Ti racconto un viaggio II

Vibrant Hot Air Balloons, ph Nicolas Raymond, (c.c. Flickr)

Pubblichiamo la conclusione del racconto della nostra Francesca Corti: le emozioni, i sentimenti, i pensieri vissuti e condivisi del suo viaggio in Etiopia per incontrare la figlia. Per chi non avesse letto la prima parte del racconto, cliccare qui http://www.italiaadozioni.it/?p=15947

(…)

La prima che riconosciamo subito è Selamawit, la bimba dei nostri amici Andrea e Viviana, la nostra “nipotina”.

Non ci sembra vero, è lì, davanti a noi, non è più una fotografia! Scendiamo dal pullman, io piango, sono stanca e felice e assalita da tutti questi bimbi che ci salutano, ci sorridono, ci tirano i vestiti per attirare la nostra attenzione.

Le tate fanno sedere i bimbi sulle scale della chiesa e loro iniziano a cantare in amarico, battendo le manine: è il loro benvenuto. Ci viene incontro la direttrice, una donna elegante dall’età indefinibile, con tre denti superiori ricoperti d’oro che luccicano ogni volta che sorride.

Mi chiede se parlo inglese, e alla mia risposta affermativa mi dice che allora mi “userà” come tramite con le altre mamme, poi mi dice di prendere pure le valigie e di portarle nella nostra camera, nella palazzina riservata ai genitori ed ai volontari. Mi guarda fisso, un sorriso e: “Tu sei la mamma di Ethun, vero?”. Io annuisco perplessa, come fa a saperlo? Lei sorride ancora e risponde: “Beh, certo, vi assomigliate! Lo sapevo che dovevi essere tu la sua mamma!”.

Rimango basita, dire che ci assomigliamo è davvero un azzardo, ma non voglio perdere tempo, voglio vedere mia figlia, così la liquido in due minuti e corro subito nella mia stanza. Una sosta tattica per la piccola Chiara che ora è ben sveglia ed emozionata, e siam pronti! Andiamo da Anna Ethun! Scendiamo e troviamo ad aspettarci la direttrice, che mi sorride nuovamente e mi dice: “Bene, ti porto da tua figlia”. Mi chiedo come mai stia ad aspettare proprio me, siamo tante coppie, perché questa attenzione? La cosa non mi piace molto…

La seguiamo, saliamo una piccola scalinata, ed ecco il nido, colorato e affollato. Entro nel corridoio, alzo lo sguardo e vedo un cartello: “Clinic”. Ecco, mi dico. È successo qualcosa, Anna sta male, non me l’han voluto dire prima, ecco perché la direttrice ci stava aspettando. Con un filo di voce le chiedo: “Is she ill? sta male?” Lei sorride, scuote il capo “no, no”, e mi fa girare a destra, subito prima dell’ingresso della “clinica”: ecco il nido!

Ho saputo a distanza di anni che, in realtà, Anna era stata realmente molto male, tanto che l’avevano messa isolata dagli altri bimbi per un certo periodo. Varicella, bronchiti, diverse otiti con febbre molto alta, e tutto questo nei cinque mesi in cui aspettavo di poterla andare a prendere, 5 mesi in cui – e questo l’avevo saputo- altri neonati purtroppo non erano stati forti come Anna, e non erano riusciti a sopravvivere alle varie epidemie.

Facciamo andare avanti Chiara, un po’ stordita e confusa, e vediamo subito una tata che ci sorride con in braccio una neonata spaventata, la nostra Anna! Chiara va da lei senza sapere cosa fare, allora la tata la prende per la manica, la fa avvicinare ad Anna ed ecco il primo sguardo fra di loro, il primo sorriso.

Stefano intanto filma tutto, regalando ad Anna la cronaca di momenti indimenticabili da vedere e rivedere quando sarebbe stata più grande. La direttrice si avvicina verso di me e comincia a spiegarmi alcune cose, ma la fermo, le dico sorridendo “non ora”, e mi avvicino ad Anna.

La guardo negli occhi, è serissima, le tendo le mani “Ciao amore, sono la mamma, sono arrivata, e non ti lascerò mai più”, la frase che Anna vuole sentirsi dire anche ora, in ogni momento di crisi, in quei momenti di gioco, quando vuole “nascere” da me, e devo nasconderla sotto il maglione per poi farla uscire e coccolarmela come se fosse ancora una neonata. Anna rimane seria, non un’espressione, poi Chiara si avvicina un po’ di più e Anna si scioglie in un bellissimo sorriso. Non sapevo ancora quanto Chiara sarebbe stata preziosa e importante, in quei giorni; sarebbe stata il nostro tramite fra noi ed Anna, uno stimolo e un conforto per la nostra piccolina, che sembrava meno spaventata con Chiara nei paraggi. La tata mi “consegna” letteralmente Anna, insieme ad un biberon di latte bollente.

Niente libretto delle istruzioni, niente raccomandazioni, niente dritte per capire cosa voglia e di cosa abbia bisogno questa bimba di 8 mesi che sembra ne abbia la metà, cosa le piaccia, come la debba gestire. Torniamo in camera, salgo le scale lentamente, con Anna in braccio. È priva di forze, una bambola di pezza che non riesce a tenere dritta la testolina, le braccia abbandonate lungo il corpo, immobile. Anch’io al posto suo sarei paralizzata dalla paura. Chissà se ha intuito qualcosa, chissà a cosa sta pensando, mi chiedo se l’incoscienza dei neonati le sarà un po’ di aiuto in questo salto nel buio che sta facendo. Andiamo in camera, la spoglio, è una bimba ipotonica con una seria irritazione ai genitali, ma bellissima! La cambio, in modo da riportare al nido i vestiti che aveva indosso, e che per l’orfanatrofio sono merce preziosa, cerco di darle da mangiare ma non ci riesco, sembra non aver fame, gira la testolina, niente da fare.

Cerco di darle da mangiare per tutto il pomeriggio, ma senza risultato. Non vuole il biberon, piange in continuazione e non capisco che disturbo possa avere. Allora mi decido, la prendo in braccio e vado al nido, cerco una tata per avere qualche informazione sulle sue abitudini, i suoi orari, per sapere qualcosa in più di questa neonata. Le tate purtroppo parlano solo amarico, ce n’è anche qualcuna che capisce qualche parola di italiano, ma non sono fortunata, non sono di turno. Cerco allora di “rubare” dei consigli guardando i bimbi del nido.. hanno quasi tutti un biberon nel lettino, appoggiato a dei cuscini o legato ad una spalla, in modo che possano “servirsi” da soli durante il giorno e la notte, e deduco 3 grandi verità: che i bimbi mangiano a qualsiasi ora appena hanno fame, che mangiano sdraiati, e che il latte è a temperatura ambiente, stando nel biberon per tutto il giorno. Torno in camera e ci provo anch’io; metto Anna sdraiata nel lettino e le dò un biberon di latte freddo: bingo! Tutta contenta si scola la sua pappa ed io mi tranquillizzo un po’.

E io che sognavo già di darle il latte tenendola amorevolmente in braccio, guardandola negli occhi, cantandole qualcosa! Ecco una delle mie certezze “precostruite” che dovrò mettere inevitabilmente da parte.

Arriva la sera, siamo sfiniti per la stanchezza e le emozioni della giornata, alle 20,30 siamo già tutti a letto a dormire! Chiara dorme tranquilla tutta notte, Anna molto meno. Si sveglia spesso per mangiare, e la forte bronchite che ha la porta a vomitare quasi tutto ad ogni poppata.
Ogni pasto è una gimcana nella minuscola camera, faccio lo slalom fra bagno, lettone, letto e bagno ancora per pulire il pavimento dove ha appena vomitato, schivando valigie e vestiti a terra. La giornata seguente inizia presto, troppo presto. Facciamo colazione nel tukul riservato a noi genitori, colazione a base di pane e marmellata (noi “visitatori” siamo fortunati, abbiamo pane e marmellata. I bimbi del Villaggio fanno colazione con latte in polvere e pane secco), the alla cannella e caffè etiope, troppo forte per i miei gusti. Mettiamo Anna nel passeggino e usciamo nel Villaggio. Anna non riesce a star seduta bene, a 8 mesi passati non sta ancora seduta da sola e anche nel passeggino tende a scivolare, la testina sempre di lato, come una bambola rotta. Forse è un po’ scomoda, ma com’è contenta di vedere il mondo esterno! Appena usciti dal tukul, veniamo accerchiati da un nugolo di bimbi che hanno riconosciuto Anna, la vogliono baciare e abbracciare, i loro nasini sporchi di muco, le mosche attaccate tenacemente alle loro facce, le teste rasate per funghi, tenie e pidocchi.

Li lascio fare, fino a ieri l’avevano coccolata nel nido, con che diritto potevo allontanarli ora che è arrivata “la mamma”? quella mamma che forse alcuni di  loro, i più grandini, non avrebbero avuto mai?

Anna sorride, Chiara un po’ meno: bionda, capelli lisci e lunghi, pelle diafana, è una scoperta per questi bimbi, che la toccano e la stringono in continuazione, la vogliono prendere in braccio e se la sbaciucchiano. Lei, così timida e schiva, è travolta da questo ciclone colorato e all’inizio rimane un pochino sulle sue. Con il passare dei giorni però inizia a conoscere questi bimbi, soprattutto Selamawit.

Selam l’avevamo subito cercata, subito individuata, le avevamo dato il regalo che i nostri amici aveva preparato per lei, e l’avevamo vista correre subito nella sua camerata, per metterlo “al sicuro” nello scatolone che ogni bambino ha sotto il letto e che contiene tutto il suo mondo.

I pochi oggetti che questi bimbi possiedono sono i regali che i futuri genitori mandano tramite altre coppie in partenza: magliette, scarpe, colori che però non vengono usati per non “sciuparli”, e i bambini li tengono da parte, magari usandoli solo la domenica, o in occasione di battesimi o feste lì nel Villaggio. Vedo Selam con delle scarpe piccole, saranno due-tre numeri più piccole del suo piede, e le chiedo dove siano quelle che le aveva mandato la mamma a ottobre, con un altro gruppo di genitori: nella scatola, ovvio! Intonse, nuove, mai messe!

Cominciamo a conoscere i bimbi del Villaggio, alcuni ci rimarranno attaccati per tutti i nostri 10 giorni di permanenza in Etiopia, alcuni li vediamo solo di sfuggita, altri ci entreranno nel cuore, per non uscirci mai più.

A., per esempio..
Ha 13-14 anni, non lo sappiamo con certezza, non lo sa neanche lui probabilmente.

Non è orfano, ha sorelle e fratelli che vivono all’estero e un padre con cui viveva, che un giorno aveva deciso di trasferirsi nella grande città, ad Addis Abeba, per cercare lavoro. A. era contento, era venuto anche lui volentieri in città. Nel suo Villaggio studiava dalle suore, sapeva un po’ di inglese e di italiano, pensava che magari sarebbe potuto essere utile, a suo padre. Peccato che il padre abbia pensato bene di mollarlo in orfanotrofio subito, appena arrivati, e non si sia più fatto vedere. A. ora è solo. Sa che nessuno probabilmente lo vorrà mai in adozione, nessuno lo cercherà, nessuno più gli farà da genitore; lo dice sorridendo, ma ha degli occhi che ti attraversano come la lama di un coltello, quando te lo dice. Ci prendiamo l’impegno di non lasciarlo solo, di cercare di sostenerlo una volta tornati in Italia.

A. lega molto con Stefano, e un giorno lo porta in camerata per mostrargli il suo letto, in pratica tutto il suo mondo.

E’ una brandina di ferro, dove dorme insieme ad un altro ragazzino, appoggiata contro un muro su cui ha attaccato di tutto: vari adesivi, locandine di film che sicuramente non ha mai visto (e chissà dove le ha trovate), e una cartina dell’Europa con ancora indicato l’Impero Austroungarico (!!!) ; la mostra orgoglioso a Stefano, sa dov’è l’Italia, sa dove vorrebbe andare e dove probabilmente non andrà mai.

Sotto il letto ha due scatole di cartone, con tutte le sue proprietà: tantissime carte di caramelle, due lattine di the freddo che Stefano gli ha regalato, due magliette, un paio di scarpe. Stop. A. è alto, come tutti gli etiopi, e magrissimo, come tutti i bimbi di questo Villaggio, che però hanno già la fortuna di mangiare come si deve almeno una volta al giorno, a differenza dei loro coetanei che abitano in strada.

I bimbi sanno bene che quando arrivano dei genitori si apre un periodo “rosa”, per loro. Per almeno 10 giorni riusciranno –a volte- a entrare nel nostro tukul, dove ci troviamo per i pasti e per chiacchierare , e dove c’è una vecchia televisione, mezza rotta ma funzionante!

Quando le tate allentano i controlli, li facciamo entrare a gruppetti, e loro possono vedere uno dei DVD che qualche genitore che ci ha preceduto ha lasciato al Villaggio.

Loro si siedono per terra, in religioso silenzio, guardando tutto un cartone animato in italiano, senza capire quasi nulla, ma sembrano contenti lo stesso. Fra i bimbi che quotidianamente arrivano nel tukul c’è Attila. Lo abbiamo soprannominato così noi genitori, nessuno sa come si chiami in realtà, neanche le tate. Attila è arrivato al Villaggio per mano ad un presunto zio che se n’è andato quasi subito. E’ vestito in modo assurdo per i 30 gradi diurni di Addis Abeba: tuta da sci, cappello in pile e muffole alle mani!!! Chissà dove ha preso quei vestiti, probabilmente sono gli unici che ha, e li indossa tutti.

Lo zio lo molla in un angolo ed esce dal Villaggio, e lui rimane solo. Definitivamente. Le tate, dolci e sorridenti, riescono a fargli togliere la tuta da sci e i guanti, ma il cappello in pile no, quello no. Attila è rimasto due giorni in un angolino senza che nessuno, né le tate né gli altri bimbi, riuscissero a smuoverlo da quella specie di paralisi che l’aveva preso.

Ma dopo due giorni, la trasformazione!

Attila comincia a sorridere, a giocare, a correre.

Si è ripreso dallo shock dell’abbandono? Non lo so.

So che dopo due giorni Attila è diventato un vero e proprio “attila”! Ecco il perché del soprannome! Arriva nel tukul al mattino, quando sa che stiamo facendo colazione, non chiede permesso, non fa capolino timidamente, ma da un bel calcio alla porta (lui che quasi neanche cammina!) ed entra sorridente e con aria tronfia. Ha sempre il naso sporco, perennemente appiccicoso, con le solite mosche attaccate, ma è davvero bello! Gli prepariamo pane e marmellata, ne mangerebbe in continuazione ed il suo stomaco è messo a dura prova da tanta voracità, tanto che ad un certo punto dobbiamo dirgli basta, non ce n’è più; ci piange il cuore, ma non possiamo rischiare che stia male, le medicine scarseggiano e non è il caso di creare altri problemi alle tate del Villaggio.

Anna è sempre più attiva, ma solo con lo sguardo, che sembra ogni giorno più vivo, più curioso. Il suo corpo è ancora inerte, non sta seduta, non tira su bene la testolina, se la metto supina sul letto non riesce ad alzarsi sulle braccia. Ha otto mesi e mezzo, e lo sviluppo motorio di una bimba di 2-3 mesi. Le piace da matti stare nel cortile del Villaggio, nel passeggino o in braccio, ma si stanca molto facilmente. Cinque mesi vissuti in un lettino (i primi tre chissà dov’era stata, con chi, quali cure aveva avuto, se ne aveva avute), guardando solo in alto, sul soffitto, e ora vedere il mondo esterno, sentire i rumori, il calore del sole, essere presa in braccio e coccolata, cambiata e lavata di frequente: tutto questo la stanca molto. Dorme spesso, a piccole nanne, comincia a piangere un po’ più frequentemente, inizia a reagire ad alcune mie parole e a volte il suo volto si apre in uno dei suoi splendidi sorrisi.

Chiara continua a stare benone, a differenza degli altri fratelli maggiori del nostro gruppo che accusano vari malesseri tra gastroenteriti, tonsilliti, disidratazione e febbre. Noi che eravamo un po’ preoccupati per l’intervento all’aorta che aveva subito solo sei mesi prima, ci stupiamo nel vederla correre con i bimbi, a 2400 metri di altitudine, mangiare con gusto la pasta scotta condita con chili di berberè, quella specie di peperoncino etiope che loro mettono dappertutto, dormire senza un risveglio e fare amicizia con le bimbe del Villaggio. Mi viene in mente di farle fare le treccine bellissime che hanno le bimbe etiopi.

Prendo accordi con una tata, la dolce Betty, e preparo tutto l’occorrente: pettine personale, elastici personali, spray antipidocchi da spruzzarle prima e dopo. La prudenza non è mai troppa! “Peccato” che Betty trova Chiara in giro per il Villaggio e, senza dirmi nulla, se la porta nella camerata delle bimbe per farle le treccine, usando il pettine che usa per tutte le altre bimbe, gli elastici che alcune bimbe si son tolti, e mettendola sdraiata su un letto polveroso della camera. Quando me la vedo arrivare sorridente ed estasiata per la sua pettinatura mi viene un tuffo al cuore, ma poi mi dico che chissenefrega dei pidocchi, sta tutto il giorno testa a testa con decine di bimbe, non posso mica isolarla da loro, e anche lo spray ora mi sembra un’idea stupida e arrogante, una barriera fra noi e questi bambini.

Al Villaggio la vita non è sempre facile, la corrente se ne va a momenti alterni, e di giorno non è importante ma la notte, che qui arriva alle 18, è un disastro, con questi neonati malaticci e piagnucolosi. Alle 19 è già buio pesto, senza corrente mangiamo nel tukul a lume di candela (le poche che hanno qui nel Villaggio), e di qualche nostra pila.

Mi dico ridendo che l’unico vantaggio è quello di vedere ancora meno il cibo che ci offrono, che non sempre ha un aspetto rassicurante, anche se poi il sapore non è per nulla malvagio. So che per loro questi sono pasti di lusso, e siamo grati di poterli avere. Comincio però ad avere nostalgia del mio mondo, ho voglia di una bistecca e di un bucato fatto con la lavatrice, della mia doccia calda e del mio letto. Faccio il bucato nella bacinella, inginocchiata per terra, mi sembra di essere tornata a 50 anni fa, senza le nostre comodità che diamo così per scontate.

Un giorno decidiamo di offrire una merenda ai bimbi del Villaggio, e  di comprare per loro qualche pallone.

Compriamo palloni, panini, marmellate, crema di nocciole e succhi di frutta. Al Villaggio i bimbi ci aspettano tutti sul portone d’entrata, si mettono ad urlare quando ci vedono entrare e ci vengono incontro sorridendo, a braccia aperte. I palloni fanno furore, e mentre loro giocano ci mettiamo a preparare la merenda. Siamo pronti! Le tate portano tutti nel tukul, i bimbi entrano, si mettono in file ordinate ed iniziano a cantare, ringraziando Dio per la merenda.
Sono canti bellissimi, ritmati, loro danzano e recitano le tre preghiere che sanno in italiano. Fra queste testoline scure e riccissime inquadro subito la nostra Selam, poi la testa rasata di Attila, figuriamoci se non era in prima fila! Gli occhi a mandorla affascinanti di G., il sorriso di E., e una testa bionda in mezzo a tutti!

È Chiara, che ha pensato bene di unirsi al gruppo per la merenda! Prega e canta anche lei, a modo suo, in fila come tutti, per prendere la sua metà di panino con la marmellata, il suo bicchiere di succo, per sedersi poi per terra, accanto a  Selam. Sono contenta che veda come si vive qui, con la merenda solitamente composta da ceci lessati e acqua, come si possa vivere senza vizi, ma sorridendo e aiutandosi sempre. Sono incredibili, questi bimbi… non hanno nulla, e il niente che hanno se lo dividono fra di loro.

I giorni passano, con difficoltà e con gioia insieme. Anna ha sempre una bella bronchite, l’irritazione ai genitali peggiora, ma finalmente è quasi ora di tornare a casa.

Faccio gli ultimi bucati dei vestiti che lascerò qui alle signore e ai ragazzi che lavorano nel Villaggio, gli ultimi acquisti nel negozietto della Onlus, faccio miei gli ultimi sguardi dalla finestra della mia camera. C’è un bosco di fianco al Villaggio e persone che lo attraversano, in continuazione, notte e giorno. Siamo in periferia, c’è un viavai continuo verso il centro della città, tutti a piedi, molti sono bimbi, e sono soli. Dalla mia finestra vedo questo bosco, c’è una specie di rigagnolo, dove delle donne lavano i proprio abiti. Vedo delle ragazzine che stazionano vicino a questo ruscello di acqua marrone, si accorgono di me affacciata alla finestra, mi salutano, mi fanno segno che vorrebbero qualcosa da mangiare…

E’ arrivato l’ultimo giorno. Siamo un po’ tesi, inevitabile.

Alla gioia del rientro si somma un filo d’angoscia.

Sto per lasciare l’Etiopia, sto per lasciare la terra che mi ha donato una figlia, mi sento in debito, non ho fatto nulla per Lei, se non cercare di dare un futuro ad una delle sue splendide figlie.

Tanti bimbi non li rivedrò più. Cerco di imprimermi nella mente i loro visi, i loro occhi, i loro nomi impronunciabili, le risate e i musi lunghi, tutto. Mi sbaciucchio più del solito Selam e i piccolini, sanno che quella notte partiremo e non ci mollano neanche un secondo. Per loro siamo stati una parentesi nella vita all’orfanotrofio, per almeno tre mesi non arriverà nessun altro gruppo di genitori, e quindi niente tukul, niente televisione, niente marmellata o caramelle, niente fazzoletti di carta e macchinine per almeno altri 100 giorni. Rifaccio le valigie, o meglio, metto le valigie di tessuto dentro quelle rigide, insieme alle poche cose che ci portiamo a casa. Partiti con 190kg in 4, torniamo con 30kg in 5! Stefano distribuisce i nostri vestiti, le scarpe, l’intimo, tutto quello che ho potuto lavare lo regaliamo. È una giornata strana, di attesa, elettrica e tesa. Partiremo dopo cena, con largo anticipo sul volo, perché all’aeroporto i tempi tecnici sono molto lunghi, ed è meglio arrivare prima dell’ora d’imbarco. Facciamo il giro nel nido, salutiamo tutte le tate, prometto che invierò le foto che gli ho scattato con Anna, so che per loro sarà un bel ricordo.

È quasi ora di cena, dobbiamo cenare molto presto, e non abbiamo molta fame, sarà l’orario o la tensione, sarà che dal mattino ho un groppo in gola, ma le lacrime sono sempre in agguato. Preparo Chiara, Anna è in giro con la nonna, io e la mia biondina scendiamo le scale dei nostri alloggi per andare a cenare. Vogliamo mangiare in fretta, e poi andare a salutare i bimbi nelle camerate. E invece, ancora una volta, sono loro, i bimbi, a sorprenderci.

Come scendiamo le scale ce li troviamo lì, all’ingresso.

Saranno una ventina, sono quelli con cui abbiamo legato di più, non me li aspettavo e la mia reazione è molto forte.

Non riesco a trattenere le lacrime, ci abbracciamo, piangiamo tutti, anche M., la “dura” del gruppo, anche i grandi, anche Chiara.

Mi bacio tutte quelle testoline, quelle piene di capelli rasta, e quelle rasate per la tigna, quelle agghindate con treccine arrotolate, e quelle con i capelli che pian piano stanno ricrescendo. Non voglio piangere, non voglio che loro piangano, ma la stanchezza, l’emozione e la tristezza hanno il sopravvento. Riusciamo ad andare nel tukul, Chiara ha il viso congestionato dalle lacrime, è sfinita, continua a dirmi che le mancheranno tutte queste sue amiche, non vuole lasciarle. Mangiamo pochissimo, anche Anna, sempre alle prese con una tosse molto forte. Mi preoccupa un po’ il viaggio che dovremo affrontare, con Anna così piccola, malata e sconosciuta. Recuperiamo tutti i bagagli, saliamo sul pulmino, io con Anna in braccio e Chiara al collo del suo papà, anche lei ha bisogno di coccole in questo momento. Attraversiamo Addis Abeba nel buio della sera africana. C’è sempre un via vai incredibile di persone, tanti taxi ancora nelle strade, una nebbia giallognola avvolge tutto, ma non è nebbia, è inquinamento, gas di scarico e polvere. E la gente dorme sui marciapiedi, in strada, schivata dalle macchine, calpestata dalle persone. Ci sono famiglie intere che vivono in due metri quadri di marciapiede, un telo sotto di loro, e il cielo etiope come tetto; ci sono tantissimi mendicanti, persone che sembrano dormire sui cordoli fra le due corsie, ma non so se in realtà siano ancora vive. Arriviamo in aeroporto, imbarchiamo i bagagli e ci avviammo verso il gate d’imbarco.

Dopo ore in sala d’attesa, cambi di pannolini nei bagni (bellissimi!) dell’aeroporto, biberon di latte preparati al volo, ci chiamano per l’imbarco. L’aereo è pieno di giapponesi, tutti con la loro fetente “doggy bag” al seguito, e poi ci siamo noi dieci coppie, con dieci neonati malaticci, vomitosi e piangenti al seguito, e intuiamo che non sarà un volo tranquillo. Anna si addormenta quasi subito, così come Chiara e mia mamma. Io e Stefano non riusciamo a dormire, il decollo va abbastanza bene, ma tempo 20 minuti e inizia il “balletto”. In 7 ore di volo attraversiamo due turbolenze, la prima molto forte, la seconda un po’ meno, ma giuro che non ho mai avuto tanta paura di morire come in quel viaggio. L’aereo sembra fatto di cartapesta, balla da matti, le hostess se ne stanno sedute con le cinture allacciate, e questo mi fa avere ancora più paura. Per distrarmi guardo fuori dal finestrino ma è forse peggio: i lampi della tempesta che stiamo attraversando si riflettono sulle ali dell’aereo, sono a dir poco terrorizzata, e come me anche altre mamme. Ad un certo punto alzo gli occhi e vedo davanti a me una delle nostre mamme, che con  aria da cospirazione mi si avvicina e mi sussurra: “Fra, me la sto facendo letteralmente sotto… facciamo così… c’è ‘sto Santo, San Girolamo di qualcosa, che non lo prega  quasi nessuno.. ecco, se gli diciamo noi qualche preghiera, vuoi che non ci ascolti??” Va bene, andiamo con San Girolamo di qualcosa, farei qualunque cosa mi chiedessero pur di tornare a casa sana e salva…e poi mi dico.. ma ‘sta povera figlia, che in Etiopia magari poteva vivere, proprio in aereo deve terminare la sua breve vita? No, no, dobbiamo arrivare a casa! Con tutti questi pensieri rimango sveglia tutta la notte, Anna invece dorme molto, in braccio a me, con la testolina appoggiata al mio braccio destro.

Finalmente, dopo otto ore di balletto, arriviamo a Roma.

Tiro un sospiro di sollievo, non mi sembrava vero essere in Italia, e sana e salva! Ci rimettiamo in coda, aspettando il volo per Milano, e rido fra me e me: una brigata di genitori sporchi e distrutti in mezzo a manager incravattati che devono andare a Milano per lavoro e che ci guardano un po’ perplessi e un po’ schifati. Il volo per Milano mi sembra una passeggiata, in un’ora e mezza atterriamo a Linate stravolti, stanchissimi, affamati, ma contenti contenti contenti. Ritiriamo i bagagli, Chiara ha la forza di correre di qua e di là per l’aeroporto, io mi sento come se avessi scalato le Tre Cime di Lavaredo in un’ora, sono sfinita e un po’ imbambolata. Ad un certo punto vediamo Marco, un nostro grande amico, che è riuscito ad entrare nell’area riservata alla polizia, e che ci viene incontro con le lacrime agli occhi. Marco che si era fatto in motorino Valenza-Bergamo per l’intervento di Chiara, Marco che sarebbe venuto con noi ad Addis Abeba se gliel’avessimo chiesto, “perché io vengo, cioè, po’ sempre servì, se avete bisogno di una mano ragà, io in Etiopia ce vengo…”, Marco che ora si commuove e ci abbraccia. E’ ora di uscire dalla zona bagagli, e di rivedere finalmente il mio papà, i miei zii, Viviana! Anna è perplessa, a tratti piange, a tratti sorride, anche lei è molto stanca, e come la mettiamo in macchina per andare finalmente a casa, si addormenta sfinita. Lasciamo giù le borse e le valigie, dobbiamo andare a pranzo da mio papà che non vede l’ora di coccolarsi un pò Chiara, siamo pronti, stiamo uscendo, ma Anna scoppia a piangere. Un pianto disperato, tremendo, sconsolato, che dura un quarto d’ora, la lascia senza fiato, e ci spaventa non poco. Non so come consolarla, è spaventatissima, cerco di ninnarla, la tengo stretta a me, lei sempre più paonazza e disperata. Poi si addormenta, di botto. Questo è stato il mio viaggio, l’inizio della mia vita da mamma adottiva. Un avvio in leggera salita, a cui son seguiti momenti di scalate ardue e fiatone, piccole discese e grandi salti nel buio. E ora si cammina insieme, nello zaino grandi dosi di amore e pazienza, e sguardo aperto. Per sempre.

Francesca

Print Friendly

A proposito dell'autore

Francesca Corti