Adozione e attaccamento: quale recupero per i bambini adottati? Parla la ricerca, prima parte

chinese children, ph joan vila, (c.c. Flickr)

Nuove stimolanti riflessioni da parte del Laboratorio per la psicologia dell’Attaccamento e il sostegno alla Genitorialità-LAG dell’Università di Pavia, che conduce da anni una interessante ricerca su attaccamento e adozione di cui pubblichiamo la prima parte.

Sono ormai alcuni anni che la ricerca si occupa con sempre maggiore interesse dell’adozione. Le ragioni sono molteplici – capire quali fattori possano rendere questa esperienza positiva, identificare cosa possa ostacolarne un pieno sviluppo, individuare in maniera preventiva quei fattori che rendono alcuni bambini e alcuni genitori particolarmente vulnerabili all’incontro adottivo, promuovere le risorse della nuova genitorialità. Si tratta quindi di affiancare alle buone prassi del campo anche una riflessione che scaturisca da un’analisi attenta e rigorosa dei diversi elementi che concorrono all’esperienza adottiva.
L’anno scorso il Laboratorio per la psicologia dell’Attaccamento e il sostegno alla Genitorialità-LAG dell’Università di Pavia (http://lag.unipv.it) ha contribuito su questo sito con due interventi che hanno condiviso i risultati di una prima fase di studio, e ha ricevuto manifestazione di interesse da parte delle famiglie e degli operatori del campo.
E’ nostra intenzione continuare in questa direzione e renderci disponibili a un dialogo con le famiglie e gli operatori che operano in questo ambito attraverso un secondo contributo volto ad aggiornare rispetto a due importanti tappe del “Pavia adoption study”, che speriamo possano incontrare il vostro interesse e stimolare la riflessione su temi cruciali per il buon esito dell’avventura adottiva.

Cosa significa avere una buona relazione di attaccamento per la crescita di un bambino?


Secondo lo psichiatra infantile inglese John Bowlby, fondatore della Teoria dell’Attaccamento, il bisogno primario di ogni essere umano è quello di essere accuditi e protetti (Bowlby, 1988). Le relazioni di attaccamento sono perciò i primi modi che ciascuna persona sperimenta per sentire se stesso e le proprie emozioni grazie alle relazioni affettivamente importanti che sviluppa con le persone che se ne prendono cura in maniera continuativa e dedicata. I legami di attaccamento rappresentano i primi e fondamentali mattoni per imparare a gestire e riconoscere la propria vita emotiva, per conoscere che il dolore e la sofferenza possono essere superati grazie alla consolazione dell’adulto, per scoprire che le emozioni sono un ingrediente fondamentale di ogni processo di apprendimento. In questo senso l’adozione rappresenta un laboratorio eccezionale per studiare come, al di là del vincolo biologico che lega reciprocamente il figlio e i genitori, possano esistere apprendimenti emotivi grazie a nuove relazioni affettive che si creano all’interno della famiglia adottiva. Sappiamo che in molti casi i bambini istituzionalizzati hanno vissuto una rottura dei legami affettivi oppure hanno sperimentato modalità di accudimento maltrattanti o trascuranti, soprattutto se l’adozione arriva in età avanzate. La ricerca ha mostrato come queste esperienze possano lasciare segni sulla mente dei bambini che arrivano nelle nuove famiglie pronte ad accoglierli.

Cosa succede ai legami di attaccamento durante il periodo passato in istituto? Si tratta di un’esperienza indelebile o si può trasformare? Esiste un’età massima oltre la quale i “segni” diventano permanenti o è possibile un recupero?


Il Laboratorio di Psicologia dell’Attaccamento e Sostegno alla Genitorialità dell’Università di Pavia da circa 5 anni sta conducendo uno studio che si è svolto in tre tappe, di cui l’ultima ancora in corso, e che ha cercato di offrire un contributo a questo tipo di domande.
La prima tappa ha “guardato” alla qualità della vita emotiva e relazionale dei bambini attraverso due studi: il primo si è svolto all’interno di alcuni istituti per minori in Ukraina (Barone, Dellagiulia & Lionetti, 2014), coinvolgendo bambini tra i 4 e gli 8 anni insieme ai loro educatori di riferimento; il secondo ha condotto un’analisi sintetica dei principali risultati riportati dagli studi internazionali rispetto alla qualità dello sviluppo emotivo e dei legami di attaccamento dei bambini (Lionetti, Pastore & Barone, 2015).
Analogamente a quanto già riportato da altri studi sugli effetti dell’istituzionalizzazione in età precoce, anche il nostro studio, condotto in Ukraina con bambini istituzionalizzati di età fra i 4 e gli 8 anni, ha rilevato ritardi e compromissioni sia sul versante dello sviluppo emotivo/relazionale sia sul versante dello sviluppo cognitivo. In particolare, i bambini mostravano ritardi nelle abilità di ragionamento e nella capacità di attenzione laddove la permanenza in istituto aveva superato il periodo dei 6 mesi, così come il loro attaccamento risultava più insicuro e disorganizzato rispetto ai loro pari cresciuti in famiglia, in percentuale di circa tre volte superiore. A questi dati, che possono suscitare preoccupazione, se ne affianca un altro che invece prelude al potere “riparatore” della relazione affettiva; abbiamo visto infatti che i bambini che potevano contare su un educatore/educatrice di riferimento con una buona relazione affettiva riducevano sensibilmente le loro difficoltà cognitive e relazionali e questo accadeva anche se la permanenza in istituto era più lunga del limite dei sei mesi (periodo identificato dalla maggioranza degli studi come indicativo di inizio del vissuto di istituzionalizzazione). Il secondo studio ha sintetizzato i risultati dei 10 maggiori studi internazionali condotti su circa 400 bambini residenti in istituto in più parti del mondo: se la permanenza supera l’anno, maggiori sono i rischi per un mancato sviluppo di un legame di attaccamento sicuro (circa un bambino su quattro riesce a sviluppare sicurezza, mentre gli altri ¾ si presentano insicuri o disorganizzati), gli istituti dell’Est Europa sembrano avere maggiori fattori di rischio rispetto agli altri e l’entrata precoce – entro il primo compleanno – è quella che più comporta insicurezza emotiva e di attaccamento.
La ricerca sembra quindi confermare le partenze di vita “svantaggiate” di questi bambini, segnalando la precoce età e il limite dei sei mesi di istituto come fattori che contribuiscono ad alzare il rischio di lasciare “segni” nella mente infantile; se però l’età del bambino e del periodo di istituzionalizzazione conta, è molto interessante constatare che non si tratta di segni indelebili, bensì di comportamenti sensibili e passibili di trasformazione.

L’adozione garantisce un recupero? E se sì di che cosa e a quali condizioni?

Non a torto l’adozione è considerata una sorta di “terapia naturale” per i bambini che hanno dovuto interrompere o non hanno conosciuto le loro famiglie di origine – per una trattazione più estesa degli interessanti risultati che abbiamo raccolto si rimanda a quanto scritto su questo sito tra giugno e settembre 2013 con il titolo “Adozione e attaccamento” (oppure alle nostre pubblicazioni Barone & Lionetti, 2012; Lionetti, 2014; Lionetti, Pastore & Barone, 2015). Rimangono tuttavia alcune aree di problematicità del “recupero” adottivo e soprattutto alcuni bambini, insieme ai loro genitori, riscontrano maggiori difficoltà che non sempre trovano possibilità di riposta nei percorsi post-adottivi offerti dai servizi.

Lavinia Barone

Professore Associato presso i corsi di laurea in Psicologia dell’Università di Pavia
Direttore del Laboratorio per l’attaccamento e il sostegno alla genitorialità
mail: lavinia.barone@unipv.it
mail laboratorio/centro consultazione: Lag@unipv.it

Di seguito i link per leggere i due articoli pubblicati nel 2013

Adozione e attaccamento: una ricerca sulle possibilità di recupero degli effetti della separazione in età infantile

Adozione e attaccamento: continua la ricerca sugli effetti della separazione in età infantile.

 

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