Il privilegio e la gioia di essere mamma adottiva

joy, ph Martin Talbot, (c.c. Flickr)

“Ora mi è chiaro il motivo per cui la mia maternità non poteva essere biologica: i miei figli erano già nati, addirittura prima che ci sposassimo e quindi ben prima che noi iniziassimo coscientemente a costruire la nostra famiglia”. L’adozione: un percorso talvolta intricato e impegnativo, ma che porta a conoscere loro, i propri figli, che, da qualche parte del mondo, sono già li che aspettano. Una mamma ci racconta la sua esperienza.

Non c’è un momento in cui abbiamo deciso di adottare. Nessuno ha dovuto convincere l’altro.

Dopo dodici anni che stavamo insieme, nel giugno del 2004 ci siamo sposati  con l’idea di diventare genitori: questo è stato l’unico punto fermo.  Si è rivelato un po’ complicato trovare il mezzo giusto per raggiungere l’obbiettivo, ma alla fine il risultato è meraviglioso. Ha il volto di due splendidi bambini di nove e undici anni, che ci riempiono le giornate di vita, della faticosa e meravigliosa vita che abbiamo sempre desiderato.

Dopo un anno di tentativi vani, erano chiare le difficoltà a generare un bambino. Qualcosa non andava nel nostro corpo e ci affidammo quindi alla scienza. Ho un brutto ricordo di quel periodo, l’ho vissuto molto male psicologicamente. Il fatto di non avere la sicurezza di poter raggiungere il risultato sperato mi rendeva triste e irritabile. Constatare l’impossibilità di fare ciò che per la stragrande maggioranza delle persone è normalissimo e scontato, provocava in me un senso di impotenza devastante.

Ora mi è chiaro il motivo per cui la mia maternità non poteva essere biologica: i miei figli erano già nati, addirittura prima che ci sposassimo e quindi ben prima che noi iniziassimo coscientemente a costruire la nostra famiglia. Ora è chiaro , certo, ma arrivare a questa consapevolezza non è stato semplice. È stata una gran sofferenza accogliere la notizia dell’arrivo di un nipotino con le lacrime agli occhi, o ancora era infinitamente triste il vuoto che provavo dentro di me nel vedere le mamme felici con i loro bambini al parco o nel passeggino o ancora nel pancione. Era una tristezza costante, che non andava mai via e che si acuiva in concomitanza con i fallimenti dei vari tentativi di fecondazione assistita. Ai quali forse non ho mai creduto, o meglio, ci ho creduto solo con la ragione, matematicamente, pensando alle percentuali di successo accertate dalla letteratura scientifica nelle quali speravo di rientrare. Ma non mi hanno mai acceso dentro la vera speranza. Forse è proprio per questo che ho vissuto tanto male quel periodo.

Ricordo un cambiamento netto del mio stato d’animo dopo che presentammo al Tribunale di Minori la nostra disponibilità all’adozione. Una volta maturati i tre anni di matrimonio, come previsto dalla legge, preparammo subito i documenti e questa volta sì con una vera e profonda speranza, o meglio, con la certezza di arrivare un giorno ad essere mamma e papà. Al di là di qualsiasi statistica, ho trovato dentro di me la certezza di poter prima o poi raggiungere il nostro obiettivo e la consapevolezza di avere le energie sufficienti per poter affrontare tutto il percorso. Era solo questione di tempo. È stata solo questione di tempo.

Dal momento della presentazione dei primi documenti in Tribunale al giorno in cui siamo rientrati dalla Russia con i nostri bambini sono trascorsi tre interminabili anni e nove mesi. Di tutto si dice sul periodo dell’attesa del percorso adottivo: è troppo lungo, c’è troppa burocrazia, i servizi sociali non sempre sono all’altezza del proprio incarico, è molto utile per cementare la propria determinazione, è necessario per far spazio nel proprio cuore ad un bimbo nato da altri, è indispensabile per informarsi, è ricchissimo di emozioni. È tutto vero, se non altro perchè in quel periodo, essendo mediamente piuttosto lungo, capita di tutto! Ma la cosa più vera è senz’altro che si dimentica tutto una volta che i nostri figli sono in casa. L’aspetto più profondo riguarda il senso ritrovato della vita. La sensazione netta, una volta diventata mamma, è stata quella di aver trovato il vero senso della mia vita.

Impazienza, questa è la parola con cui posso sintetizzare quel che è stato il mio stato d’animo durante l’attesa. Impazienza accompagnata alla speranza, alla fiducia, alla certezza che prima o poi il giorno sarebbe arrivato. Impazienza tanta, davvero tanta, ma con un contorno di cose piacevoli.

Non  ho mai scritto dei momenti in cui i miei bambini stavano per diventare…i  miei figli. Sono lontani nel tempo ormai quegli istanti, ma tanto vicini al cuore. Momenti di gioia esagerata che hanno lasciato ora il posto alla gioia solida, concreta, consapevole, di essere una famiglia.

Era il 23 dicembre del 2010 quando ricevetti finalmente la telefonata, ero al lavoro in quel momento; uscii dalla mia stanza, ma senza pensare che potesse essere proprio la telefonata che ti cambia la vita, ed invece….. era davvero così! Ci venivano segnalati due bambini dall’età e dai nomi ancora confusi. Chiamai mio marito, che sentendomi in lacrime pensò chissà cosa potesse essere successo, lacrime di gioia, che presto sarebbero state anche le sue. Volle risentire anche lui l’operatrice dell’Ente, non accontentandosi delle scarsissime notizie ricevute: erano davvero un bambino di sei e una bambina di otto anni che ci aspettavano, nonostante avessimo dato disponibilità per un solo minore. Così infatti, presi da troppa razionalità, indicammo nei documenti al momento del conferimento dell’incarico qualche mese prima, ma nel nostro cuore c’era uno spazio più grande. Ho sempre pensato che la grande sensibilità dell’operatrice dell’ente avesse colto il nostro vero desiderio e che sia successo poi  tutto il resto.

Era il compleanno di mia mamma quel giorno e questo per me era l’irrazionale garanzia che tutto stava procedendo per il verso giusto.  Comunicammo subito la grande gioia alle nostre famiglie e poi istintivamente ad una coppia di amici speciali conosciuti solo poco tempo prima, anch’essi in attesa di abbinamento. I nostri bambini sanno far nascere delle amicizie davvero uniche!

Saremmo partiti a breve, ci dissero. Trascorremmo un mese nella frenesia dei preparativi, letteralmente sopra una nuvoletta di felicità, che  lasciava appena un po’ di spazio alle paure per il viaggio che ci aspettava, decisamente impegnativo trattandosi di Novosibirk in Siberia, ovvero dall’altra parte del mondo!

Arrivò il giorno della partenza, il 23 gennaio, l’indomani avremmo visto per la prima volta i bambini che il destino ci voleva donare. E chi se lo dimentica quel momento in cui, nella stanza della direttrice durante i colloqui di rito, entrarono timidamente i nostri figli, vicini, vicini, con la testa china. Dio solo sa quanta paura provassero in quel momento. Me li sarei portata a casa in quell’istante, non potevo capire perchè tutto il personale dell’Istituto e i referenti locali dell’Ente avessero tanti dubbi sulla nostra decisione, come potevano solo pensare che avremmo detto di no a quei due cuoricini?

Provo ancora dolore ripensando al fatto che dopo una settimana trascorsa insieme, io e mio marito rientravamo a casa e loro restavano in istituto ancora per tanto, troppo, tempo: crudeltà della burocrazia! Ben cinque mesi passarono tra il primo e il secondo viaggio, quello della sentenza.  È stato davvero un periodo difficile, ci sentivamo orfani dei nostri figli, senza poter fare niente per accelerare i tempi, se non preparare  rapidissimamente i documenti che ci venivano richiesti. Sognare il giorno in cui saremmo rientrati a casa tutti insieme era il nostro  chiodo fisso. Aspettavamo il sabato per poterli sentire al telefono, perchè con l’aiuto di un’amica russa di nascita, riuscivamo in qualche modo a comunicare con loro; la domanda era sempre la stessa: “Quando venite a prenderci?”. Uno strazio non potergli comunicare una data certa.

Ciò che ricordo con tanto piacere di quel periodo sono le lezioni di russo che seguivamo settimanalmente via skype: abbiamo avuto la fortuna di trovare una persona deliziosa che ha saputo insegnarci i rudimenti della lingua senza trascurare gli aspetti umani legati al motivo della nostra voglia di imparare; senza avere un minimo di conoscenze della lingua ci saremmo trovati in seria difficoltà i primi giorni.

Arrivò finalmente la data del secondo viaggio, il 24 giugno. Rivederli fu un’emozione enorme, lasciarli nuovamente in istituto meno crudele della prima volta, forti del fatto che dopo un mese, non di più,  saremmo tornati a prenderli e questa volta per portarceli a casa per sempre.

29 luglio 2011 Oristano-Novosibirsk in due, 31 luglio 2011 Novosibirsk-Oristano, in quattro, finalmente famiglia! Un gran sollievo a pensarci ancora adesso.

Durante i primi incontri formativi organizzati dall’Ente, rimasi molto colpita dalla testimonianza di una mamma che raccontava la sua esperienza evidenziandone soprattutto gli aspetti critici, e lo faceva con un gran bel sorriso sulle labbra. Ebbene, ora che sono mamma anche io comprendo quello stato d’animo. L’esperienza adottiva per me è proprio questo: essere felice nonostante le non poche problematiche che è necessario affrontare quotidianamente. Vederli giocare felici in spiaggia è una delle cose che mi riempie maggiormente di gioia e capisco allora di aver trovato il vero senso della mia vita.

I visini intimoriti del primo incontro non ci sono più da un pezzo, hanno lasciato il posto a due bambini perfettamente integrati nel loro nuovo mondo, molto consapevoli di ciò che hanno lasciato e determinati a voler vivere fino in fondo questa nuova vita; e noi abbiamo il grande privilegio e la grande gioia di poterli aiutare in questo meraviglioso e intricato percorso.

Antonella Scalas

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