Vorrei che fosse felice

De braços abertos ao fim do dia, Luiz Gustavo Leme, (c.c. Flickr)

“Ferite invisibili” solcano i visi e tracciano solchi all’interno della famiglia che, anche affaticata, cerca nuovi percorsi per una felicità che ciascuno merita. Una nuova lettera ed una nuova storia da ascoltare con attenzione e rispetto, aprendosi all’accoglienza speciale che il dottor Augusto Bonato (psicologo, psicoterapeuta, già giudice onorario al Tribunale dei Minori di Milano) sa riservare a chi pone innanzi ad ogni pretesa il bene del proprio figlio.

Caro dott. Bonato,

sono la mamma adottiva di un bambino che è arrivato in Italia quando aveva cinque anni.

Io e mio marito lo abbiamo atteso tanto, purtroppo questa attesa e poi le grandi difficoltà di un bambino estremamente iperattivo e faticoso, ci hanno separato ed ora siamo divorziati da 5 anni. Abbiamo cercato nel primo anno di ricostruire il matrimonio e di costruire un rapporto con il bambino, ma il mio ex marito non lo ha mai accettato e non lo vediamo più.

Ormai Ivan (nome di fantasia) è diventato un adolescente e mi fa fare una grande fatica! Soprattutto lui fa grande fatica! Fa fatica a scuola, ne abbiamo cambiate e non decide mai cosa vuol fare da grande. Ed anche io mi scoraggio e mi domando cosa farà?

Io gli voglio bene è mio figlio, lo amo, ma a volte il senso di colpa e di impotenza mi opprimono. Forse avrei dovuto rinunciare ad adottarlo nella nostra situazione? Cosa succede ai ragazzi adottivi che vivono il divorzio?

Fin’ora non ho trovato un grande aiuto, lui non vuole più vedere nessuno psicologo.

Non si preoccupi, non mi tiro indietro, gli starò sempre vicino, ma vorrei aiutarlo davvero ad essere felice. Cosa mi consiglia?

La ringrazio perché mi ha ascoltata, è bello potersi sfogare con qualcuno che sa di cosa parli, chissà quante storie lei conosce.

Cordiali saluti

Simona

 

Cara Simona,

conosco la storia di Ivan e la sua solo attraverso i pochi tratti che ho potuto leggere nella sua lettera, ma provo a ricostruirla.

Quando voi, “nuovi genitori”, incontrate Ivan la prima volta,  lui ha cinque anni.

A cinque anni di età un bambino, per certi aspetti, è già “vecchio”.

Vecchio di  brutte esperienze vissute in una famiglia che è “malata”, che non  può o  non vuole realmente occuparsi di lui.

Immagino il tumulto di emozioni  provato da  Ivan  alla notizia che avrebbe incontrato due “nuovi genitori”;  gioia per il realizzarsi di un suo grande desiderio, ma anche timore perché forse ha sentito che conoscono solo qualche parola della sua lingua e vivono in un paese lontano, dove parlano una lingua che lui ancora ignora. Un paese con un clima differente, cibo diverso e, magari,  gente che ha tratti somatici molto differenti dai suoi…

Si sarà domandato: ma questi qua saranno davvero buoni o saranno come gli altri? Mi potrò fidare di loro o cadrò dalla padella nella brace?

E mi chiedo anche cosa sarà passato per la vostra testa accogliendo il “dono” di un figlio così  a lungo desiderato e atteso, che sarebbe arrivato con una propria  storia già vissuta.

Supponiamo che la mamma di nascita di Ivan fosse una ragazza appena maggiorenne, affetta da   insufficienza intellettiva, non scolarizzata, unita a un uomo molto più grande di lei, magari alcolista e violento,  senza un lavoro stabile,  che poteva anche averla costretta a prostituirsi per procurargli  il “ suo vino quotidiano”. Non lo sappiamo, ma è uno scenario che più volte abbiamo conosciuto in casi del genere.

In quale “mondo” nasce Ivan? Chi lo soccorre, lo nutre, lo consola?

Quante urla, botte, pianti rimbombano dentro la sua piccola testa:  terrori, rabbie, disperazione che non trovano parole per essere raccontate.

Ha mai incontrato qualcuno che lo abbia saputo ascoltare in silenzio, avvicinarsi a lui con delicatezza  condividendo il  suo “male”, giocando con lui, facendogli spuntare in cuore nuovi germogli di vita?

I Servizi sociali del suo paese o i  suoi stessi genitori lo hanno collocato in un “istituto”. E’ qui, forse, che un educatore sensibile, toccato nell’anima dal suo silenzio chiuso alle relazioni, ha operato un piccolo miracolo: aprirlo, fiducioso, al mondo.

Sappiamo  che i primi anni di vita di ogni bambino sono quelli nei quali si pongono le basi della sua personalità, del suo carattere e condizionano, nel bene e nel male, molto del suo futuro.

Sappiamo  che ogni adozione nasce per curare il “trauma” che la precede.

Sappiamo anche che  tutto quello che abbiamo vissuto, sentito, fantasticato inconsciamente nei tempi più remoti della nostra esistenza (quando ancora non c’erano pensieri, parole, memorie consapevoli), deve essere “alfabetizzato”. Se non riusciamo a farlo nel corso del tempo,  attraverso sogni, giochi, disegni, fiabe che poco a poco danno senso a quanto sembra non averlo mai avuto, si trasforma in“agiti”: per esempio, la ipercinesia che si associa spesso ai disturbi dell’attenzione e della concentrazione, e altre manifestazioni somatiche e comportamentali che raccontano “ferite invisibili” perché troppo profonde. Che però possono essere curate.

Sicuramente ci saranno state anche cose belle che gli hanno scaldato il cuore e fatto credere che nel mondo non ci sono solo brutture ma anche bontà e, soprattutto, “nuovi” genitori che cercheranno di ri-aggiustare le cose andate in pezzi perché pazienti,  coraggiosi, fedeli. Talvolta si arrabbiano di fronte alle intemperanze del figlio, ma non si vendicano, sanno perdonare, fare pace, pur confermando con fermezza la necessità dei limiti, per proteggersi e proteggere lui da se stesso.

Immagino lo sconvolgimento che l’ingresso di questo nuovo-vecchio bambino  nella vostra casa può aver suscitato nella vostra relazione di coppia; presenza che può aver evocato, riattivato  vostre esperienze lontane, antichi conflitti vissuti forse all’interno delle vostre  famiglie di origine e mai veramente sanati, perché mai condivisi con alcuno e perciò mai elaborati e compresi.

Il tempo che ha preceduto la vostra  separazione deve essere stato difficilissimo: denso di silenzi pesanti, sguardi duri, recriminazioni.

Ivan, poco dopo l’inizio della vita nuova, si ritrova “orfano” di padre e con una madre sola, in lutto, triste.

Forse si è sentito colpevole per la rottura del legame fra i genitori avvenuta dopo il suo ingresso nella vostra casa. Mal sopportato dal papà e sgradevole ai suoi occhi, si sarà augurato che se ne andasse.

Proprio nel tempo che lo avvicina alla fase turbolenta della pubertà e dell’adolescenza, nella quale la presenza, la parola ferma e autorevole “del padre” sono necessarie per fare  argine alle intemperanze e alle spinte trasgressive fisiologiche dei figli che cercano faticosamente un posto riconosciuto, un proprio progetto di vita nel mondo della scuola e nel gruppo dei pari, Ivan si ritrova inadeguato, insufficiente e questo lo fa star male, lo demotiva, si arrabbia ed è tentato di costruirsi fallimentari difese, rabbiose, rinunciatarie.

E lei, Simona, è chiamata ad assumere anche le “funzioni” ordinariamente svolte dai padri in un tempo nel quale la vita le chiede insieme una dilatazione dei compiti e un necessario allargamento del cuore già di per sé molto affaticato e avverte una spinta che teme e respinge con tenacia, quella della rinuncia, pensandosi  inadeguata perché sentimenti di tenerezza e di rabbia verso questo ragazzo deludente possono scontrarsi dentro di lei.

Cose che capitano a tutti i genitori, ma quelli adottivi li temono di più perché sono fonte di sensi di colpa: temono di aggredire un figlio già colpito duramente dalla sorte e al quale han promesso di essere fedeli per sempre. Proprio come dice lei.

La trattiene infatti la certezza di amare fino alla fine questo “figlio” e cercare il suo bene.

La sua costanza, la sua ricerca attenta  del bene di Ivan, penso che non gli siano  indifferenti e suscitino dentro di lui possibili pensieri più pacati e concreti.

Un suggerimento che mi permetto di darle è quello di partecipare a  un gruppo di genitori adottivi che si incontrano, magari mensilmente, da soli o, meglio,  aiutati e moderati da un esperto conduttore e animatore di gruppi dove tutti i partecipanti, alle prese con le stesse  fatiche,  delusioni, paure,  dubbi  nel crescere figli adottivi si confrontano, si sostengono, si rassicurano, parlando delle proprie esperienze e non si sentono più soli in un compito così arduo ma necessario.

Può anche chiedere per sé stessa un ascolto sensibile e professionalmente competente di uno psicoterapeuta di consultorio famigliare che abbia esperienza del mondo dell’adozione.

Mi  permetto di proporglielo perché è lei stessa che scrive: “…è bello potersi sfogare con qualcuno che sa di cosa parli”. Lo sfogo talvolta è necessario,  ma non è sufficiente.

“Due persone che si parlano in una stanza” è ancora più utile e creativo.

Augusto Bonato

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ITALIAADOZIONI
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