragazze.
Jung è una delle testimonianze della giornata e attraverso i suoi disegni abbiamo scoperto il suo mondo: la sua parte più intima e profonda. Il rapporto così difficile con la madre sembra esser stato il motore che lo ha spinto a rifugiarsi nei suoi fumetti, perché così stava bene; e così oggi ci ha raccontato e donato una pellicola apprezzata in molti Paesi, che ha già ricevuto moltissimi premi cinematografici.
Questo film ci aiuta a comprendere delle sfumature che possiamo ritrovare nelle storie di tutti i giorni, non esiste solo il bianco o il nero, ma si può avere anche la pelle color miele.
Tra ammirazione e commozione siamo giunti a conoscere No & ni, artista scultrice, adottata in Belgio, anch’essa di origine coreana. La sua ricerca di identità passa attraverso la scultura e il modellare. Ha iniziato a disegnare con la gravidanza, i suoi figli sono stati i suoi primi “modelli”. Ho molto apprezzato la delicatezza delle sue opere e il gesto manuale, di cura e definizione che vi sta dietro. In fondo dar forma alla propria identità richiede cura, pazienza e dedizione e la sua arte richiama alla perfezione tutto quanto. Attraverso l’atto del modellare, lei ha potuto fare i conti mano a mano con se stessa, passando dapprima a rappresentare donne dalla figura giapponese. Un po’ come Jung, ha dovuto approdare in Giappone per poi essere pronta, solo in un secondo momento, a dare vita a sculture dai tratti e costumi tipici coreani.
All’inizio le sue creazioni avevano in volto solo degli occhi sorridenti, mentre le altre parti venivano omesse, come a lasciare che l’immaginazione potesse essere libera di passare a varie immagini di colei che era donna…madre!
Nelle sue sculture ci sono molte coppie di madre e figlia, mentre ha più difficoltà a dare vita a immagini maschili. Quelle figurine, che un po’ le somigliano sono il modo che lei ha scelto per ritrovarsi, per far pace con le sue origini e sentirsi così completa, tanto che nel suo tratto di artista vi è la fusione dei suoi due nomi: quello occidentale e quello originario.
A contrario di Jung, che ha sempre cercato nelle sue immagini oniriche di dare un viso alla madre, per No&ni questo è stato più complesso; anche da adolescente ha ammesso che era forte in lei il desiderio di comprendere i tratti di quelle persone mai incontrate, ma è sempre stato troppo complesso ritrovare nella mente le immagini di quei volti.
E poi c’è Red giovane artista, di soli 20 anni, di origine etiope, adottato da una famiglia milanese. Francesco, in arte Red (dal suo nome di origine), è giunto in Italia a 8 anni assieme alla sorella. Il suo viaggio nell’arte è iniziato con i graffiti, perché cercava di fare pace con quei due nomi con cui non riusciva a convivere; solo attraverso i graffiti poteva sentirsi libero di essere ciò che desiderava. Ognuno di noi, secondo Red, ha un personaggio e tutti dovrebbero scavare a fondo per cercarlo, per dargli vita, indipendentemente dall’essere adottati.
Inizialmente il suo approccio all’arte è stato un po’ turbolento, perché non sono amessi i graffiti per i muri della città, così inseguito dalla polizia, è andato oltre tutto e tutti per ritrovarsi. In principio i graffiti stavano nei cantieri, perché è nei cantieri che si costruisce e attraverso il suo gesto voleva provocare riflessioni in chi poteva ammirarli. Dopo i graffiti è passato alle tele e a disegnare sugli abiti, poiché attraverso un incontro importante è giunto sino alle passerelle della moda.

Il suo essere “ribelle” lo ha portato a dar forma a se stesso, tanto che oggi sente di vivere più sereno, anche senza quella data di nascita certa, perché in fondo ha capito chi è ed il suo valore. Nella sua arte, nei suoi colori si celano Paesi e personaggi che si appartengono e che sanno fare pace in un’unica tela.
Quello che ci ha saputo svelare e donare questa giornata è il talento di chi ha sofferto, di chi ha lottato, di chi…ha vinto la sfida contro se stessi. Il dolore non deve necessariamente togliere, non si può sempre colmare ciò che non c’è, ma da quel “buco” possono emergere sfumature importanti, immagini nuove.
L’arte, non risolve, ma aiuta a trovare passo dopo passo la meraviglia di trovarsi…ri trovarsi.

 

 

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A proposito dell'autore

Greta Bellando
Pedagogista, laureata all'Università degli Studi di Genova. Da anni appassionata alla tematica adottiva per cui ha scritto due tesi di laurea. Oggi prosegue il suo percorso di studi all'interno del Master "Il lavoro clinico e sociale con le famiglie accoglienti: affido e adozione".