La depressione nei padri: cosa fare?

Father And Son At The Park, ph Jon Akhtar,(c.c. Flickr)

Dopo l’articolo uscito la settimana scorsa, che presentava un inquadramento teorico della depressione paterna in seguito all’adozione, questa settimana un nuovo articolo offre qualche spunto operativo e concreto per affrontare e superare  la sindrome del cavalluccio marino.

Riconoscere questi stati d’animo e prendersene cura, senza timore. Affidarsi ad operatori che conoscono, approfonditamente, il mondo delle adozioni e che sappiano posizionare nella giusta dimensione “l’evento ed il processo di trasformazione in seno alla famiglia”. Il sostegno da parte degli operatori, che hanno in carico il processo adottivo nella fase del post-adozione, è fondamentale nell’individuare e dare una giusta collocazione all’evento.

La coppia non dovrà rimanere sola, dovrà essere evitato, accuratamente, l’isolamento dell’ “…ora bastiamo a noi stessi, siamo capaci di sbrigarcela da soli, saremo senz’altro dei bravi “educatori per i nostri figli, quello che abbiamo imparato dai nostri genitori, può bastare”. Entrambi i genitori andranno sostenuti ed accolti, dando all’evento una cornice, delimitandone i confini e dando agli accadimenti il giusto riconoscimento. Il tempo da dedicare a se stessi è un buon alleato, dovranno coesistere la dimensione della genitorialità con  la dimensione della coppia affettiva. Un accompagnamento accurato, di tutoraggio e coaching educativo, per  infondere ed attivare nella coppia genitoriale la fiducia, quelle risorse che ognuno di loro, nella propria funzione, ruolo, potrà e dovrà essere in grado di svolgere al meglio. Costruire un’ alleanza educativa tra i vari soggetti al fine di far crescere e rispondere proficuamente e proattivamente in maniera resiliente ai propri bisogni ed ai bisogni dei piccoli. Uno spazio dove entrambi i partners possano essere accolti, ascoltati e orientati, accompagnati e sostenuti nei singoli bisogni di riconoscimento reciproco.Il padre, (in questo caso),  potrà essere aiutato nel suo paternage familiare, attraverso il confronto ed il mutuo-aiuto con altri padri adottivi che hanno vissuto la sua stessa esperienza e, avendola superata, gli potranno fare da specchio, infondendogli fiducia e forza nell’andare avanti arginando i timori. Essere aiutato a riconoscersi nel  ruolo di padre, instaurando e coltivando la relazione genitore-figlio/i allo scopo di  consentirgli, agevolmente, il reciproco attaccamento e l’adattamento alla nuova condizione. La nuova famiglia come degli alberi, i cui rami s’intrecceranno in una unica chioma.  Affidarsi al medico di famiglia, per una giusta collocazione della diagnosi ed invio, eventualmente, ad altro specialista per non lasciare alcuna strada preclusa per la risoluzione della problematica. La perdita di peso, l’irascibilità, l’umore instabile, l’affaticamento, i disturbi del sonno, la perdita di interesse, il calo della libido, possono colpire entrambi i partners con gradi diversi ed in periodi diversi, comunque superabili e circoscrivibili, nella normale routine della fase del post-adozione. Dall’osservazione, nel seguimento del post-adozione, questa reazione può fare la sua comparsa nei primi mesi dopo l’adozione. Una condizione che spinge la coppia prima a negare o ad isolarsi; poi, ad aprirsi e ad affidarsi se si è costruito un legame di fiducia con l’operatore che li ha avuti in carico ed orientati a prendersi cura degli accadimenti. Solo uno sguardo attento, una vicinanza stretta, possono aiutare l’operatore a riconoscere lo stato ed intervenire, repentinamente, facendo transitare la coppia, facendola uscire dal guscio e portandola a richiedere un aiuto specialistico.

Le coppie possono apprendere, dal confronto e dalla condivisione dei vissuti, che quelle difficoltà, che a loro sembrano insormontabili, rientrano nella sfera della transizione e dei vissuti personali e condivise da molti altri. E’ un po’ come “stare sulla stessa barca”: si rema, insieme, per giungere sull’altra riva. La cosa fondamentale è la  prevenzione, per prepararsi ad affrontare, adeguatamente, le difficoltà insite nel percorso di adattamento e stabilizzazione dei legami.  La fretta è nemica, il tempo è fondamentale: rallentare; non pretendere il “tutto e subito”; la “pedagogia della lumaca” deve diventare il vademecum quotidiano nella relazione con il figlio. Entrambi i genitori, dove è possibile, dovranno usufruire del congedo parentale, scaglionando o frazionando il tempo a disposizione. Molto spesso le mamme rimangono a casa ed i papà riprendono il lavoro. Un padre lontano da casa, per una intera giornata, è come se si sentisse escluso dalla costruzione del nido, estromesso, deficitario della condivisione e strutturazione dei nuovi legami o in fuga: “…mi allontano per marcare la distanza”. Allora bisogna che entrambi si diano spazio, reciprocamente. La mamma non dovrà concentrarsi solo sui bisogni dei bambini, a mo’ di chioccia che cova e non lascia spazio all’altro. La coppia coniugale dovrà riservarsi del tempo congruo per sé, facendo coesistere la coppia genitoriale in equilibrio, abitando in una casa dalle porte scorrevoli.

Lo “Stress Post Adottivo”, è un evento naturale e fisiologico che va accompagnato, offrendo percorsi di gruppi di mutuo-aiuto guidati, allo scopo di far crescere il senso di fiducia ed autoefficacia e superare il senso di inadeguatezza e svalorizzazione delle proprie capacità. La coppia genitoriale andrà aiutata a collocare, nella giusta dimensione, gli eventi ed evitare il rischio di far precipitare le cose, buttare stancamente la spugna e sbriciolare i nascenti legami familiari. In molti casi mancano le parole in quanto è difficoltoso trovarle per raggiungere la “consapevolezza di sé”: “Cosa voglio? Cosa mi sta succedendo? Perché è così difficile raggiungere il ben-essere nella relazione con l’altro?”. Può essere allora percorribile la strada  delle  “esperienze” che sono alla base dello Sherborne Developmental Movement: esplorando le risorse, ascoltando i soggetti, promuovendo  la creatività[1]. Attraverso il “ movimento, la corporeità, il non verbale”,  si aiuta la persona, la coppia, il gruppo, a  concentrarsi  in modo che i soggetti diventino consapevoli di ciò che sta accadendo al loro corpo: attivando l’ascolto di sé, attraverso il tatto e le sensazioni interiori, le sensazioni fisiche, piuttosto che dal nostro solito modo di guardare, di pensare e ragionare intorno alle cose. Queste sessioni hanno lo scopo di  attivare ben-essere, aiutare a fare auto-critica e permettono alle persone di crescere in termini di autostima e fiducia, sia a livello fisico che emotivo. Il passo successivo sarà quello di cominciare ad imparare a muoversi e interagire con gli altri in modo da incoraggiare l’ulteriore sviluppo della fiducia, la costruzione di relazioni positive e raggiungere, anche, la consapevolezza degli altri. I “movimenti” aiutano a sperimentare e permettono di essere adeguatamente supportati, incoraggiati ad esplorare la creatività, unica e irripetibile, attraverso attività di movimento condiviso. La condivisione dello spazio con altre persone  stabilisce uno stretto contatto con loro. La parola diventa movimento: il corpo parla, comincia a comunicare. Alla fine delle sessioni, il conduttore lancia un gomitolo di lana nel gruppo ed il filo incomincia a muoversi creando una rete, una tramatura, nel rispecchiamento: ognuno troverà la propria dimensione, il proprio ruolo, le proprie parole e, con spirito resiliente,  esplora e promuove la creatività.

Supportare e sostenere la coppia nel loro percorso educativo di stabilizzazione ed entrata nel nuovo ciclo di vita è fondamentale per la riuscita dell’annidamento e di tutte quelle cure parentali fondamentali. Accogliere l’altro, ed essere accolti dall’altro, ha i suoi tempi. E’ come una “danza figurata” con i suoi passi, con  il suo ritmo. L’altro, ci porta in sincrono solo se ci affidiamo,  solo se ci lasciamo andare. Raccontare attraverso il movimento la propria  storia significa condividere un pezzo del proprio  vissuto con gli altri, sapendo di avere qualcosa di prezioso da comunicare e con- dividere.

 

Caterina Amariti

Pedagogista, Grafologa, Counselor di terzo livello, Consulente e mediatrice familiare, Operatrice SDM (Sherborne Developmental Movement)

Principalmente mamma,attraverso l’adozione

 


[1] Developmental Movement for Children: Mainstream, Special Needs and Pre-school, Veronica Sherborne, Cambridge University Press, 2001

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ITALIAADOZIONI
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