Gravidanza e adozione

 

Lulù e la mamma, ph Maria Grazia Montagnari, (c.c. Flickr)

Le due protagoniste si muovono in tempi e spazi differenti raccontando emozioni e paure, gioie e dolori, dell’attesa biologica e dell’attesa adottiva. Due percorsi diversi quelli della gravidanza e dell’adozione, due strade parallele, il cui meraviglioso punto d’incontro è l’arrivo di un figlio.

Sono nel camerino di un centro commerciale, sento la voce squillante della commessa che dice:

Signora, che bella sua figlia! Quanto le somiglia, è identica a lei”.

Ho un attimo di smarrimento, poi rispondo tutto di un fiato: “Eh sì, …l’ho desiderata così tanto che è arrivata identica a me”.

L’altra sorride, mi porge il pantalone che le avevo chiesto e va via, senza chiedere altro.

Con il pantalone ancora tra le mani, guardo l’immagine di mia figlia riflessa nello specchio del camerino che con un gesto familiare sposta una ciocca di capelli dalla fronte; i colori e i tratti del viso sono le cose di lei che meno mi somigliano, il resto siamo noi, io e mio marito, l’esatto connubio tra la mia testa e il suo cuore.

Se l’avessimo concepita e io l’avessi partorita non so se ci somiglierebbe così tanto, forse sì, ma non posso saperlo. Quell’esperienza non l’ho vissuta, ma ho vissuto la mia: un’incredibile gravidanza durata molto più di quaranta settimane.

ph Simona Girimonte - Marcella Maccagnani (tutti i diritti riservati)

All’inizio di quel periodo mi sentivo perseguitata dalle pance delle donne incinta, dovunque mi girassi c’erano quei dischi volanti in salopette che sembrava avessero quale unica missione quella di seguirmi.

Poi, lentamente, non ci ho fatto più caso. Le pance si sono dileguate dalla mia vista e nella mia mente, e ho iniziato a riconoscere, tra le tante, quelle donne che, come me, avevano rinunciato a quella pancia da tempo, che vivevano tutt’altra attesa, simile alla mia.

I nostri “corsi preparto” erano incontri periodici organizzati dal nostro ente. Ci squadravamo, qualcuna rompeva il ghiaccio con qualche battuta, a volte emergeva quel dato in più – come il paese di destinazione, i mesi dal conferimento del mandato – che dava il la alla nascita del gruppo nel gruppo…il gruppo delle “pance diverse”.

Ci scoprivamo accomunate dalle stesse ansie, dalle stesse paure, dalla speranza di vivere presto le stesse emozioni.

Passavamo giornate in preda agli sbalzi ormonali, perché incinta ci sentivamo davvero. Non era il ventre a crescere, ma nel nostro cuore il bimbo si alimentava dei nostri pensieri, la notte era lì in agguato nei nostri sogni che talvolta diventavano incubi.

E se già conoscevamo il paese da cui sarebbe arrivato, andavamo avanti o indietro con le ore del fuso orario per immaginare la sua giornata in istituto, i giochi, i pasti, la nanna.

Avevamo talmente tante foto di quei luoghi (per averli già visti nelle immagini di chi prima di noi aveva finalmente fatto il viaggio), che ci sembrava di vedere nostro figlio correre su quei tappeti, di cullarlo nella penombra di una stanza semivuota, di contenerlo in preda alla paura o alla rabbia.

Il nostro bimbo lo sentivamo davvero crescere dento di noi come se l’avessimo avuto in grembo, ma il tempo passava, aspettare diventava stancante e i momenti di sconforto aumentavano; ci facevamo coraggio tra di noi, chi era più avanti rincuorava chi aspettava da meno.

Quell’attesa ci sembrava una linea retta tendente all’infinito, spesso scossa dalla frenesia di interrompere la monotona routine, apatica per l’accadimento del nulla.

Fino al tanto atteso squillo del telefono.

Finalmente il giorno e l’ora in cui quel volto disegnato mille volte si  sarebbe materializzato.

Finalmente una data di nascita ed un nome.

Nessuna parola per descrivere quell’attimo. Stavamo per conoscere nostro figlio e ci sembrava quasi di sentire il battito del suo cuore come un forte richiamo.

Per il primo incontro un fermento di preparativi: tanti regali, frasi preparate in una lingua sconosciuta, giochi diversi per rompere il ghiaccio dei primi momenti.

E durante quei giorni mi capitava ancora di incrociare nuove pance. Nelle salopette non entravano più, erano anche loro agli sgoccioli. Altre mamme, altre attese. Le guardavo con occhi nuovi, soprattutto allora. Stavamo davvero per stringere tra le braccia i nostri figli. E sentivo febbrilmente quanto le nostre emozioni si somigliassero. Le nostre domande, le nostre paure, le nostre gioie erano le stesse.

E poi quel lungo volo per concludere il viaggio dell’attesa. Anni vissuti per quegli istanti. Per il primo sfiorarsi di mani attraverso una palla fatta rotolare piano su quel tappeto, per il nostro primo contatto. I suoi occhi entusiasti per delle bolle di sapone soffiate insieme. Il suo primo sorriso.

E come dopo un’ultima estenuante spinta un bambino esce dal corpo stremato della madre, così, in quegli attimi, quel bimbo entrava finalmente nelle nostre vite, nelle nostre famiglie e si appropriava del posto che il nostro cuore gli riservava da tempo.

Il dolore, la rabbia, la speranza, l’inquietudine, lo sconforto, la paura di quegli anni di attesa cedevano il passo alla gioia.

La gioia di un figlio che nasce.

Simona Girimonte

 

In attesa”, Simona Girimonte Marcella Maccagnani, Infinito Edizioni, 2016

 

 


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