Il nostro percorso nella kafala

DSC_4703, ph Trocaire, (c.c. Flickr)

Mentre gli Stati Europei hanno regolamentato la kafala in modo più o meno differente in base ai propri ordinamenti interni, l’Italia è ancora lontana dal farlo, sebbene sia Paese firmatario sia della Convenzione dell’Aja che della Convenzione di New York. Rahma ci racconta il suo difficile percorso per raggiungere, insieme al marito Paolo, la piccola Duniya e portarla finalmente a casa dalla Somalia.

La mia bimba è nel limbo, in questo momento lei è solo un nome e non è mia figlia per la burocrazia italiana. Ma nel codice dell’amore, io, mio marito e lei siamo una famiglia. Non ha il nostro sangue, ma il nostro legame è più forte del DNA.

Se il papà si alza dal divano e lei se ne accorge nonostante stia giocando, piange subito perché non può fare a meno di lui, della sua presenza e della sua cura; quando torno dal lavoro e sente la chiave girare nella toppa, alza lo sguardo, mi vede e urla di piacere e gioia! Allora, ditemi, cosa ci rende genitori di questo meraviglioso essere umano? Un mucchio di scartoffie? Una sentenza di un tribunale che stenta ad essere riconosciuta?

La nostra storia parte nel 2011, quando, allo scadere del nostro terzo anniversario di matrimonio, presentiamo la nostra disponibilità all’adozione nazionale ed internazionale. Io e mio marito ci siamo conosciuti nell’autunno del 2006 e sposati nell’estate del 2008. Non ero più una ragazzina ed il mio orologio biologico aveva esaurito i suoi ultimi battiti, quindi non sono stata lì ad indagare più di tanto sul perché non arrivava un bebè. Dentro di me la scelta di adottare dormiva sotto anni di attesa di un papà che condividesse questa strada. Sono stata fortunata perché ho incontrato l’uomo giusto e quando abbiamo affrontato il discorso dell’adozione, mi ha detto: “Se ci riterranno idonei, allora lo faremo, affrontiamo le cose una alla volta” e così è stato. Mi ha dato forza, determinazione e pazienza. Nell’agosto del 2011 depositiamo la nostra disponibilità all’adozione e inizia il nostro lungo periodo fatto di attesa, piccoli passi in avanti e momenti di stasi burocratica che tutti coloro che hanno intrapreso questo cammino, conoscono benissimo. Viviamo quel lungo periodo come un momento di riflessione, di conoscenza dei nostri limiti, ma anche delle nostre capacità e lati di forza. A volte mi chiedevo se sarei stata in grado di prendermi cura di un bimbo o bimba, non solo per i miei limiti umani, le mie debolezze, ma anche per le mie difficoltà fisiche (ho avuto la polio da bimba e cammino con le stampelle e a volte ho bisogno della carrozzina), ma i dubbi venivano fugati dai miei amici, da mio marito e dallo psicologo che mi facevano notare quante cose facevo come, essendo insegnante, gestire una classe di 20 o più bambini non era da tutti!

Terminato l’iter con i servizi sociali, ottenuti sia un’ ottima relazione psicosociale che l’idoneità all’adozione, facciamo domanda alla CAI per adottare in Somalia, mio paese di nascita. Ci viene rilasciato il provvedimento monocratico perché in Somalia non operano enti italiani e l’informativa che dobbiamo rivolgerci all’ARAI,abitando noi in Piemonte. Poiché l’ARAI non ha personale in Somalia e noi ci rendiamo disponibili a raccogliere informazioni laggiù con l’idea di recarci di persona, rimaniamo in attesa di sviluppi. Al nostro progetto di partire i miei parenti ce lo sconsigliano, è troppo pericoloso soprattutto per mio marito, un occidentale in un paese in ostaggio di estremisti somali. La vita a Mogadiscio in quel periodo non è semplice, anche solo spostarsi da una parte all’altra della città è difficile e pericoloso, le notizie che ci arrivano sono perciò poche e insoddisfacenti, non è chiaro come fare per ottenere un abbinamento. Passato qualche mese dalle prime ricerche, stavamo quasi per desistere, quando si è verificata un’emergenza in un piccolo ospedale, il “Centro di assistenza per le madri e i bambini” dove una bambina era stata abbandonata subito dopo la nascita e necessitava di accudimento urgente. Informati della situazione, abbiamo contattato  la Corte di Giustizia del distretto competente per dare la nostra disponibilità ad adottare la bambina.

Il giudice dopo aver sentito le testimonianze, svolte le indagini e verificata la reale capacità di accudimento dei richiedenti, affida a me, in quanto di origine somala, la bambina con sentenza di kafala; essendo la Somalia un paese musulmano, non c’è l’adozione secondo le regole occidentali, ma esiste la forma di protezione dei minori chiamata appunto Kafalah. Eravamo così felici, non dormivamo la notte perché volevamo incontrarla ed abbracciarla, ma dovevamo aspettare ancora molto. Ci viene chiesto di darle un nome poiché non era stata ancora registrata e decidiamo per Duniya che in somalo, swahili e arabo significa “Mondo”. Il cognome invece le viene assegnato dal giudice seguendo i dettami della legge islamica.

Ci arrivano i documenti dalla Somalia che provvediamo a far tradurre e legalizzare per mandarli in visione all’ARAI. L’agenzia regionale dopo averli valutati trova alcune incompatibilità con la legge sull’adozione internazionale tra cui la più grave è che l’Italia non riconosce la kafala e ci comunicano che è impossibile procedere. Scopriamo così che l’Italia è l’unico paese europeo che non ha regolamentato questo istituto giuridico islamico secondo la Convenzione dell’Aja. Ci aspettava un altro cammino difficile da intraprendere, ma non ci siamo scoraggiati. Ovviamente mai e poi mai avremmo lasciato la nostra piccola, anche se al momento era solo una foto, per noi era tutto. Ci informiamo e scopriamo un mondo poco conosciuto, quello della Kafala e di tanti genitori kafil, nonché di tante diverse sentenze di vari tribunali d’Italia che hanno cercato di colmare la mancanza di una legge attesa da anni. Decidiamo di chiedere il visto d’ingresso per ricongiungimento familiare, chiediamo informazioni via mail al consolato italiano di Nairobi competente anche per la Somalia, che però evita di rispondere e quando lo fa rilascia risposte approssimative

Decidiamo di recarci personalmente in Ambasciata a presentare domanda. Il 15 febbraio 2014 partiamo per il Kenya. Il 21 febbraio depositiamo la domanda per il rilascio del visto e nessuno ci dice quanto tempo sarà necessario per avere una risposta; passano i giorni e i responsabili dell’ufficio visti temporeggiano adducendo scuse diverse ma senza mai rilasciarci il visto od il diniego. La situazione diventa sempre più insostenibile, abbiamo la sentenza del tribunale somalo che ci riconosce genitori affidatari della bimba che si trova a solo due ore di aereo da noi, in un paese pericoloso, dove ogni settimana arrivano notizie di attentati e anche a Nairobi la situazione non è affatto tranquilla, anche lì ci sono attentati e gli stranieri sono avvisati di non andare in giro per la città, soprattutto di evitare uffici come consolati o ambasciate o centri commerciali. Siamo preoccupati e anche i nostri cari in Italia lo sono.

Per dare una scossa alla situazione presentiamo domanda all’ufficio immigrazione del Kenya per portare la piccola a Nairobi, la richiesta viene accolta dalle autorità keniote senza grandi difficoltà. Per motivi di sicurezza decidiamo che io parta per la Somalia da sola, del resto è il mio paese di nascita e sarò una delle tante somale che torna a rivedere la sua terra e a prendere la sua bimba. Parto con il desiderio immenso di abbracciare la mia piccola, con la curiosità di rivedere i luoghi della mia prima infanzia, con la paura che possa accadere qualcosa di brutto, parto nonostante  le minacce terroristiche, per amore di Duniya affronto tutto.

La mia permanenza a Mogadiscio si limita al tempo necessario per imparare a conoscerci, quasi non ce n’è bisogno, perché la mia bimba mi accoglie con serenità e trascorriamo tre giorni insieme: le do il biberon, la cambio, ci gioco, dormiamo insieme ed è tutto così naturale, spontaneo che tutti si meravigliano. Partiamo dopo tre giorni, è meglio evitare pericoli inutili e il viaggio di ritorno è tranquillo e veloce. Duniya non sembra risentire del cambiamento, non ha timore di trovarsi sola con me, è la bimba più tranquilla e dolce ch’io abbia mai visto. Il rientro a Nairobi avviene secondo i programmi, all’ingresso in Kenya il suo visto è timbrato e finalmente possiamo abbracciare il papà che l’attendeva con ansia e preoccupazione. Si fa prendere in braccio da lui con naturalezza, ancora una volta tutti si sorprendono per la facilità con cui la piccola si abitua ad entrambi.

Finalmente siamo tutti e tre riuniti, ma ci troviamo bloccati in Kenya perché il consolato italiano non ci rilascia il visto per Duniya. Siamo nella stessa situazione di tanti altri genitori kafil bloccati in Marocco o Tunisia, costretti a rinunciare di tornare in Italia. In mancanza di una legge che riconosca questo importante strumento per la tutela dell’infanzia e regolamenti l’ingresso dei minori affidati in kafala ci troviamo di fronte ad una discriminazione vera e propria nei confronti di bambini la cui unica colpa è quella di essere nati in un paese musulmano.

Le richieste di visto per i minori affidati in kafala, che vengono inoltrate ai nostri consolati nei vari paesi dove è in vigore il diritto islamico, sono sistematicamente oggetto di diniego; questo nonostante lo scorso settembre, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, in merito ad una coppia di italiani che avevano in affidamento di kafala un minore straniero dal Marocco, abbia fissato il seguente principio di diritto: “ Non può essere rifiutato il nulla osta all’ingresso nel territorio nazionale, per ricongiungimento familiare, richiesto nell’interesse di minore cittadino extracomunitario affidato a cittadino italiano residente in Italia con provvedimento di kafala pronunciato dal giudice straniero nel caso in cui il minore stesso sia a carico o conviva nel paese di provenienza con il cittadino italiano ovvero gravi motivi di salute impongano che debba essere da questi personalmente assistito.”.

Dopo quaranta giorni di attesa e la richiesta di accesso agli atti come nostro diritto in base alla legge sulla trasparenza negli atti amministrativi, il 28 Marzo 2014, ci viene consegnato l’atto di diniego. Le ragioni addotte sono che “la sentenza di affidamento del tribunale somalo non è conforme all’ordine pubblico italiano e che non menzionando la durata prevista dell’affidamento, lascia intendere che è a tempo indeterminato e che non vengono espressi i doveri dell’affidatario”.

Presentiamo subito ricorso al Tar del Lazio contro il diniego e ci attendono altri mesi di attesa, di dubbi e speranze e riflettiamo sul da farsi nel caso di una risposta negativa dal tribunale amministrativo del Lazio. Cominciamo a guardarci intorno e a pensare alla possibilità che si debba stravolgere completamente la nostra vita e decidere di trasferirci in Kenya. Pensiamo già a vendere la casa e vedere dove trovare un nuovo sbocco lavorativo in Africa.

Il 22 luglio 2014 viene finalmente depositata la sentenza dei giudici del TAR, il ricorso viene accolto! Tra le motivazione della sentenza troviamo che, negli anni passati, la giurisprudenza italiana ha rilevato “la compatibilita dell’istituto della kafala con l’ordine pubblico italiano” culminando con la sopracitata sentenza 16.09.2013 n° 21108 delle Sezioni Unite della Cassazione; inoltre spiega che durata e doveri dell’affidatario “rientrano nell’istituto stesso della kafala che non prevede necessariamente una durata e che è preordinato alla cura materiale ed affettiva del minore”. Il diniego viene dichiarato illegittimo e pertanto annullato.

Finalmente possiamo tornare a casa tra i nostri affetti ed amici. All’aeroporto ci accolgono tutti, amici e parenti con profondo affetto e sollievo. La nostra casa diventa meta di pellegrinaggio di tutti e la nostra eroina impara nuovi suoni e nuovi colori, ambientandosi con facilità tra le mura della sua nuova casa.

Purtroppo la battaglia contro la burocrazia non è terminata. La situazione dei bambini in kafala è davvero una cornice del Purgatorio di dantesca memoria. Poiché alla nostra Duniya è stato rilasciato un visto turistico, ci hanno rifiutato il permesso di soggiorno, non può essere iscritta all’anagrafe o avere un codice fiscale o la tessera sanitaria. Per ora è semplicemente una turista agli occhi della legge italiana e quando scadrà il visto, nonostante due cittadini Italiani siano responsabili per lei, sarà a tutti gli effetti una clandestina.

Rahma Nur-Bianchini

 

 

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