La scelta su misura

Learning to write, ph kvitlauk, (c.c. Flickr)

Festeggiamo con alunni e docenti la fine dell’anno scolastico con questo interessante articolo che affronta il tema della scelta scolastica e del suo impatto sul vissuto personale.

Come affrontare le scelte? Quando  riguardano direttamente noi, certamente riusciamo a ritrovare parametri ed esperienze che ci possono chiarire i termini della questione. Ma se stessimo parlando dei nostri figli? Certamente qualche domanda in più ce la dovremmo porre: non solo in coppia e agli educatori, quanto coinvolgendo nostro figlio, il protagonista della scelta; colui che affronterà, con tale decisione, il cambiamento più consistente e da più punti di vista.

Si parla frequentemente, nelle pubblicazioni e sui siti che trattano di adozione, delle difficoltà che incontrano a scuola molti minori figli adottivi, e delle strategie e attenzioni necessarie per accompagnarli nel loro percorso di apprendimento.

Si parla meno della condizione e delle necessità dei bambini e ragazzi adottati che mostrano un’intelligenza pronta e una grande facilità di apprendere, che pure sono molti perché – come sappiamo – alla condizione adottiva non corrisponde un’uniformità di situazioni: ogni minore figlio adottivo è un caso singolo, anche dal punto di vista delle possibilità di apprendimento. Ma quali sono i bisogni di questi bambini e ragazzi, che hanno avuto la grande fortuna di non veder compromesse le proprie capacità cognitive dai precoci vissuti traumatici, dalle condizioni di trascuratezza che possono aver caratterizzato la loro prima o primissima infanzia?

Accade sovente che i genitori – ma anche gli insegnanti – rassicurati dall’intelligenza brillante di questi bambini, spesso accompagnata da predisposizione alla socialità e da una buona capacità di adattamento alla vita scolastica – tendano a sfruttare al massimo queste doti. Un figlio adottivo dotato di buona intelligenza potrebbe coronare il sogno dei genitori – che nella maggior parte dei casi appartengono a un ceto sociale di buon livello culturale – di un figlio che cresce diventando a loro simile, ben integrato nel contesto familiare e sociale. Si tratta di un desiderio di normalizzazione comprensibile, a cui corrisponde anche la volontà di dare al figlio ciò che – nella cultura di appartenenza della famiglia – è percepito come “il meglio”, in vista delle possibilità di integrazione sociale e lavorativa futura.

Ecco allora il caso del bambino inserito nella primaria con un anno di ritardo, perché adottato a 7 anni, per il quale i genitori chiedono dopo un paio d’anni un salto di classe per mettere alla pari la sua frequenza scolastica con l’età anagrafica. Ecco il bambino che viene spostato di scuola perché in quella attuale “gli insegnanti pretendono da lui troppo poco”. Ecco il bambino che viene inserito in corsi extrascolastici (lingue, musica, attività sportive…) perché faccia più esperienze e apprenda il più possibile. Ecco il ragazzo iscritto al liceo, al termine della scuola dell’obbligo, perché quel tipo di studi rientra nella tradizione di famiglia e perché l’ambiente liceale è ritenuto, per quanto riguarda l’utenza, più sicuro e protetto.

Non voglio sostenere che queste scelte siano tout-court sbagliate. Ritengo, tuttavia, che decisioni di questa portata vadano calibrate con grande attenzione. Se è sempre difficile fare la scelta giusta per qualsiasi ragazzo (non pretendere troppo, ma neanche troppo poco per non mortificare le sue capacità e deprimere la sua curiosità), per un adottato la questione si complica ulteriormente. Sappiamo infatti che alle grandi capacità di adattamento e alle buone doti intellettuali che molti minori adottati presentano – e che inducono a pensare che essi siano solidi anche emotivamente – non corrispondono in realtà quasi mai analoghe capacità di ordine emotivo. Il vissuto precedente all’adozione, anche quando è stato molto breve, li ha resi più immaturi, più insicuri, più fragili dei coetanei. Sono bambini ipersensibili alle osservazioni e al giudizio altrui, bambini che temono il rifiuto e l’abbandono, per i quali “riuscire” in molti casi non è un qualcosa di naturale, ma il risultato di sforzi enormi per rispondere alle aspettative del loro ambiente.

Johanne Lemieux, in un bell’articolo che potete leggere sul sito www.spazioadozione.org, parla, a proposito di questi bambini, della “sindrome del boeing 747 con i motori di un Cesna”. Dice J. Lemieux: “Ecco quello che succede a molti bambini adottati: hanno grandi capacità di adattamento e buone capacità intellettuali. Ciò gli conferisce un aspetto esteriore solido di grosso vettore: una carlinga di aereo 747. Genitori e professori vedono solo questo aspetto intellettualmente molto dotato e pensano di far bene spingendolo al massimo (…). Ma ciò che si ignora troppo spesso è che sotto questa carlinga performante si nascondono due piccoli motori di Cesna. Guardando meglio, ci si accorge che il bambino ha capacità cognitive sopra la media, ma capacità emotive sotto la media della sua età e deve dispiegare più sforzi per raggiungere il livello che pensa si esiga da lui”.

Questa pressione a cui il bambino si espone costantemente può tradursi in sintomi psicosomatici: mal di pancia o mal di testa, ansia da prestazione o da separazione, insonnia, grande irritabilità, che può essere difficile collegare a un vissuto scolastico che continua a restare assolutamente adeguato. Bisogna invece essere attenti a questi segnali, e chiedersi se non si stia spingendo troppo. Così come è necessario non farsi cogliere impreparati se all’arrivo dell’adolescenza ragazzi fino a quel momento brillanti non sono più in grado di reggere compiti e ritmi di studio che prima affrontavano senza fatica, rivelando una fragilità di cui fino quel momento non avevano dato segno.

Ne deriva la necessità di procedere sempre con cautela nelle richieste scolastiche, considerando insieme all’aspetto cognitivo quello emotivo: ricordando che mettere carichi eccessivi non giova all’autostima e potrebbe avere ricadute gravi, mentre lasciare che le cose procedano con facilità su un fronte potrebbe liberare risorse per affrontare le difficoltà che si presentano su altri piani. Fare cambiamenti (di classe, di scuola) quando tutto procede bene, quando il bambino è ben inserito nel gruppo dei compagni e ha instaurato un rapporto di fiducia con gli insegnanti, può non essere la scelta migliore. Nei casi in cui si valuti che questo passaggio può avere un senso (se la disparità rispetto al resto della classe è troppa, se gli insegnanti concordano che il bambino ha le risorse per affrontare lo sforzo cognitivo richiesto ad esempio da un salto di classe), è importante considerare anche il punto di vista del bambino – sia le sue dichiarazioni esplicite che i segnali che può inviare – ed effettuare il passaggio con tutta la gradualità e il supporto necessari, senza troncare completamente i rapporti con il gruppo-classe precedente (questi bambini hanno già vissuto dolorose separazioni, non è il caso di aggiungerne altre!).

Per quanto riguarda la scuola superiore, se il ragazzo non è convinto del percorso di studi che i genitori hanno scelto per lui perché lo ritiene troppo impegnativo, l’insuccesso sarà quasi assicurato. Se è lui stesso a optare per un percorso particolarmente complesso (ma attenzione alle scelte apparentemente spontanee, che nascondo la volontà di non deludere e di sentirsi accettati e amati!), è opportuno non dare per scontato che possa farcela da solo, ma pensare che avrà bisogno di aiuto per affrontare i nuovi compiti cognitivi, che si presentano tra l’altro in concomitanza con l’adolescenza, e dunque in un periodo di grande turbolenza emotiva. L’esperienza insegna che può essere molto utile l’accompagnamento da parte di un ragazzo più grande (meglio se dello stesso sesso), un compagno più adulto che abbia già concluso lo stesso percorso di studi e possa aiutarlo a orientarsi nei nuovi compiti di apprendimento fornendogli, insieme all’aiuto nello studio, anche un modello in cui potersi identificare per crescere.

In ogni caso, tuttavia, è sempre meglio evitare di spingere al massimo. Le ferite all’autostima possono essere profonde, e difficili e lunghe da curare.

Livia Botta

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