Dal “C’era una volta” alla realtà: il ruolo della fiaba

 

Un bosco fantastico, ph Sonia Fantoli (c.c. Flickr)

Ogni bambino ha bisogno della sua fiaba, quella che inconsapevolmente lo rassicura e lo aiuta a comprendere e a dare significato alla sua esistenza. 

Il racconto dell’esperienza adottiva deve rispettare lo sviluppo sia emotivo che cognitivo del bambino; nella prima fase della sua vita, dal primo al terzo anno, egli recepisce bene i suoni e le parole.

Se dall’inizio della relazione con i genitori adottivi viene menzionata la parola “adozione”, non vi sarà alcun timore in futuro a trattare l’argomento con i propri figli. Il bambino attraverso l’ascolto e la ripetizione delle parole dei genitori, attiva un processo di riconoscimento e conoscenza delle parole che riguardano la propria storia e ciò contribuisce all’accettazione di sé e del proprio vissuto.

Nella fase successiva, intorno ai 3/6 anni, il bambino inizia a domandare, a esplorare il suo vissuto attraverso domande e affermazioni in cerca di rassicurazione da parte dei genitori. Il racconto dell’adozione fornisce materiale utile per creare un rapporto, man mano più solido, che si plasma con il tempo tra giornate tempestose e orizzonti luminosi.

Spesso capita che i bambini giunti in adozione molto piccoli non abbiano ricordi lucidi di quel viaggio, di quella partenza insieme verso la nuova casa, verso la nuova vita;  molti vogliono avere nuovamente conferme, vogliono sentire di esser stati voluti, desiderati, amati. Altri, seppur abbiano dei ricordi, vogliono rappresentare nuovamente quell’esperienza come la “loro storia”, quella che narra di loro, che gli dà importanza, che sussurra quell’amore profondo, che sconfigge le paure, che calpesta le sofferenze e che distrugge le distanze.

La fiaba, in tutto questo, svolge un ruolo importante riannodando un continuum tra radici e ali. Le radici di un bambino adottato talvolta hanno bisogno di essere curate per far ‘germogliare’ la sua vita, per volare verso il futuro.

La fiaba possiede sia degli obiettivi socio affettivi sia cognitivi; tra i primi possiamo ricordare la possibilità di favorire un atteggiamento positivista nei confronti della vita, mostrando la possibilità di superare ansie e paure, educando il bambino all’ascolto, allo spirito di collaborazione, incoraggiandolo verso una visione positiva dell’alterità.

Tra gli obiettivi cognitivi, vi è la possibilità di sviluppare capacità, non solo verbali, ma anche gestuali,  per poter comunicare e socializzare con gli altri e per poter esprimere paure ed emozioni. Il grado di complessità della storia varia con l’età del bambino e può arricchirsi giorno dopo giorno. La vita quotidiana può migliorare l’andamento narrativo, mescolando indizi e particolari, talvolta sconosciuti, talvolta fondamentali.

La favola ha bisogno di una narrazione continua, poiché il bambino ha bisogno di rituali che gli conferiscano sicurezza, stabilità e continuità. Alcune volte i genitori si sentono disorientati di fronte al vissuto del proprio figlio, non sanno come affrontare il discorso relativo al passato  e credono sia più importante tacere, piuttosto che procurare ulteriori sofferenze. In realtà questo comportamento potrebbe essere frainteso da parte del bambino, interpretandolo come  una mancata valorizzazione e presa in carico della propria storia da parte dei genitori. Simona Giorgi (psicologa e psicoterapeuta) fornisce un’immagine metaforica della fiaba come un arcobaleno: un arco colorato, la congiunzione tra sole e pioggia, un passaggio che fornisce una spiegazione tra il ‘prima’ e ‘l’ora’.

Dopo il classico C’era una volta, i temi che la favola dovrebbe affrontare devono narrare la storia di un’avventura, dove tra mille peripezie, gli eroi sono giunti al loro traguardo per raggiungere finalmente all’happy ending. L’utilizzo della storia significa, innanzitutto, riconoscere i limiti che vi sono nel parlare con un bambino di emozioni attraverso il linguaggio comune; essa costituisce il ‘biglietto da visita’ per accedere al mondo del bambino. Il linguaggio quotidiano consente di parlare di emozioni solo in modo piuttosto vago, poiché si tratta del linguaggio del pensiero, mentre parlare attraverso la storia consente di mettere in scena quello che si vuole dire con un linguaggio di immaginazione (utilizzo di bambole, sabbia, pupazzi, creta….).

Il bambino di fronte alla storia, creata apposta per lui, può assumere i panni del protagonista: soffrirà con lui e sentirà anche il suo stesso coraggio per guardare avanti e aggirare l’ostacolo. Dopo che la storia è stata narrata, è necessario non uscire dalla metafora, tranne nel caso in cui sia il bambino a farlo. Talvolta per il genitore non è semplice distaccarsi dalla realtà ed entrare nel mondo della fantasia adattandola al proprio figlio; per partire con la narrazione, si può utilizzare un particolare indizio che il bambino stesso fornisce al genitore. E’ bene ricordare che, quando si parla di adozione, anche se lo si fa attraverso la magia e la fantasia, non bisogna mai lasciare spazio alla casualità. La casualità può far credere al bambino di non esser stato realmente desiderato, generando così  un sentimento di ansia. L’incontro tra genitori e figli, è ben lontano dalla casualità, dietro l’adozione c’è la profonda volontà di compiere questo percorso. Lasciatevi trasportare dalla fantasia per rivivere e rivedere la pellicola della vostra storia.

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A proposito dell'autore

Greta Bellando
Pedagogista, laureata all'Università degli Studi di Genova. Da anni appassionata alla tematica adottiva per cui ha scritto due tesi di laurea. Oggi prosegue il suo percorso di studi all'interno del Master "Il lavoro clinico e sociale con le famiglie accoglienti: affido e adozione".