La sindrome del cavalluccio marino e la depressione post-adozione

Father and Son, ph Daria,(c.c. Flickr)

Quando il figlio adottivo arriva in famiglia, scardina, talvolta in modo imprevedibile, equilibri  consolidati e scatena emozioni non sempre facili da gestire. In questa fase può irrompere la depressione post adozione, una condizione che abbiamo già trattato in questo sito e che può colpire anche i padri. In questo interessante articolo la dottoressa Amariti illustra e approfondisce il fenomeno e le caratteristiche.

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Spesso il male di vivere ho incontrato”. – Ossi di Seppia, E. Montale

L’adozione diventa una corsa, con le sue variabili, nel momento in cui si matura la consapevolezza di voler intraprendere questo percorso e di voler rispondere al bisogno di generatività attraverso l’accoglienza di un figlio già nato, generato da altri. Un bambino già grandicello, con una propria storia ed un vissuto fatto di parole non esplicitate del tutto in termini emotivi; un “bambino scrigno”, narrato, raccontato ma, spesso, mai con la sua voce, con i suoi tempi, con i suoi “perché a mezz’aria”.

La futura coppia genitoriale con il suo ciclo di vita, impegnata nella costruzione della famiglia, diventa feconda mediante la filiazione adottiva, trasvola nelle varie fasi di transizione e passaggi di ruoli e di status. Nel momento in cui si matura il passaggio “dall’irreale al reale”, nella coppia c’è, prima, la dimensione del sogno attraverso “il figlio del desiderio”: pensarsi madre e padre, l’attendere, la grande emozione, la gioia per l’arrivo di quel figlio tanto desiderato e che ha abitato i propri pensieri per lunghi anni,  ha abitato la stanza vuota di quella casa costruita anche per lui. Poi, finalmente, la concretezza di un abbinamento, “la chiamata”, il telefono che squilla, la bella notizia, il mondo che, all’improvviso, inizia a danzare sotto i propri piedi. Infine, ci si cala nella realtà: la lettura del fascicolo, la storia, le caratteristiche del bambino, le foto, tutte quelle informazioni che si sovrappongono. Alcune coppie davanti a foto a mezzo busto o con un braccino nascosto dalla posa, si domandano: “Avrà la mano? Avrà le gambe?” o, nella variabile di chi guarda la foto: “Ma ce l’avrà la mano? … le dita…. non si vedono! … Avete controllato? “.

La preparazione all’incontro: l’organizzazione del viaggio della vita

Alcuni paesi esigono un album di foto di presentazione dei futuri genitori:  la casa, la cameretta, i nonni, la famiglia allargata, il cane, il gatto, un videomessaggio per il bambino, dei collegamenti tramite Skype per un primo contatto con il futuro figlio. Ed ecco l’arrivo-incontro di un bambino con la sua personalità, con i suoi ricordi, le sue criticità, le sue ferite. Bambini le cui storie sono attraversate dal dolore, dalla solitudine, dalle bugie, da ricordi frammentari che, come degli strappi, andranno rammendati, come dei puzzle, andranno ricomposti. Molto spesso, le tessere non tornano, alcuni pezzi sono andati persi per sempre e rimangono dei vuoti a cui dare senso, a cui dare risposte. Bambini che si sono dovuti bastare, per forza o per necessità.

Molti genitori, preparati, allenati, che hanno letto un’infinità di libri, partecipato ad ore e ore di formazione, maratone, confronti, visioni di films, vanno in crisi, qualcosa si incrina, si rompe. Ansia, rabbia, tristezza, insonnia, sensi di colpa, espressioni, del tipo, “non mi sento per come mi dovrei sentire – ma chi me l’ha fatto fare, stavo tanto bene prima”; l’imprinting, l’amore a prima vista, non c’è stato, non è scattato: privati della luna di miele tanto cullata durante l’attesa. “Non sei mio padre! -Non sei mia madre! -  Andate via! – Brutta/o! – Non ti voglio!”. Un problema, spesso, nascosto con vergogna, taciuto; spesso, sottovalutato: “ passerà!.. mi abituerò!.. sarà inevitabile affezionarmi, malgrado le difficoltà!”. Guardano i figli degli altri, fanno le comparazioni: “Proprio a noi sono capitati i peggiori”; oppure: “ Sono io che non sono capace di vedere del buono in loro? I bambini sono furbi, sono dei gran manipolatori, mi prendono in giro, si mettono in mezzo”.

Finalmente famiglia e ora?

Le coppie che intraprendono il cammino dell’adozione hanno alle spalle anni di convivenza e di strutturazione di dinamiche di coppia consolidate nei ritmi, nei tempi e nei modi. E per quanto il desiderio di genitorialità sia stato così forte (tanto da sperimentare cicli infiniti di inseminazione artificiale, omologa ed eterologa; aver accarezzato l’idea dell’utero in affitto, visti i costi dell’adozione), il doversi  confrontare, realmente, con il figlio/ i figli che giungono, e fanno irruzione nella vita, è deflagrante: mette a dura prova gli equilibri interni della coppia nei vari agiti. L’arrivo di un bambino cambia l’ecosistema della coppia: quegli equilibri consolidati, e strutturati negli anni, vanno in frantumi.

L’irruzione di quel figlio, tanto atteso, può provocare sentimenti quali:  la gelosia e l’invidia, in quanto più amati o più ricercati dal figlio. Questi comportamenti, innescano o la competizione o il ritiro di uno dei due.  I bambini, nel primo periodo di convivenza, si affidano, spesso, ad uno dei due genitori, scegliendolo a seconda della storia di deprivazione ed escludendo l’altro o creando alleanze deleterie, a secondo delle situazioni.  E’ come se il proprio mondo venisse  scompaginato da una miriade di sensazioni mai vissute prima.

Nei colloqui le emozioni diventano parole

Viene descritto come: “voglia di fuggire via”; “allontanarsi da tutto e da tutti”; da quella spirale di responsabilità cadute addosso; “fare vuoto intorno”, facendosi avvolgere dal silenzio, allontanando chi tenta di aprire e fare breccia. Una strada in salita dove si arranca e si rimane senza fiato: smarriti, chiusi in un bozzolo di solitudine. Provano vergogna, timore a disvelarsi: “Era quello che avevo desiderato, lungamente, ed ora non sono felice, come immaginavo potesse essere”. Oppure si ha la sensazione dell’essersi sentiti trascinati da lui o da lei o di aver accondisceso senza una reale consapevolezza nel condividere il progetto familiare e di che cosa significhi diventare, realmente, padre di un figlio, di una figlia, “non generato dalla propria compagna”. Silenzi, sguardi, rabbia, per quella gioia che non provo, non sento e vedo riflessa nell’altro/a. Il senso di estraneità che si tramuta in pugni serrati, mandibola serrata, braccia conserte, o a ciondoloni sui braccioli della poltrona, il non gioire davanti ai piccoli successi del figlio/a. “Ho paura del suo odore, mi sale la nausea”.

Ed ecco fare capolino l’immagine del “cavalluccio marino” per i padri. La paternità adottiva, mette sullo stesso piano la generatività di un figlio: entrambi attendono, entrambi pensano ed agiscono, entrambi cooperano e riempiono il proprio “baule-scatola”, dove riporre cose, speranze e desideri, pensieri, diario autobiografico. Alle coppie, durante l’attesa, viene consigliato di preparare una copertina patchwork, (ognuno deciderà come ed insieme), per avvolgere-accogliere quel figlio/a che farà la sua comparsa. L’incontro con il figlio avverrà insieme, alla pari: non c’è il momento esclusivo, del dialogo interiore con il figlio, durante la gestazione, del travaglio e del parto. Spesso, alcuni  padri, vivono con sgomento e senso di colpa l’abbraccio dei figli, le richieste di accudimento, di presenza, di forza dell’esserci incondizionatamente, di tempo da dedicare a loro: “Andiamo a giocare? Prendiamo la bicicletta? Mi aiuti con i lego? Mi insegni a…?”.  E davanti alle richieste pressanti, si mette in fuga, si allontana, ritirandosi. Il tempo trascorso nel paese straniero, il turbinio di emozioni, nel fare ed essere concretamente famiglia, possono avere un costo in termini di affaticamento, di stress.

Un padre, nel raccontare le proprie sensazioni le definisce come “ un onda che ti prende all’improvviso e ti trascina e ti lascia stordito a riorganizzare i pensieri”. Un senso di debolezza ed affaticamento permanente, irritazione e ansia nel sentirsi inadeguati nelle richieste. Emerge il timore di non saper fare il padre, difficoltà a mettere in fila i pensieri, le cose da fare: tutto diventa difficile. Queste sensazioni, possono colpire, indistintamente, i genitori: sia la madre che il padre. Nel padre sopraggiunge, in maniera sottile, quel senso di “estraneità , esclusione, inadeguatezza; la madre, appagata, è come se portasse il figlio nel proprio “marsupio”. Il padre, tenuto a distanza, fino a sentirsi minacciati, estromessi,  dalla presenza ingombrante dei figli: “ogni spazio è abitato, occupato, compreso il letto matrimoniale”. Un senso di disorientamento e di pensieri catastrofici come dei veri e propri “virus mentali” che agiscono e scavano inesorabilmente. Allora: “Scappo subito al lavoro… – mi tengo impegnato…- mi assento”. E ancora: “Ce la farò?… Ce la potrò fare?…Sarò un padre adeguato capace di rispondere ai bisogni e sostenere la sua, la loro crescita?”.  Emozioni contrastanti come la rabbia, la tristezza improvvisa. Queste domande possono  serpeggiare in entrambi i genitori per contagio ed assumere intensità diverse a secondo dell’attore e dei vissuti a corollario della storia. A questo punto, in cerchio, incominciare ad auto narrarsi diventando attori attivi e partecipi della propri storia familiare, del proprio diario personale. Il gruppo diventa risorsa rispecchiante per la risalita.

Caterina Amariti

Pedagogista  Grafologa, Counselor di terzo livello, Consulente e mediatrice familiare,Operatrice SDM (Sherborne Developmental Movement)

Principalmente mamma, attraverso l’adozione

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